mercoledì 12 giugno 2013

Buona estate


Mc Connell Red Virginia e Charatan Belvedere "The Ton". Una pipa dalle notevoli capacità di caricamento (25 mm di foratura per 35mm di profonditò del fornello portano, per come carico io, tra 4,5 e 5 gr di tabacco).

Benché la pipa abbia le sue logiche (alcune delle quali ci divertiamo a inventare), come tutte le passioni lascia anche notevole spazio alla follia.
Spesso ci ripetiamo che l'estate è la stagione delle pipe piccole, leggere. Quando viene l'estate rispolveriamo le nostre piccole schiume, tiriamo fuori dal cassetto le pannocchiette. Cerchiamo pipe che respirano, che danno un'idea di freschezza. Le Castello Natural Vergin, le Savinelli Corallo. Pipe d'argilla bianca, pipe col bocchino bianco... O almeno le cerco io.
Nonostante questo innegabile movimento migratorio verso la pipetta che col suo solo aspetto rinfresca come una finestra aperta nella brezza marina, poche pipe mi riportano all'idea di estate quanto quella specie di ceppo scuro e lucido ritratto nella foto sopra.
E' una specie di secchiello di radica dalle sorprendenti capacità di caricamento, prodotto da Charatan durante il periodo Lane. Una Belvedere, pipa rossa dai toni che richiamano più il caminetto che l'ombrellone. Eppure per me l'imprinting di questa pipa è stato una terrazza di Monterosso, con un venticello leggero, le tende a strisce pigre e 5 grammi di Celtic Talisman che spargevano intorno il loro incredibile, irragionevole, profumo di ciliegia. Un tabacco comprato con circospezione, per curiosità scientifica. L'avrei lanciato dalla finestra in qualsiasi altra stagione. Ma nel venticello marino e nel fornellone della Charatan che avevo appena comprato (e che roso dalla curiosità avevo irresponsabilmente abbinato) questa piccola follia d'estate è diventata un'abitudine e un piacere che ho continuato a ricercare, finché il Celtic Talisman è finito.
Se c'è una stagione in cui un aromatizzato, per matto che sia, si può fumare, quella è l'estate. E nessuna pipa lo renderà piacevole come quella con un grande vaso, in cui i profumi si espandono e si arieggiano. C'è un po' di metodo anche nella follia?
Forse si. O almeno così sostiene la pipa che forse più  di ogni altra, quando esce dal suo letargo tristagionale, mi dice che è arrivata l'estate.

martedì 11 giugno 2013

Effetto Meerschaum

La mia pannocchietta. Sta supplendo in modo più che degno all'assenza della piccola schiuma che mi arriverà a giorni, customizzata da Mauro Gilli.


A parte la prima terribile pipa che comprai ad Amsterdam durante un viaggio con amici e che un po' per il filtro da 9mm, un po' per lo shape a pallina semicurva, un po' per la verniciatura, un po' perché il primo commento di mio padre me l'aveva  fatta odiare... la prima pipa mia, quella in cui ho cominciato per davvero a fumare da studente, è stata una pannocchietta.
Retrospettivamente, la considero una scelta oculata. Soldi da spendere in pipe decenti, comunque, non ne avevo. I pochi spiccioli che mi giravano in tasca finivano semmai in tabacchi. Fortunatamente a Codogno, il paesone della Bassa dove mi ero autoconfinato in un convitto statale per studenti di Scienze Agrarie (sa quei tempi sotto l'influsso di Cochi e Renato, sognavo di diventare sia poeta che contadino), c'era una bella tabaccheria sul Corso (se così vogliamo chiamarlo). Frequentandola, capii rapidamente che almeno il tabacco valeva la pena di comprarlo buono. 
Le scarse soddisfazioni rimediate cercando di bruciare nella mia pannocchietta qualche economico prodotto del Monopolio (Golf, Derby) e qualche Amphora, mi convinsero che i soldi per una scatola di Dunhill London Mixture o di Balkan Sobranie, per quanto pesanti, erano comunque meglio spesi. Grazie a quello che ho risparmiato resistendo alla tentazione di altre pipe mediocri, ho fumato sin dagli inizi un bel po' di buon tabacco in una pipa dal costo irrisorio. Ma dalle qualità senz'altro superiori a quelle di tante radiche da cesto (o per dir la verità, talvolta anche non da cesto).
A parte il bocchino micidiale (ma ebbi il buon senso di comprarne una col bocchino nero, già più accettabile) la pannocchietta, a trovarne una di dimensioni adeguate, è una pipa di tutto rispetto. Anche piuttosto generosa con il principiante: perdona molto, non scalda se non in casi estremi, assorbe l'umido, nel complesso è una delle pipe più facili da fumare al mondo.
In mezzo al mio diluvio di pipe, una pannocchietta, da allora, l'ho sempre avuta. Perlopiù negletta e dimenticata ma comunque presente.

