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martedì 6 ottobre 2015

Rav Benamozegh e le Dunhill

La gioia della microvariazione. Due Dunhill Red Bark LBS (Large Billiard Slender): una con vera argento (1973), l'altra (1972) trovata recentemente a Berlino da Der Pfeifelanden.  

Diceva Rav Benamozegh, Maestro livornese, che nella Torah si può trovare tutto. Il saggio troverà la saggezza, il poeta troverà la poesia, il matematico troverà la logica, lo spirituale troverà il trascendente, il materialista troverà le leggi dell'economia, il filosofo la filosofia. E anche lo stolto troverà nella Torah esattamente quello che cerca: un sacco di scempiaggini.

Recentemente mi sono reso conto che, molto più modestamente, qualcosa del genere è vero anche per le pipe di Alfred Dunhill. Sono pipe magnifiche e multiformi. Ma sono anche prismi potenti, attraverso i quali chi le possiede riflette verso il mondo qualcosa di se stesso, e che dalla sua Dunhill uscirà illuminato e amplificato.  Per qualcuno sarà il buon gusto, per qualcuno l'esperienza, per chi la cultura, l'intelligenza, la semplicità (l'importante è fumare bene), il razionalismo, l'opulenza, persino -chi l'avrebbe mai detto- l'anticonformismo. Tutto si può leggere in una Dunhill. Delle volte, anche la scempiaggine di cui l'ha riempita lo stolto.

venerdì 25 ottobre 2013

Non per soldi ma per denaro




"Non ha senso comprare una Dunhill solo perché costa poco", mi è capitato di scrivere altrove.

L'idea non è certo sbagliata. Ma credo che un po' tutti abbiamo scoperto che non sempre si è capaci di vivere all'altezza dei propri saldi principi. Io in ogni caso ci sono riuscito di rado.
Tra le mie molte debolezze c'è quella di incollare molto spesso il naso ad ebay. Da quando nello scorso millennio, dopo diverse peripezie, vinsi la mia prima asta (incoscientemente, una amber root gr 5 senza foto) ho continuato a godere del brivido di incappare nell'inaspettato, nella pipa introvabile. O quantomeno in una di quelle occasioni a cui non si può proprio dire no.
A volte succede che un venditore dimentichi di indicare qualche parametro essenziale, che sbagli la grafia, che posti nella categoria sbagliata. O semplicemente che tutti i lucci famelici del mondo si siano addormentati insieme, lasciando sguazzare fin quasi alla salvezza la tenera paperella.
Non c'è cosa più bella che alzarsi da soli all'ippodromo per gioire, unici in tutta la tribuna, dell'ultimo metro di un cavallo improbabile e assurdo, che taglia il traguardo per primo. Non c'è cosa più bella che emergere all'ultimo secondo di un'asta, colpendo con esattezza premeditata, là dove un mondo incompetente, distratto o sonnacchioso, per una volta si è dimenticato di guardare.
Certo, la ricerca di questo tipo di gratificazioni può rivelarsi una dipendenza costosa. Di solito ci sono solide ragioni che spingono un cavallo verso gli inferi del 30/1. O lasciano una pipa inosservata, senza puntate, a un quarto del suo valore (teorico). Il mondo, si sa, non è sicuramente fatto di geni. Ma è molto pericoloso affidarsi alla sicurezza che tutti gli altri siano completamente imbecilli.

Però, con circospezione, cercando di bilanciare l'entusiasmo con un po' di scetticismo, ogni tanto anch'io ho comprato una Dunhill solo perché costava poco. Una è questa.

Se non fosse stato per il prezzo io questa Dunhill del 1962 ispirata alle danesine dell'epoca, non credo l'avrei mai considerata. Una Dunhill è una Dunhill. Non mi sono mai troppo interessato alle loro incursioni nel freehand (che trovo in genere poco riuscite). Meno lontana, ma non certo vicino al cuore, è sempre stata l'interpretazione Dunhill di quel tipo di design che mi piace molto quando ha il giusto pedigree (la pipa industriale danese severa e razionalista degli anni '60), ma che col puntino bianco mi è sempre parso c'entrasse poco. In questo caso comunque il vento di Danimarca deve aver soffiato in modo particolarmente lieve, appiattendo il cannello in un ovale, che si restringe dinamicamente dalla testa al dente. Modernista ma senza velleità rivoluzionarie. Non proprio la mia cosa, ma nemmeno una pipa che si potesse ignorare, a metà del prezzo a cui di solito passa una gruppo 4. E così, facendomi per una volta luccio, ho messo la rossa paperella nellla lista delle prede.

La povera Bruyere, acquistata solo per convenienza, per un bel po' di tempo ha dovuto scontare la sua origine poco nobile. Pur priva di qualunque difetto, non l'avevo bramata. Non l'avevo ammirata. Non ci avevo pensato più e più volte, chiedendomi se fosse davvero il caso di investire di nuovo in una pipa. Non era frutto del travaglio interiore. Era solo stata acquisita per freddo calcolo e così si è trovata, senza colpa alcuna, ai margini della rastrelliera. Talmente poco considerata che le affidai un compito pericoloso e poco ambito: quello di pipa da trasferta. Una di quelle che possono cadere, essere dimenticate in un albergo, perdersi per sempre in una valigia alla deriva tra i nastri trasportatori di aeroporti ignoti. Pipe che bruciano tabacchi un po' di risulta, che si portano appresso anche perché non si ha più voglia di fumarli a casa. Pipe che però, con la loro operosa efficienza in compiti sgraditi alle loro colleghe più affermate, talvolta trovano il modo di riscattarsi.