L'ultima che ho comprato, un giorno che ero incomprensibilmente senza pipa al seguito, è quella che si vede qui. Non un gran pezzo di design, obbiettivamente, ma l'unica tra quelle in vendita in quel giorno e in quel luogo, ad avere più o meno le dimensioni di una pipa. Al termine del suo servizio di necessità, è finita anche lei dimenticata, in un vecchio barattolo di Toscani. Ieri me ne sono ricordato, e l'ho recuperata dall'oblio.

A chiamarla è stata la congiunzione di due fattori. Il primo è che in vista dell'estate mi sono procurato due plug di Samuel Gawith decisamente molto scented, quelli di cui si parla in questo post.  L'obiettivo è fumarli in una piccola schiuma, che ho comprato per l'occasione e spedito a Gilli perché gli mettesse un bocchino all'altezza. Nell'attesa ho comunque cominciato a fumare i plug. Dei due, ho scoperto che l'RB, il più temibile sulla carta è un gattone tenero e docile. Il Grousemoor, invece, che pensavo essere appena fiorito, si è rivelato assai difficile da dominare in radica. Colpisce, stordisce e permane per lungo tempo. Dopo aver piacevolmente contaminato un paio di pipe piccole, che hanno continuato a fumare Grousemoor anche dopo tre cariche di ToscoVirginia, prima di tornare alla ragione, stavo per metterlo da parte in attesa della schiuma. Ed è qui che mi sono ricordato della mia Missouri Meerschaum.

Il nome dell'azienda non è scelto a caso. Il potere filtrante del tutolo  in un certo qual modo si avvicina a quello della schiuma di mare. Le punte violente ne escono attutite, i sapori acuti si smorzano. E' lo stesso effetto che i signori ungheresi ricercavano quando cenavano accompagnati dall'orchestra tzigana, collocandola però in una stanza attigua alla sala da pranzo.  Per una volta la pratica non ha contraddetto la teoria. E ora che finalmente è arrivato qualcosa che assomiglia all'estate, poche cose sono più gradevoli che andare a passeggio con una pipa di schiuma carica di Grousemoor, lasciandosi accarezzare dal primo sole e lasciando in giro vapori fioriti e agrumati. Una pipa di schiuma del Missouri, in questo caso. Che, mi sento di garantire, certe volte non è proprio niente di meno.





venerdì 7 giugno 2013

Roba pesante


Samuel Gawith Grousemoor plug, Samuel Gawith RB Plug, Frank Pfeiffenstudio Dark Red Plug, pronti a partire per un'operazione di scambio culturale.


Non è il primo post che dedico ai plug, un genere di tabacco che amo  e soprattutto mi diverte. Col plug puoi giocare in mille modi diversi. Lo tagli grosso, lo tagli a cubi. Io, soprattutto, lo taglio fino fino, a capelli d'angelo, specialmente quando lo fumo in pipa piccola. E improvvisamente sparisce ogni problema di combustibilità. 

Questi sono tre plug che affiderò per l'assaggio al mio amico Gaetano, in cambio di un po' del suo Sam's Flake. I due Gawith sono il frutto di un recente impazzimento e dell'acquisto di un paio di clay pipes e di una piccola schiuma. Sono plug che in teoria (e anche dai miei passati, sporadici, assaggi) dovevano essere uno leggermente aromatizzato ai fiori, e con forse qualche ricordo d'agrume (Grousemoor Plug), l'altro potentemente intriso di rosa e di geranio (RB Plug). Dove "potentemente" è forse un understatement. Anni fa per fumarlo mi ero servito di una Falcon e ne ero uscio così traumatizzato da abbandonarlo per sempre dopo un paio di pipate. Il tentativo di riumidificazione, questa volta, non ha sortito l'effetto sperato anche perché incosciamente ho abbandonato il barattolo in un cassetto, ritrovandomi mesi dopo una matassa di muffa.
Complice lo sbocciare dell'amore per i Virginia cosiddetti "saponati" ho deciso di ritentare l'avventura mirando però stavolta al bersaglio grosso. Invece del blocchetto da 25 grammi ho ordinato due bulk da 250, ovvero due grosse tavolette di tabacco. Il Grousemoor simile nell'aspetto al Kendal Plug (quindi abbastanza alto), l'RB schiacciato e scuro, credo per via della pressione e del calore aggiuntivi, che dovrebbero essere gli stessi da cui nasce il Full Virginia Flake.

Secondo Mauro Cosmo, grande appassionato della schiuma e fuoriclasse del lentofumo, i plug scented trovano la loro massima sublimazione in schiuma. Ovviamente in una schiuma di taglia adatta, cioè piccola. E così insieme ai due profumatissimi blocchi di tabacco, ho avuto la scusa per procurarmi una nuova pipa che appunto mi mancava. In questo momento si trova da Mauro Gilli, per la sostituzione del becco giallo con qualcosa all'altezza della situazione.

Per ora i miei plug li ho fumati in piccole radiche ed ho avuto una di quelle sorprese che Samuel Gawith spesso riserva ai suoi seguaci. Gli aromi sono quelli che ricordavo, ma la forza della profumazione è totalmente inversa. Il Grousemoor stavolta colpisce in modo violento. Mentre lo fumi ti dà quasi alla testa dalla forza del suo boquet fiorito ma acuto. E quando l'hai finito permane testardamente nella pipa, al punto che anche la terza fumata di Toscovirginia sa, inequivocabilmente, quasi solo di Grousemoor. L'RB invece è moderato, morbidoso, cioccolatoso, puffoloso. E' un Full Virgina Flake con un'ombra di fiori rossi, godibilissima e discreta.

Il terzo plug del set viene da Cagli. Non ci ero mai stato ed una delle ragioni per cui quest'anno sono andato alla Festa della Pipa è stato proprio il banco di Frank (il negozio tedesco che trovate a questo link). Lì mi sono procurato questo plug singolarissimo fatto di virginia scuri e chiari, un po' di kentucky, un po' di avana, un po' di perique, un po' (dicono, ma io non lo sento) di latakia. Sulla carta potrebbe sembrare un guazzabuglio. Invece è molto buono, pressato a freddo ed è come quei buoni minestroni in cui ogni verdurina sa del suo sapor di verdurina, e non di minestrone. Non lo conoscevo ancora ma l'istinto accaparratorio mi ha portato a comprare gli ultimi due blocchi da 100gr rimasti sabato sul banco di Frank. Un appassionato mi ha pregato di cedergliene uno. Spietatamente ho rifiutato e adesso posso congratularmene con me stesso. Spero che nella mia rotazione abbastanza ampia, il paio d'etti di plug riescano a durare fino al prossimo anno.

Buoni, i plug...


giovedì 6 giugno 2013

Senza tabacco


Sarebbe un brutto giorno quello in cui rimanessi senza tabacco. Ma penso di avere fatto la mia parte per tenere lontano questo spettro.
Qualche giorno fa, non so chi, ha deciso di organizzare una giornata mondiale preparando e pregustando questo evento che considererei catastrofico. La giornata mondiale senza tabacco.
Ovviamente me ne sono impipato. Ma c'è chi l'ha fatto meglio di me, scrivendo questo post.

mercoledì 5 giugno 2013

Aged vs. Fresco - Bright CR Flake a confronto





Il Bright CR Flake appena consegnato dal mio agente in Polonia: biondo, fragrante, fresco





Il bright CR Flake che mi attendeva da una dozzina d'anni. Gloriosamente maturo.


Domanda: cos'è il Bright CR Flake?
Risposta: uno dei più spettacolari flake di Virginia biondo su cui si possa avere la fortuna di mettere le mani. Degno sfidante del Samuel Gawith Golden Glow, su un registro un po' meno morbido e dolce, più acuto e forse con qualche nota resinata.

Il virginia biondo del tipo del Bright CR è uno dei tipi di tabacco che meglio risponde all'invecchiamento. E quando Gaetano mi ha portato dalla Polonia questa scatola ho cominciato a pregustare una delle forme più estreme di Delayed Self Gratification: appoggiare una scatoletta di Virginia su uno scaffale e degustarla una decina di anni dopo, nel pieno della sua maturità. Gaetano però mi aveva anche avvertito che alcune delle sue ultime scatole di Gawith & Hoggarth sembrvano non aver "preso il vuoto". Dopo un rapido controllo agli acquisti, mi sono reso conto che questo era indubbiamente il caso della mia scatola di Bright CR Flake.

Ma non tutti i guai vengono per nuocere. Da tempo mi ronzava in testa l'idea di verificare con un confronto side by side la mia empirica convinzione che il virginia biondo sia una di quelle cose per cui vale davvero la pena di aspettare. Finora mi ero sempre accontentato del godimento estremo di un virginia maturo, invecchiato, appena aperto, col suo odore di fichi, le sue fibre compattate e scurite, il suo gusto pieno e persistente, da sorseggiare come un Porto d'annata. Il confronto col fresco era facile da fare. Ma a memoria, con tabacchi fumati in momenti della vita diversi. Sarebbe stato bello prendere proprio lo stesso tabacco cantinato e no. Ma proprio lo stesso. Non un tabacco con lo stesso nome ma produttori e qualità diverse. 
Considerata la girandola di licenze che ha coinvolto negli ultimi decenni quasi tutti i prodotti più apprezzati sul mercato, i candidati al confronto non erano molti. E tra quelle specie di fossili dell' Età Perduta sopravvissuti identici a sé stessi e ai cambiamenti commerciali del mondo circostante, e di cui possiedo edizioni d'annata, c'è proprio il Bright CR Flake di Gawith & Hoggarth.

E così ho fatto saltare il coperchio (già, non era sottovuoto), ho fotografato entrambi e pazientemente, per circa una settimana li ho fumati nelle stesse pipe. Tre fumate di uno, tre dell'altro, pipa piccola, pipa media, pot, piccola chimney... O almeno queste erano le intenzioni.