Ci pensavo proprio stamattina, venendo in ufficio, in una mattina piacevole. Fumavo Embarcadero di Gregory Pease, godendomi il clima mite e le ultime risonanze del latakia provenienti dalla pipa, sotto la spessa struttura di virginia e orientali di questo notevole tabacco. L'avevo scelta proprio per questo. Una pipa ancora fresca di latakia per un virginia un po' arricchito che comincio a conoscere bene. E' una contaminazione che delle volte può essere piacevolissima, ma riesce bene solo nelle pipe con cui si ha maggiore confidenza. E questa è una pipa leggera, che col suo bocchino razionalista risulta particolarmente adatta ad accomodarsi in bocca. Buona, come una buona Dunhill può essere.

L'ho scelta solo per denaro. Eppure, un giorno, quasi senza che me ne accorgessi, deve essere scattato l'amore.



La mia Dunhill Bruyere 104 del 1962. Mentre il design nordico impazzava e la pipa danese viveva la sua fase di boom modernistico e austero, Dunhill si faceva anche un po' scandinava con modelli così.

martedì 29 gennaio 2013

La Venere di Milo

Dunhill LBS Red Bark del 1973. Una grande pipa (e non solo una pipa grande)


Ci sono oggetti che riassumono in sé i canoni della bellezza classica. Dunhill è specializzata in questo tipo di pipe ma alcune Dunhll sono più Dunhill delle altre e questa LBS del 1973, che ho incrociato un giorno da Noli, lo è in modo difficile da eguagliare (almeno secondo me).
La guardo, la uso, e sembra riassumere in sé la quintessenza della pipa. Rossa, con banda argento. Proporzioni perfette, curve misurate e tutte al posto giusto. Unico tratto leggermente eccentrico, il fatto che sia sabbiata anziché liscia in questo colore. E' infatti una Red Bark, finitura che amo, anche perché è stata quella della mia prima Dunhill. E'  un po' più difficile da trovare della altre, perché le Red Bark, chissà perché, non si fanno più.

Ma a parte tutto questo, più che una pipa potrebbe essere "la pipa".

Non c'è molto altro da aggiungere. Un post su una pipa così potrebbe esistere anche senza parole (e in effetti in principio è uscito proprio così).


La banda argento ha il marchio AD. 



Le stampigliature dicono LBS (Large Billiard Slender) del 1973. La LBS è una versione un po' più slanciata della billiard grande e cicciuta che è una delle forme simbolo di Dunhill. Un po' meno comune, è sempre marcata gruppo 4, pur essendo significativamente più grossa di una normale gruppo 4

sabato 29 dicembre 2012

Mauro Gilli: il passaggio a Nord-Ovest



Due Gilli LB, di qualche annetto fa. Nella scala di Mauro sono marcate con due stelle, il che ne fa due belle chiare di tutto rispetto. Quando posso, e sono tranquillo che mia moglie non legga l'estratto-conto, mi piace ordinare le pipe a coppie, come pistole da duello, con solo leggere differenze. In questo caso il bocchino di ambra coltivata con vera oro (sopra) e di bufalo indiano con vera argento (sotto). Sono tra i pezzi più belli della mia minicollezione di LB (large billiard). Uno shape classico Dunhill, rivisitato da Savinelli con la famosa 101.

Flashback. Vedo mio padre costernato, seduto alla sua scrivania. Ha tra le mani una piccola Dunhill curva. Io sono lì con lui, nel suo studio. Non so bene quanti anni io abbia (sono stato lì molte volte per molti anni) ma certamente non ho minimamente l'età necessaria ad interessarmi personalmente a come debba essere fatta e come si fumi una pipa. Tutto ciò per lui non è minimamente un problema. 

La sua idea non è mai stata che i genitori debbano trovare argomenti e linguaggi per mettersi in sintonia con i figli. Sono i figli che, quando e se ne saranno in grado, avranno facoltà di mettersi in contatto con gli argomenti e i linguaggi degli adulti. Lui comunque è sempre lì. E non sarà certo l'idea che i suoi figli siano piccoli a trattenerlo dallo spiegare loro perché un bassorilievo sia degno di essere ammirato, perché Cassandre, Konecsni o Savignac siano così grandi. Perché la libertà sia un bene prezioso, concreto, che si può toccare, vedere, annusare. O per venire un po' più vicino al topic di questo blog, perché il bocchino di una Dunhill, tirato dritto quando è dritto o, nel caso sia curvo, piegato armoniosamente secondo una parabola che esalta la forma della pipa, sia così immensamente superiore a certe ciabatte sformate molliccie e di forma "ciucciata" (il termine è suo e identifica quei bocchini conici che si restringono non regolarmente, ma con una curva improvvisa), che pure certe sue pipe montano. Quando sarà il momento capiremo. E io, in quel momento, sto capendo.