Per dire la verità fino in fondo, dopo le prime prove condotte con rigore analitico e libretto degli appunti a fianco, ho rapidamente finito per perdere il controllo. I due virginia sono entrambi meravigliosi e ogni tanto non è male fumarne anche uno fresco e fragrante, appena uscito dalla pressa. Ho fumato uno, ho fumato l'altro, li ho alternati nello stesso giorno e in giorni diversi. Uno pungente, l'altro velluto. Uno perfettamente definito, l'altro morbido e maturo. Uno che ti dà la carica, l'altro che ti accarezza e ti avvolge. Uno adolescente sfacciato, fatto ancora di promesse da mantenere. L'altro rassicurante, ammorbidito, nel caldo settembre dei suoi anni.
Quello che ho capito è che mi piacciono troppo per farne l'autopsia. Al diavolo le schede. Questa è roba che smuove emozioni profonde, non si osserva al microscopio elettronico.


Come un Bright Cr Flake appena comprato.


Frank Sinatra non sarebbe Frank Sinatra se non ci fosse stato "The Voice" a cinquant'anni. Eppure sentirlo cantare a diciotto può darti lo stesso un brivido. Diverso.
Chiudo la mia prova comparata con due scatole vuote e una certezza. Amo Sinatra perché amo quel gattone in smoking midnight blue, che giocherella col suo pubblico del Sands, rotolandosi un bicchiere di Jack Daniels in mano.
Ma non toccatemi il ragazzetto secco con la cravatta a farfalla. Non solo un giorno diventerà Frank Sinatra. Lo è già.


lunedì 3 giugno 2013

Reserve du Patron Manil


Il mio barattolo di Semois, avviato a conclusione.


Coi cosiddetti naturali, o mediterranei ho sempre avuto un rapporto combattuto. Da giovanissimo pipatore affascinato dalla lettura di Bozzini provai a mettere del toscano in pipa e mi disgustò, per anni.  Leggendo di miscele in cui si aggiungevano toscani e toscanelli scuotevo la testa con commiserazione, verso i poveri infelici che si condannavano alla sofferenza storpiando alchimie delicate e talvolta mirabili. 
Pur avendo col tempo moderato la mia ostilità feroce al kentucky in pipa, continuo a pensare che metterlo in una English Mixture sia una sorta di abominio. Lo spiraglio al kentucky puro però si è aperto. Iniziò durante un periodo in cui avevo talmente abusato di Virginia da ridurre la lingua a un pallone dolorante. Rientrato dalla finestra come erba curativa, il kentucky ha poi trovato un posto abbastanza stabile, specie in combinazione col virginia, sia per il trattamento di pipe riottose che per qualche ultima fumata serale. Una sorta di alka seltzer fumigante.
Dal toscano, ho tastato il terreno degli scaferlati, che mi sono apparsi finalmente meno disgustosi di quanto li ricordassi. E da lì è nata la curiosità del Semois, che sono riuscito finalmente a procurarmi, per la prima volta, tampinando un amico diretto nelle terre dei fiamminghi, per lavoro. Ne ho provati diversi, sia falsi (il winders o come si chiama) che veri, primo fra tutti il Manil.
Il Manil è decisamente il più speciale. Ti arriva in una mattonella dorata, con questa meravigliosa etichetta in carta grezza. Non è uno sforzo verso il vintage o l'ecocompatibilità. E proprio così al naturale e già questo lo rende formidabile. Io ho avuto in sorte il taglio medio, chiamato "Reserve du Patron", che in pipa va già benissimo. Ne esiste anche un taglio grosso (La Brumeuse) e un taglio fine che dovrebbe essere finalizzato alla sigaretta.
L'odore a crudo non è il suo pezzo forte. Mio nipote, un bambino curioso delle mie pipe e dei miei tabacchi, e molto interessato alle classificazioni di forme e di aromi, annusandolo nel Bormioli l'ha definito "il tabacco che sa di merda". Inutile dire che è quello che preferisce e che ogni giorno, al mare, pretende di riannusare.
Fortunatamente, una volta acceso, il Semois Manil si rivela meno, diciamo così, particolare. Non ho ancora capito quale sia la foglia all'origine di questo prodotto belga, caratteristico e unico al mondo. Una sorta di pecorino di fossa dei tabacchi. A fumarlo regala un'esperienza imparentata con quella del kentucky, però arricchita di potenti zaffate terrose e persino qualche nota balsamica. Sfortunatamente il mio immaginario non ha molto da collegargli. Non mi intendo di Ardenne o di Fiandre, o di qualunque sia il luogo da cui questo tabacco proviene. Per me, sulla cartina del Belgio, una volta, avrebbe ben potuto esserci scritto "hic sunt cervisiae". Oggi potrebbe magari esserci "hic sunt semoises", ma sono a quel livello lì  (e mi scuso coi latinisti perché anche con quello me la cavo altrettanto male).
Pur non sapendo nulla del suo terroir, due cose comunque le ho capite. La prima è che il semois va fumato secco, esattamente come arriva. Il tentativo di umidificarlo produce un'esasperazione dell'amaro e (mi dicono) un rischio muffa notevolissimo, anche perché il tabacco è completamente privo di qualsivoglia additivo.
Come tutti i tabacchi secchi e a filamento molto lungo tende a far matassa. Non è facilissimo da sciogliere e anche per questo preferisce pipe piuttosto grosse in cui accomodarsi ed espandere i suoi aromi. A parità di peso è molto voluminoso per cui anche con un pipone di quelli imponenti non ci si rischia di misurare con una maratona interminabile.
E' anche molto buono in schiuma, come tutti i tabacchi cosiddetti naturali o mediterranei, in cui predomina la nota amara.
Se amate i tabacchi al coccomango, forse non è la cosa giusta per voi. Ma se vi piace il toscano, il vino grosso e viola, il caprino di Montevecchia, prima o poi arriverete a Corbion sur Semois. E vi sembrerà di esserci sempre stati.

Se poi volete leggere qualcosa di più e di meglio, ecco un interessante articolo del new york times



domenica 2 giugno 2013

I quattro punti cardinali

Questo articolo è dedicato a chi frequentando forum e gruppi si sente sommergere di sigle e denominazioni il cui significato pratico è alquanto oscuro. Lo scopo è semplificare e dare qualche primo punto di orientamento. Non catalogare e definire tutto quello che esiste sul mercato.



Come primissima classificazione, i tabacchi in commercio, secondo me si possono dividere in quattro categorie principali: Virginia Puri (o quasi), English Mixture, Naturali (o Mediterranei), Aromatizzati.

1) VIRGINIA PURI (o quasi)
Il Virginia è il re dei tabacchi, che forma la struttura principale di quasi tutte le miscele in commercio. E' una foglia dotata di dolcezza naturale, se lavorata in un certo modo. Ma ne esistono di infinite varietà, colori, stili di lavorazione. Può essere delicatissimo e dolce oppure una bomba fine-di-mondo, se curato a sole o a fuoco.
Quello che generalmente si fuma puro, a meno di essere minatori o pescatori di baleniera è il virginia flue cured (=dolce) di vari gradi. Molto spesso in flake (ovvero pressato in grossi pani e tagliato a fette). E' un tabacco che al primo grado di conoscenza della pipa si considera poco consigliabile per varie ragioni: 1) se è in flake non è facile da accendere e tenere acceso per chi non abbia un po' di pratica 2) se non è in flake facilmente pizzica la lingua 3) il virginia puro è un tabacco che si apprezza quando si imparano a gustare sfumature sottili. All'inizio non è molto soddisfacente (almeno non lo era per me). Probabilmente diventerà interessante tra un po' di tempo, quando questo articolo farà sorridere per la sua elementare rozzezza.
I principali virginia puri in commercio in Italia: Samuel Gawith Golden Glow, Samuel Gawith Best Brown Flake, Samuel Gawith Full Virgina Flake, Mc Connell Red Virginia (leggermente aromatizzato ma considerabile ancora puro), Capstan azzurro, Rattray's Old Gowrie, Rattray's Brown Clunee, Rattray's Hal O' The Wynd (con un po' di Kentucky che dà corpo).
Il primo da provare: Samuel Gawith Best Brown Flake


2) ENGLISH MIXTURE: il gusto affumicato
E' stato per lungo tempo il genere principale, quello che prima o poi un appassionato doveva per forza provare e quasi sempre amare. E' una miscela a base di virginia di vari tipi, con tabacchi orientali (macedonia, grecia, turchia) che portano profumi e rendono l'insieme meno pizzicante e soprattutto c'è il latakia, il tabacco affumicato che caratterizza questo genere. A volte c'è anche un po' di qualcos'altro (burley, kentucky, cavendish)
Ma l'importante a questo punto è che l'English mixture è il tabacco che "sa di affumicato". Può sapere tantissimo di affumicato, poco o mediamente. Può essere delicata o molto forte a seconda dei virginia che ci sono dentro. Può essere meravigliosa o mediocre. Ognuno approfondirà e sperimenterà. Ma il grande campo è questo. Secondo me a sceglierla giusta è un tipo di tabacco molto adatto a chi inizia, non è moto pizzicante (di solito), ha un gusto molto deciso che funziona anche per chi non ha sviluppato sensibilità estrema alle sfumature infinitesimali di gusto. Per me è stata un'iniziazione perfetta anche perché mio padre le fumava, e questo era quello che nella pipa cercavo io.
Le principali english mixture in commercio in Italia: Dunhill Early Morning Pipe, Dunhill My Mixture 965; Samuel Gawith Squadron Leader, Samuel Gawith Skiff, Samuel Gawith Commonwealth (non ha orientali, ma in questo momento va bene qui), Rattray's Red Rapparee, Rattray's 3 Noggins, Rattray's 7 Reserve... e tante altre
Il primo da provare: Rattray's Red Rapparee