Sto capendo che una delle sue Dunhill è stata straziata da un riparatore al quale l'aveva affidata con eccessiva fiducia. Verso il mondo in cui vive mio padre continua ad avere l'ingenuità innocente del profugo.  Il nome del negozio, la sua insegna secolare, la vetrina su una bella via centrale, i modi cortesi, l'aspetto competente lo fanno sentire sicuro che il suo bocchino consumato verrà semplicemente sostituito con un nuovo bocchino Dunhill, una specie di ricambio originale che farà tornare la sua pipa esattamente com'era quando l'ha comprata, ormai diversi anni fa. Non ha dubbi, non ha diffidenze. Non pensa di poter avere a che fare con qualche improvvisato e approssimativo cialtrone, che maschera l'incompetenza con il funzionalismo (o con l'ideologia), come quelli che ha lasciato per sempre alle spalle, oltre le barriere di filo spinato.
La profonda costernazione in cui lo vedo, con la sua Dunhill straziata tra le mani, rappresenta la caduta anche di questa piccola isola di certezza. Il bocchino nuovo, sì, ha il puntino bianco. Ma la sua curva è sbagliata, il raccordo col cannello non ha nulla di perfetto. La pipa non è più, non potrà più essere, quella di prima. Tutto l'insieme grida falsità e tradimento, e io in quel momento sto capendo quel dramma in miniatura, pur non avendo mai avuto nessuna competenza sul come debba essere fatta una pipa.

Quel bocchino tremendo nella sua inadeguatezza ha rappresentato per me un ricordo incancellabile. Per molti anni ho pensato che un bocchino su una pipa, e specialmente su una bella pipa, non si potesse assolutamente sostituire con ragionevoli speranze di successo. Il bocchino e la pipa nascono insieme e ogni tentativo di riprodurne a posteriori il misterioso equilibrio originario è destinato al fallimento. Così mio padre aveva razionalizzato il disastro della sua Dunhill e questo avevo assunto come dato di fatto, sia quando la pipa non la fumavo ancora che quando ho cominciato ad averne. Ci sono voluti molti anni, e forse l'improntitudine che ad una certa età porta a gettarsi alle spalle le certezze acquisite dai padri, per rimettere in discussione questo principio. Ero oltre le prime pipe, già in una fase in cui si acquista anche un po' per passione ed avventura. Ed è stato un indaffarato Noli, in galleria, forse troppo indaffarato per occuparsi personalmente della questione, a parlarmi di un artigiano di Torino che certamente poteva restituire la vita ad una disgraziata Dunhill che avevo comprato imprudentemente su ebay (allora appena nata), senza rendermi conto che poco era rimasto di sano, oltre alla testa. 
Non avevo una pipa da rimpiangere, solo un rottame tra le mani, e anche questo mi ha aiutato a prendere il coraggio di ritentare la strada sulla quale le aspettative di mio padre erano state così duramente tradite. Tentai, ma senza grandi speranze e senza fidarmi troppo, la via di Mauro Gilli. E Mauro Gilli fece il miracolo. 
Quando (dopo molti mesi) la pipa riapparve tra le mie mani con il suo bocchino nuovo, in tutto e per tutto fantastico come quello che la pipa doveva avere avuto da nuova, forse persino migliore, perfettamente armonico,  perfettamente tirato come mio padre mi aveva insegnato che un bocchino Dunhill dovesse essere, fu come avere trovato il passaggio a Nord-Ovest.
La feci vedere a mio padre, con qualche timore che lui ci trovasse difetti che io ancora non avevo visto. Ne rimase ammirato, al punto che riprese dallo scaffale la sua vecchia Dunhill, rimasta per anni praticamente infumata. Facemmo insieme una scatola di pipe da sistemare. Io un po' delle mie Savinelli che nel frattempo avevano esaurito la corsa dei loro poveri bocchini originali. Lui qualcosa di suo, tra cui una splendida e fragile Castello a cui aveva crepato il cannello e che non aveva più osato riparare, preferendo tenerla insieme con lo scotch. Gilli a quel tempo lavorava come un ossesso, senza nemmeno l'aiuto di suo nipote Simone, che oggi sta crescendo nella sua bottega. Dopo un'attesa quasi infinita di mesi, mesi e mesi, le pipe tornarono, senza essere nulla di meno del meglio che si potesse sperare. Le Savinelli sono nei link sopra, da vedere. La Dunhill di mio padre era tornata, finalmente, una Dunhill. La Castello aveva una vera oro a filo che sembrava nata con lei. La speranza che il grande negozio aveva tradito era stata restaurata in uno scantinato di Torino, da un uomo che non avevo mai visto né sentito, se non per telefono.
Su una cosa ero comunque sicuro che mio padre avesse ragione: fare un bocchino Dunhill nuovo su una pipa vecchia era l'impresa più difficile con cui un artigiano della pipa si potesse misurare. Un uomo capace di fare questo con la maestria di Gilli, non avrebbe certo avuto problemi a fare una pipa intera, almeno in teoria. A quei tempi lo sentivo spesso al telefono, con la scusa di avere notizie delle mie pipe e in realtà per sapere quali idee e novità ci fossero nel suo laboratorio. Un giorno lo incontrai anche a pranzo con la moglie, in un ristorante del centro e l'impressione di un uomo semplice, onesto, geniale e straordinario si fissò in me in modo definitivo. Mi venne voglia di avere una pipa fatta interamente da lui. Non sapevo decidere se volevo il bocchino in ambra (che avevo visto nelle vetrine di Al Pascià) o quello in corno duro indiano. E così, appena ebbi la possibilità economica, ordinai le due pipe, ovvero le due chubby billiard (Gilli le chiamava Maigret), che si vedono sopra. Ne uscirono, ovviamente, due capolavori assoluti. Qualche anno dopo, in occasione di qualche altra riparazione, mi feci fare anche una square panel, un'altra delle mie forme. Tre pipe che ho fumato per anni con immensa soddisfazione. 