3) NATURALI (o mediterranei)
Senza andare in cose troppo complicate e tabacchi da reperire in Francia, Belgio, Russia, Ungheria o Austria il genere dei naturali italiani è quello dei tabacchi molto a base di Kentucky, quindi imparentati con la materia prima del Toscano. Sono tabacchi schietti e semplici, senza aromi aggiunti, che in genere funzionano per chi viene appunto dal Toscano. I confratelli francesi, belgi o austriaci hanno composizione diversa ma carattere abbastanza simile, diciamo contadino. Sono gli italiani tradizionali e insieme alle English Mixture sono da sempre i due generi tradizionali del fumatore "serio". 
I naturali reperibili in Italia: Comune, Forte, Italia (un po' aromatizzato al Rum), Allegro e tutti i sigari toscani che volendo si possono sbriciolare in pipa.
Il primo da provare: Toscano Garibaldi sbriciolato
 Ci sono anche dei cavendish definiti naturali come l'amphora marrone o il Borkum Riff Original, che però di naturale hanno molto poco essendo tabacchi molto industrializzati e abbastanza additivati (la cosa non è un male in sé). Per me sono degli aromatizzati senza aroma, o con poco aroma. Li metto qui.

4) GLI AROMATIZZATI
E' il campo più vasto, più industrializzato, a me più sconosciuto. A me gli aromatizzati non piacciono quasi mai, ma formano il 90% di quello che si trova in tabaccheria. Sono i tabacchi, molto spesso a base di Burley (una foglia americana che ha la qualità di assorbire gli aromi come una spugna) e irrorati di ogni genere di aroma, con diverse procedure in cui non mi sembra il caso di entrare. A molti però piacciono e se cercate nella pipa il "buon profumo di pipa", occorre cominciare da qui.
Tre naturali che si dicono buoni: Sweet Vanilla Honeydew, Da Vinci, Blue Note
Il primo da provare: tirate la monetina e auguri


martedì 12 febbraio 2013

Fornelli da flake 3: Dublin, Zulu, fornelli conici

Dall'alto: Dublin: Castello Old Antiquari KK (20 x 45) , Zulu 1: Savinelli Giubileo d'Oro 4004 (19 x 43) , Zulu 2: Dunhill "Patent" Shell 102/I (1949) (19 x 44)


Leggera, piccolina, di poco volume. La classica pipa a fornello conico sembrerebbe essere l'ideale per il Virginia in flake: un tipo di tabacco che per questioni volumetriche predilige la pipa piccola.
Purtroppo l'espansività, caratteristica peculiare del flake, congiura per rendere ancora più complicato un tipo di fornello che, benché pieno di fascino, è tutt'altro che facile da fumare e crea problemi anche con la più classica delle miscele in ribbon.
Personalmente, ho sempre trovato la Dublin in tutte le sue varianti di medio formato, una pipa molto attraente. Agli inizi del mio idillio con la pipa ne ho comprate diverse e c'è voluto del tempo per capire che le mie difficoltà non erano dovute soltanto alla scarsa abilità, ma anche alla bizzosità del fornello conico, che tende a concentrare verso il fondo dosi esponenzialmente crescenti di umidità. In aggiunta a questo, un cono concentra sul fondo anche la pressione. Esercitando sulla cima della carica la stessa dose di forza che si eserciterebbe con una billiard, la geometria porta a una moltiplicazione di pressione giù in basso, il che iinsieme all'umidità, rende ai più (e certamente, per lungo tempo, a me) impossibile fumare l'ultimo terzo di fornello. E questo, sempre che l'eccesso di pressione non abbia reso infumabili anche i primi due terzi.
A tutto ciò, il flake aggiunge un terzo fattore: l'espansione. Caricare un flake è sempre un esercizio di autodisciplina. Occorre tenere conto del fatto che il tabacco così come viene disposto nel fornello non ha ancora raggiunto il suo stato "di marcia". Scaldandosi, il flake si aprirà e si espanderà, il che rende vitale lasciargli lo spazio e l'aria sufficienti a non soffocare.
Molte cattive fumate con i flake sono dovute all'abitudine di pressarli, dopo averli spezzettati, più o meno come un normale tabacco in ribbon. Una tentazione che conduce automaticamente all'impaccamento di tutta la carica, una volta raggiunta la temperatura di esercizio.
Nel fornello conico, che tende ad impaccare anche un ribbon, i risultati con un flake possono essere tali da indurre il malcapitato ad abbandonare per sempre la curiosità del tabacco pressato.

Caricare un flake ripiegato in una pipa così, secondo me, non può che condurre al disastro. Il cilindro tenderà a schiacciarsi nella parte terminale producendo un tappo impenetrabile, immediatamente dopo l'accensione. Caricando il flake in forma broken, invece, e lasciandolo semplicemente cadere, cominciando dai pezzi più grandi, come ho cercato di spiegare in questo post, sarà la fisica stessa a domare il temibile cono. 
A patto di evitare anche la minima pressione, la gravità porterà meno tabacco dove lo spazio del fornello è minore, il che a sua volta porterà a minore espansione. Una volta compreso il meccanismo, un flake spezzettato, lasciato semplicemente cadere, sarà più facile da caricare di un ribbon, che sulle pareti del fornello si incapriccia sempre un po' ed è quasi impossibile lasciare semplicemente gravitare nella sua sede come il fornello conico richiederebbe.
Sopra il flake caricato a pezzi, basterà uno strato di tabacco sminuzzato più finemente, e appena appena sistemato con ditate leggerissime, per fornire la miccia di cui la carica necessita, per lasciare lentamente esplodere tutto il suo piacere.

Non c'è nulla di complicato nel fumare flake in un piccolo fornello conico, una volta che si è capito come fare. Ci si può riuscire anche in coni abbastanza estremi come quello della Castello fotografata qui sopra: una pipa che tende a punire con l'insuccesso quasi ogni tentativo con le mixtures "normali". Penetrato il mistero, il flake in bulldog, rhodesian o zulu, si trova nel suo ambiente ideale. Poche pipe come queste, generalmente corte e tascabili, di aspetto rustico e nello stesso tempo leggere, sono fatte per essere tenute saldamente tra i denti mentre si passeggia all'aperto. Ed è proprio all'aperto che la lenta combustione del flake è maggiormente raccomandata. Una leggera brezza, ravvivando leggermente la brace, rende semmai più agevole fumare anche certi pressati che passano per essere ignifughi, mentre una carica di shag (taglio fine), nelle stesse condizioni tenderebbe a surriscaldare, col rischio di bruciare, se non la pipa, quantomeno la lingua. 
Il fornello conico, per sua natura, riproduce in taglia ridotta e in fin dei conti con minori difficoltà, l'effetto che si avrebbe fumando il flake in chimney: una graduale concentrazione dei sapori, che permette al virginia di evolvere, trasformando il viaggio della brace dalla cima al fondo del fornello in un caleidoscopio di aromi e di sensazioni che non conosce noia.

Quello tra flake e fornello conico è un matrimonio tra due parti dotate di personalità diverse, a prima vista inconciliabili. Ma quando c'è po' di intelligenza, capacità di adattarsi e tenere conto dell'altro, è proprio dalle unioni così che nascono i matrimoni più solidi e più ricchi di soddisfazione.



Caricare un broken flake 
Fornelli da flake 1: La pot
Fornelli da flake 2: La prince 
Fornelli da flake 3: Dublin e zulu




mercoledì 6 febbraio 2013

Toscovirginia



Il Torben Dansk Sailor's Flake N°15 è il tipico rappresentante del flake di Virginia Bright tedesco. Non cattivo. Ma nemmeno straordinariamente buono. Forse leggermente dolcificato. Nulla di male a fumarselo da solo. Ma onestamente, con tutto quello che ho da parte, una serata passata con questo tabacco è un po' una serata buttata.  E' dunque il candidato ideale al "toscovirginia". La miscela 50/50 che fumo abbastanza spesso, se ho la lingua bruciata, se ho una schiuma o una pipa in marasca nei dintorni o semplicemente quando sono nello spirito giusto per uno dei pochi modi in cui mi piaccia fumare del kentucky.


L'altra componente del ToscoVirginia è il Toscano Garibaldi. Come toscano, non il mio preferito (se non talvolta di mattina presto). Ma in pipa forse l'unico toscano che trovi davvero gradevole per ora (insieme, forse, al Modigliani, di cui però ho fumato poche cariche). E' un ottimo sostituto del Comune: sensazioni simili ad un livello di qualità immensamente superiore.  Niente cartone pressato qui. Nel ToscoVirginia può entrare qualsiasi Virginia (meglio chiaro) con qualsiasi toscano. A seconda di ciò che entra, cambierà ciò che esce. Per me, quella presentata in questo post è una combinazione abbastanza ideale con componenti giusti e senza spreco di tabacchi preziosi per una miscela che ha più senso quando è economica.




Tutta la rimanenza della mia lattina di Sailor's flake. Come si vede dalla foto, per capire che tutto sommato potevo farne a meno ci ho messo circa quindici grammi.


Toscani q.b. per pareggiare i conti.

Il Toscano lo taglio a rondelle. E' la parte più noiosa.

Questo è il risultato.

Si mescola spezzando le rondelle. Ma mi piace che nella miscela restino riccioli di fascia.


Il Toscano in pipa mi ha sempre convinto poco. Ne leggevo quando cominciai, nei testi di Bozzini e di Ramazzotti. Ma per il mio gusto, la pipa e il toscano (ma potrei dire il sigaro) sono sempre rimasti due mondi inconciliabili. Per quanto godibili entrambi.