La pipa, come tutte le passioni, ha i suoi momenti brucianti e i periodi più quieti, abitudinari. E' passato molto tempo senza che sentissi più il bisogno di comprare nulla di nuovo, e quindi senza incappare in quegli incidenti che rendono prezioso l'intervento di Gilli. Anche Mauro ha avuto le sue traversie. Ma da quando è tornato a lavorare a tempo pieno, anch'io per qualche sintonia ho sentito il bisogno di aggiungere nuovo materiale al mio debordande blob pipesco.
Da circa un anno possiedo anche la liverpool che si vede sotto, la mia prima Gilli curata a olio. Ancora più recentemente, ho visitato insieme a mio cugino Andrea il laboratorio di Mauro e mi sono portato a casa questa canadese. La mia prima Gilli con bocchino in metacrilato. E certamente non me ne sono pentito. Altre pipe, non meno belle, che prima o poi metterò su queste pagine, sono già al lavoro. Quella di Gilli è una febbre contagiosa, che si aggrava in chi l'ha già e si trasmette facilmente per contatto. Ora che il web è diventato uno strumento con cui gli appassionati si scambiano idee ed impressioni sui nuovi acquisti, vedo che la presenza delle pipe di Gilli è in forte accelerazione.
Gilli è il tipo di persona che insieme a qualunque cosa spedisca e faccia pagare, sulla grande pipa come sul lavoretto, ti fa trovare una fattura, senza bisogno che nessuno gliela chieda. Effettivamente, nelle cose che fa, oltre alla straordinaria abilità manuale e al perfezionismo esasperato, si sente proprio questa immensa integrità morale. La pipa di ginepro Paronelli, che mi è esplosa dopo una fumata, è ancora nelle sue mani. E sono certo che non tornerà finché Mauro non avrà trovato un modo di ripararla che non rischi di creare una nuova delusione. 
Ci vuole un uomo duro per fare un pollo morbido, diceva un famoso slogan americano. Per riparare qualcosa di più grande e di più doloroso di un bocchino spezzato, ci voleva un uomo come Mauro Gilli.




 
Una delle mie ultime Gilli (per ora). Una liverpool in gruppo 4/5 (14cm x 48mm x foro 19mm x solo 38 gr di peso).
Pipa deliziosa, anche grazie all'oil curing che da qualche tempo Gilli offre a richiesta sulle sue pipe.
Il dente, assolutamente meraviglioso. Una delle firme di Mauro.

martedì 6 novembre 2012

Una storia schifosa



La Dunhill LB Shell, che un giorno è uscita da un pacco di ebay, puzzolente e disgustosa come forse nessuna pipa è mai stata.



Questa è una brutta e amara storia.

La storia di una pipa forse amata, ma da un vecchio testardo sporcaccione americano, perdipiù dagli orribili gusti in fatto di tabacco. Un bruto che fumava drugstore blend di burley inzuppato degli aromi a me più odiosi. E deve averne fumato per anni, ogni giorno, spietatamente in questa pipa, senza mai pulirla, lasciando i sughi nicotinici irrancidire e impreganare ogni poro della radica. Un giorno, per ragioni che non so e non voglio sapere, quell’uomo abbandonò questa pipa, che finì a patire le sue pene in un garage o in una cantina, dove alla puzza del tabacco cattivo, e della sporcizia, si aggiunse anche quella della trascuratezza. O in altre parole quell’ombra di muffa da magazzino che ben conoscerà chi è uso a frequentare mercatini delle pulci.

Quando uscì dalla scatola di cartone recapitata dal postino, non potevo credere alle mie narici. Puzzava così tanto che la misi nell’armadio delle pipe che ho in ufficio a prendere un po’ d’aria. Ma ogni volta che aprivo lo sportello una zaffata mi investiva. Questa pipa appestava anche l’aria negli spazi che occupava. Provai a fumarla per vedere di sterilizzarla con qualche fumigazione di toscano. Ricordo che era inverno, e strada facendo tra casa e l’ufficio buttavo uno scovolino dopo l’altro cercando di catturare l’umido e le sostanze venifiche che il cannello trasudava, in modo da liberarlo. Quasi arrivato all’ufficio provai ad annusare uno di quegli scovolini giallastri. E l’odore di nicotina rancida mi prese violentemente di sorpresa allo stomaco. Ebbi due urti di vomito e per poco non eruttai tutta la colazione nel cestino dove stavo per gettare lo scovolino.