Da un paio d'anni a questa parte, nuove chiacchiere mi hanno portato a nuove esperienze e  ho cominciato a pasticciare un po' con l'idea di sposare Virginia e Kentucky. Di Virginia c'è l'imbarazzo. Kentucky ne ho provato in varie forme  ma alla fine trovo che tra quelle più semplici da reperire, più economiche e più qualitative ci sia il sigaro toscano, e specificamente il Toscano Garibaldi. Come sigaro, il Garibaldi è un po' spompato. In pipa invece per il mio gusto ha la giusta forza per attaccare pipe riottose, mal rodate, da resettare (terreno di elezione del kentucky), senza attaccare anche chi le fuma. Anche in schiuma il Kentucky è molto buono (come alla fine ho scoperto) e per quanto scorbutico sia, rispetta la lingua, delle volte un po' provata dal Virginia. Il Garibaldi è più o meno paragonabile al Comune, di cui rappresenta un'alternativa di qualità molto maggiore.

La forza è con lui. Main generale, quello che manca al Kentucky è un po' di gentilezza e di struttura, che si trova in abbondanza nel Virginia. Non avrei mai  provato a combinarli, se non avessi assaggiato il risultato in certi flake di Gawith & Hoggarth (dove il Kentucky però funziona da condimento). Ho provato a mescolarli in varie proporzioni ma alla fine mi pare che l'equilibrio giusto per quel che cerco di solito, sia una divisione salomonica: 50 e 50. La stessa cosa che fanno gli americani nelle loro miscele casual di Burley e Virginia o Samuel Gawith con Virginia e Latakia. Il risultato, per quanto mi riguarda, è buonissimo. Il Virginia si sente abbbastanza poco, ma il Kentucky si arrotanda e acquista dimensione. Non sempre ho voglia di fumare il ToscoVirginia ma quando sono dell'umore per farlo, fumo con grande soddisfazione, godendomelo in pieno.

E' uno dei rarissimi casi, forse l'unico che conosco, di miscela olistica. Ovvero una combinazione che non è tanto buona quanto il suo componente peggiore (risultato classico), ma persino più buona del suo componente migliore.





lunedì 4 febbraio 2013

Mac Baren Virginia no 1 (al cartoccio)



Una bella lattina da 100gr, acquistata in Rep. Ceka

Il Virginia No 1 è probabilmente l'unico Virginia puro del catalogo Mac Baren (c'è anche il Black Ambrosia, che però è un Virginia-Frankestein). I miei ricordi si riducevano a una busta che mi era stata regalata e che, benché un po' secchina (come spesso succede alle buste Mac Baren) avevo  trovato discreta, pur senza provare il desiderio irrefrenabile di urlare di piacere. Un virginietto da poco, ma che si lasciava fumare e che, anche a causa dell'evidente zuccheramento, si era dimostrato positivo nel rodaggio di un paio di pipe. 
Sapendo che i Mac in scatola sono nettamente superiori a quelli in busta, ho pensato di dargli una seconda chance nella confezione più nobile. Ma una volta in mio possesso non sono riuscito a vincere la tentazione di usare questo altro Mac Baren come cavia per il procedimento di cottura al forno, spiegato in questo post.

Il Golden Blend, che è un tabacco che detesto, passato al forno era diventato piuttosto buono. Cosa sarebbe successo ad un tabacco che invece mi piaciucchiava?

La risposta è deludente. La cottura al forno ha fatto in modo che il tabacco, una volta aperto abbia qualche elementto olfattivo comune, che credo derivi da una leggera caramelizzazione dello sciroppo d'acero aggiunto a dolcificare. Ma se nel  Golden Blend il tabacco sottostante aveva sviluppato un piacevole aroma di crosta di pane, qui mi è rimasto solo del fieno cotto. Il leggero piacere che il tabacco originale regalava, era probabilmente tutto nello sciroppo d'acero. 

Nel Virginia di questo Mac Baren, purtroppo, non pare esserci un granché da godere, il che mi spiega perché la casa si astenga, devo dire responsabilmente, dal produrne molti altri (mentre scrivo, mi viene alla mente un Virginia flake, che a meno di sussulti scientifici, mi asterrò dal provare).

Mac Baren è e resta regina di una leggera sofisticazione. Tonnellate di tabacco trasformate in qualcosa di fumabile, talvolta anche con un certo gusto, grazie al laboratorio, agli sciroppi, alla miscelazione di decine di foglie nella stessa scatola. Tra le formule più semplici, si salva con il Burley, tabacco da soma senza grandi pretese.

Ma tolti lustrini e magie, dove la qualità del tabacco regna senza trucchi e senza inganni, ovvero nell'Olimpo dei Virginia, rimane solo una povera e misera cosa.

Una specie di Gran Vin de Bourgogne Folonari.  Però con una discreta bottiglia.


Il contenuto si è leggermente scurito dopo l'infornamento, ma non molto.