Di solito non rischio il metodo sale e alcool detto “armageddon” sulle pipe di pregio. Ma se c’era una pipa al mondo che lo necessitasse, era questa! Al primo giro il sale usci catramoso, osceno. Il secondo lo stesso. Il terzo cominciò a schiarire. Al quarto capii che il lavoro era quasi fatto, almeno per quanto sale e alcool potessero fare. Asciugata la pipa, l’odore di burley impregnato era ancora lì, l’ “odore di caserma” pure. Ma la nicotina racida se non altro se ne era andata per sempre, dissolta dall'alcool e risucchiata dal sale. Da allora ho fumato questa pipa un po' con convinzione, un po' saltuariamente, per qualche mese. Quando mi sembrava guarita, la lasciavo lì a riposare. E sparito l’umido, fatalmente, il naso infilato nel fornello continuava a percepire un fondo di puzzo di caserma.

Ho così deciso di metterla pesantemente e radicalmente in cura, come avevo già fatto con la Peterson Green Spigot. Ci ho fumato toscano e virginia più volte al giorno. La pipa trasudava i suoi sentori di muffettina. Poi la muffa ha lasciato il posto al toscano, che aveva percorso tutto lo spessore del legno. Allora ho cominciato a fumarci Schurch 128 finché non ho sentito che il legno smetteva di trasudare toscano e cominciava ad odorare di latakia. I fantasmi erano fuggiti per sempre, e la mia pipa finalmente, e definitivamente guarita era tornata la pipa da latakia che avrebbe sempre dovuto essere.

E’ una brutta e amara storia. Ma fortunatamente una storia a lieto fine. La mia pipa maltrattata ha trovato finalmente qualcuno che la ama, e che ne è pienamente ricambiato.







Una pipa del 1965, solo il cielo sa quanti drugstore blend può avere bruciato

domenica 23 settembre 2012

Le Savinelli di Achille (e di mio padre)

Il desiderio di apprezzare una bella pipa fa parte del mio lessico familiare. Per anni, andando a chiacchierare nello studio di mio padre, mi è capitato anche di parlare di pipe, per sentire cosa pensava lui di ciò che era bello o no. Perché una forma era ben disegnata e perché un'altra mancava di grazia. Ancora prima, quando ogni tabaccaio decente aveva la sua piccola o grande esposizione di pipe, qualsiasi passeggiata per qualsiasi città italiana era un pellegrinaggio con numerose fermate, una per vetrina. Ognuna delle quali studiata e commentata. 

Se c'è una cosa che ho capito è che cosa a mio padre piaceva in una pipa.

Non amava le Autograph, né le freehand in genere. Gli piacevano invece le pipe classiche ma con un twist personale e vagamente modernistico. I suoi primi acquisti giovanili erano state danesi proprio di questo tipo, ad esempio la Kriswill che ha quasi consumato. Ma col tempo, a parte le sue preziose (e quindi poche) Dunhill, era diventato un appassionato del design Savinelli. E specificamente di quelle forme che Achille Jr. aveva creato combinando shape immortali con cannelli leggermente angolati, sottili e geometrici: schiacciati, ovali, triangolari o persino di forma curiosissima (un ovale sopra e sotto con due brevi lati a fianco) come nella 816 KS. La Punto Oro era il suo punto di riferimento, la Giubileo un lusso raro quasi proibito, la Silver (specialmente sabbiata) una bella pipa dall'eccellente rapporto qualità prezzo. Non aveva nulla al di sotto (l'unica "extra" l'aveva regalata a me, da usare se mai mi fosse successo di capitare a casa senza pipa). Non ha avuto per molti anni nessuna altra pipa italiana. Per lui il design era tutto e non c'era nulla che gli piacesse come le Savinelli che gli piacevano di più.

Oggi quasi tutte le forme più personali di Savinelli sono cadute dal catalogo a causa del mai abbastanza deprecato filtro, ormai presente su tutte le pipe. La sua presenza intrusiva e inutile obbliga a cannelli di sezione importante e uccide la creatività del designer. Quando mi fermo di fronte alla vetrina di Via Orefici, vedo ben poche pipe che sarebbero piaciute anche a mio padre. Le forme si sono intozzite e omologate e le più strambe verette (che mio padre aborriva) sono arrivate persino a contaminare le serie alte con il loro cattivo gusto (orribile, ad esempio, la Onda).

C'è ancora la 101. La robusta "maigret" che io acquistai in Giubileo e che lui ha sempre trovato fosse la mia pipa più bella. Ma delle sue Savinelli, alcune delle quali ho fotografato oggi prendendole dalla rastrelliera dove stanno ancora, credo non sia rimasto praticamente nulla.

Peccato. Io non cesserò di sperare che Savinelli si ravveda. Ma finché non lo farà non ne acquisterò più una.



 
Savinelli Punto Oro 811 KS, cannello ovale schiacciato, con spigolo e mezza sella. Deliziosa.

Savinelli Punto Oro Sabbiata 811 KS, la stessa forma in finitura sabbiata


Savinelli Punto Oro 123. Una pot con cannello triangolare.

Savinelli Silver Sabbiata 130 KS, chimney con cannello ovale "a spigolo"

Savinelli Punto Oro 816 KS, una billiard che definirei "deco". Il cannello è vagamente rettangolare, la parte superiore e inferiore sono bombate e le due faccette laterali piatte.


Savinelli Punto Oro Sabbiata 413 KS, una bent dublin / zulu di dimensioni importanti e canello ovale. Non l'ho ancora ripulita.


giovedì 24 novembre 2011

Questa non è una pipa

 Una Genod con bocchino in corno "popolare". Più che una pipa, uno strumento di tortura.

Il buon Tarek mi ha rifornito in passato di molte meraviglie. Ma tra le esperienze eccezionali che gli devo c'è anche (non certo per colpa sua) la pipa peggiore tra quelle che abbia mai posseduto e fumato. E' una pipa francese che scelsi attirato dal suo bocchino in corno popolare, sia nel taglio a sezione molto spessa e rotonda che nel materiale: normale corno di un normale animale da lavoro, senza nessuna di quelle proprietà straordinarie che rendono possibili le opere d'arte di Gilli.  E' un corno privo di qualunque nobiltà esotica che, con la sua normalità, rende necessario il tipo di sezione spessa e poco confortevole che molti fumatori odiano, ma che era esattamente quello che cercavo io. Volevo una pipa ruvida, di quelle che si possono immaginare nelle mani grosse di un contadino francese, dunque non me la sono presa a male quando, una volta estratta dalla sua scatola, ho scoperto nella testa tutta una gamma di piccole imperfezioni dovute alla ratica per una volta non extra-extra, ma comune, e dunque con le sue inclusioni e i piccoli buchi. Imperfezioni che nulla toglievano alla funzionalità e che nessuno aveva pensato di nascondere con lo stucco. Bene così. Sul bordo superiore del fornello c'era anche un piccolo segno di utensile probabilmente dovuto alla morsa che aveva tenuto la testa ferma nel tornio. Nulla di cui preoccuparsi, anzi un tocco in più che avrebbe regalato alla mia pipa popolare un tocco di verità in più. Volevo una pipa di quelle fatte per uomini da una sola pipa e un solo tabacco (uno di quelli neri e per me infernali). Ma comunque una buona compagna, tutta sostanza contadina. Però non sono riuscito a farla mia. Non mi aspettavo un approccio facile, ma nemmeno la sorda e scorbutica resistenza che questa Genod ha opposto ad ogni tentativo di rodarla. Ha reso amari i miei Virginia, aspre le mie English Mixtures, mi ha legato la bocca, lasciato incollati sulla lingua saporacci insopportabili. Non una, non dieci, ma tutte le volte che ho provato a fumarla prima di riporla in un vaso a perenne ricordo di cosa differenzi una buona pipa, levigata e dolce, da una amara pipa dozzinale (una differenza di cui ho parlato in questo post).
Ultimamente dopo un lungo periodo di mezzadria coi toscani, sono tornato alle mie pipe deciso a non tradirle più.  Ritrovata nelle mie passeggiate l'avventura quotidiana del fumare la pipa, ho provato a sperimentare nel fornello il toscano sbriciolato, delizia per grandi come Peppe Ramazzotti, che però io non ero mai riuscito ad apprezzare. Per tentare questa strada e inebriato dal piacere del rischio, ho scelto dal vaso proprio questa Genod, sperando che il più scorbutico dei tabacchi potesse forse curare con le maniere forti la più scorbutica delle mie pipe. E' stata, effettivamente, la meno sgradevole delle fumate che questa pipa avesse mai regalato e da allora mi sono incaponito a rifumarla, sperando che prima o poi questa testarda Genod voglia ridursi alla ragione. Ci fumo Forte e Comune, trinciati di Kentucky italiano e per lei ho anche inventato miscele in gran parte nostrane, dove i Virginia o le mixtures al latakia sono solo un componente minore che dovrebbe offrire qualche reminescenza, però su una base robustamente rurale, come forse questa pipa pretende. Per un po' la Genod è sembrata piegarsi e ho cominciato a sperare che la testardaggine e la cura di tabacco nostrale potesse finalmente sopraffare questa ostica creatura dello Jura. La perseveranza ha dato qualche risultato e con l'ispessimento della crosta mi è parso che il sapore migliorasse. Quindi ho deciso di premiare la mia pipa ribelle con una caricata mattutina di Trinciato Italia, che al Kentucky italiano aggiunge anche del Virginia e del tabacco di tipo turco (ma pur sempre coltivati in Italia). E' stata una fumata, se non piacevole, quantomeno priva di asperità. Ma poche ore dopo, tornando a casa, la Genod mi ha tradito un'altra volta e la stessa carica di trinciato italiano mi ha dato boccate amare come il veleno, che mi hanno fatto capire che la Genod, come uno di quei muli che ti scaraventano nel burrone quando meno te lo aspetti, non è una bestia dalla quale potrò mai aspettarmi nessuna vera amicizia.
Ho pensato a quegli uomini rudi di una sola pipa e di un solo tabacco, che io non riuscirei mai a fumare. E ho pensato a quanto dura e aspra doveva essere una vita in cui persino fumate del genere rappresentavano un piacere così amato da investirci il poco denaro che non serviva a mangiare, bere e a coltivare il proprio campo. O forse, chissà, a forza di fumarle e violentarle con trinciati impossibili, giorno dopo giorno, senza mai un riposo, quelle terribili pipe cominciavano a regalare piacere dove una radica più raffinata avrebbe alzato bandiera bianca, rovinandosi irrimediabilmente. Può essere che sià così. O più probabilmente era l'uomo a prendere forma giorno dopo giorno, adattandosi alla sofferenza e imparando persino a considerarla un dono.


La stampigliatura della mia Genod

sabato 19 novembre 2011

Una Dunhill dell'età del Jazz

Dunhill Patent 196/S, Billiard, 1927.1936


(un errore di datazione, che mi viene fatto notare da un lettore con un commento spietato, inficia un po' tutta la cornice letteraria della mia descrizione. Per ora, in attesa di un'ispirazione adeguata sull'era dello swing, che è quella propria di questa splendida pipa, la lascio comunque. A dimostrazione della fallibilità umana e a mio maggiore scorno. )

Eravamo nei pieno dei "roaring twenties" quando nella fabbrica Dunhill di Londra venne tagliata questa pipa, di dimensioni piuttosto robuste per la media dell'epoca. Oggi appare come una pipa mediogrande, di un robusto gruppo 4. Allora era ai limiti del pipone, ed era quasi certamente destinata al mercato americano. La finitura era l'innovativa "Shell", introdotta da Dunhill solo dieci anni prima. A quel tempo Dunhill non considerava la sabbiatura una finitura di prezzo inferiore (come è diventata in seguito, per la sua capacità di occultare in modo pregevole e funzionale difetti di coloritura del legno) ma gli riservava una particolare qualità di radica, importata dall'Algeria, e che nella sua sofficità permetteva una sabbiatura più profonda e dettagliata. Agli inizi, inebriato dalla sua scoperta, Dunhill sabbiava le sue pipe con tale entusiasmo che spesso la forma ne risultava alterata. Per questo molte pipe dei primi anni non riportano il numero identificativo della forma-base. Questa invece fu sabbiata con mano, per l'epoca, abbastanza leggera e infatti riporta il numero 196 stampigliato sotto il fornello. Oggi quasi tutte le pipe sono fatte di buona radica almeno un po' stagionata e, se la lavorazione artigianale è una rarità, quella industriale produce comunque oggetti più che decorosi. Ma pur viziati da una qualità molto più diffusa di un tempo, prendere in mano e fumare oggi una pipa come questa è ancora un'esperienza. La lavorazione del bocchino è di una precisione impressionante: il foro di uscita del fumo si allarga a ventaglio all'interno del bocchino ed è rifinito ovale, seguendo la forma esterna stretta e relativamente spessa, tipica delle Dunhill "Patent" (una forma che Dunhill aveva battezzato "confy" ed è stata molti decenni dopo sostituita dal piatto e largo "fishtail"). Una lavorazione degna di un clarinetto, più che di uno strumento da fumo. Nessuna pipa al mondo era rifinita in questo modo allora, né sarebbe pensabile che lo fosse oggi.

E' una pipa fatta per un mondo dove il lusso sfrenato di un prodotto come questo era occultato sotto un aspetto sobrio, che non strillava. Al massimo, col suo puntino bianco, avrebbe potuto parlare all'interno della ristrettissima elite in grado di capire cosa fosse o anche solo di conoscerne l'esistenza. Ma la differenza di qualità tra la radica scelta e curata a olio, finita a poro aperto, sabbiata, rifinita con cura da gioielleria, e le grezze amare pipe popolari dell'epoca (molto peggiori di quelle di oggi) era la stessa differenza che correva tra le strade sudate, rumorose e fumose e il mondo di visoni, camicie di seta e grandi automobili lanciate da Scott Fitzgerald nei suoi romanzi.

Quel mondo di cristallo e diamanti si sarebbe in parte sbriciolato da lì a poco, nel crollo di Wall Street e nella Grande Depressione. Sono rimaste le sue storie. E sono rimaste pipe come questa, che evidentemente avevano più sostanza del mondo per il quale erano state concepite.

Il numero 16, stampigliato dopo il numero di brevetto, data la pipa al 1927 1936

Per dare risalto alla sabbiatura, Dunhill usava radica algerina (mentre le bruyere erano prodotte con radica dura, corsa o italiana)

sabato 5 novembre 2011

La Dunhill indefinibile

Dunhill Bruyere. Non leggo nessun suffisso dopo "made in england", il modello è 705 F/T, dimensione  4 (cerchiato) A. Un gruppo 4 piuttosto grosso per le classificazioni di oggi. Dal tipo e dallo stile di stampigliature penso che sia una pipa degli anni '60. Ma non ne ho la certezza assoluta.


La billiard un po' allungata è una delle forme Dunhill che mi piacciono di più. Questa poi ha qualcosa di speciale nel modo in cui il cannello si rastrema verso l'estremità dell'imboccatura. Rettilineo sotto, inclinato sopra, e con la testa che pende un po' in avanti. Sembra uscita da un film di Jacques Tati.


Ma poi... è davvero una billiard allungata?  E' della fine degli anni '60 come penso? Boh, se qualcuno volesse darmi una mano gli sarei grato. Le stampigliature sono:

  (lato sx)

705 F/T

DUNHILL
BRUYERE

(lato dx)

MADE IN
ENGLAND (nessun suffisso)

4 (cerchiato) A








La stampigliatura non riporta l'anno, il che è sempre un gravissimo indizio di falsificazione.
Ma tutto in questa pipa a me sembra genuino, inclusi caratteri e spaziature dei marchi. Operatore ubriaco o falso?





venerdì 4 novembre 2011

Psychedelic Sasieni







Una Sasieni Buckingham dell'era di Joel Sasieni, riconoscibile dalla stampigliatura "FOUR DOTS" (dopo la vendita del brand la marcatura divenne "4dots"). In termini Dunhill è almeno un gruppo 5.

Penso che questa sia una grande Sasieni "Family Era" abbastanza tarda, sia per le dimensioni che per le condizioni eccellenti in cui mi è arrivata (con l'eccezione di una criminale lucidatura sulla stampigliatura, che la rende appena appena leggibile, ma ancora leggibile). Io ci ho messo del mio crepandole il cannello, nel quale il bocchino entra con perfetta (quindi stretta) tolleranza. Una piccola crepa non letale, credo l'unica che abbia mai causato a una mia pipa, ma che Mauro Gilli mi ha sistemato con una vera oro che, sebbene non originale, è assolutamente perfetta per una creatura che è nella mia collezione per restarci e per essere fumata. Forse questa billiard non è un modello di grazia, trovo il cannello un po' pesante, la forma è un po' indecisa tra billiard e lovat. Ma quando si carica e si accende diventa una di quelle pipe quasi psichedeliche per la finezza delle sfumature di sapori e di aromi che è in grado di evidenziare. Eppure non ci fumo che tabacco... ma del gran tabacco. Mixtures o flakes, poco importa.

Sul gruppo Fumare la Pipa mi è stata chiesta qualche altra foto. Eccola:




Come dicevo, è una pipa che fumo abbastanza spesso....




giovedì 27 ottobre 2011

La mia prima buona pipa


Savinelli Silver 101, bocchino in corno di bufalo nero, tagliato da Mauro Gilli


Ho cominciato a fumare la pipa a sedici anni, di nascosto da mio padre e soprattutto dagli amici, che mi avrebbero preso per il culo fino alla morte. Le mie prime pipe sono state delle cosette da tabaccaio da dimenticare. E infatti le ho dimenticate. Ad Amsterdam, verso i vent'anni, comprai la prima Stanwell, che fu la mia prima pipa ufficiale, ovvero la prima che osai mettermi a fumare in poltona a casa dei miei.  Era una pipa qualitativamente decente ma piuttosto bolidista nelle forme. Ci fumavo dei Curly cut poderosi che mi facevano girare la testa, anche perché la pipa era curva e dal fornello i vapori del Three Nuns tendevano a salirmi direttamente al naso causandomi talvolta dei mezzi svenimenti. Quella pipa ce l'ho ancora, è stata la mia prima pipa vera, ma non una vera buona pipa.
Il titolo spetta a questa Savinelli silver modello 101, la prima pipa che comprai con i primi soldi del mio rimborso spese da borsista Assap. Mio padre aveva alcune silver sabbiate nere che mi piacevano molto e che a  quei tempi (ipse dixit) erano le pipe da comprare per risparmiare un po' sul massimo di Savinelli, la Punto Oro. Oltre la punto oro c'erano la Giubileo d'Oro, costosissima e immacolata da qualunque difetto anche microscopico e le Autograph, piponi freestyle tagliati a mano in pezzi unici, che però non ci piacevano (e in genere non mi sono mai piaciute nemmeno dopo). I soldi per una Punto Oro non li avevo (liscia, costava 120mila lire), forse non mi ci sentivo pronto. Soprattutto nel negozio di via Orefici mi innamorai della Savinelli 101, che sul catalogo mi aveva colpito meno. Il modello era ed è una grossa e tozza billiard che gli inglesi chiamano Chubby e qualcuno chiama "Maigret", credo perché mio padre ne aveva reso famosa la forma nelle sue copertine, pur non possedendone nemmeno una e senza che Gino Cervi avesse mai fumato pipe di questo tipo nelle serie di film per la TV che avevano reso famoso il personaggio in Italia. Trovavo che la vera di argento caratteristica della silver stesse benissimo su questo modello che per il mio gusto avrebbe dovuto assolutamente essere liscio (cosa che mi avrebbe portato a investire 80mila  lire invece delle 60 che costava la sabbiata). E così uscii felice dal negozio con quella che sarebbe stata la mia prima buona pipa. Credo sia la pipa che ho fumato di più in assoluto, fino a sbiadire il suo originario colore rossiccio. Ma l'ho fumata bene, senza abusarla con l'accendino, sempre accendendola con i fiammiferi svedesi per non bruciare e arrotondare il bordo del fornello all'interno. Il che è grave con tutti i fornelli, ma specialmente in quelli che io preferisco, spessi, tagliati dritti sopra, con una fornace cilindrica e senza svasature. Dopo innumerevoli fumate, tutte le superfici di questa pipa si incontrano ancora con gli angoli taglienti, caratteristici di questo modello e senza i quali una 101 diventa una ciabatta sformata.
L'ho fumata a letto, in poltrona, passeggiando, chiamando la wolverina la sera dal telefono a gettoni di fronte a casa mia, quando non eravamo ancora sposati. L'ho fumata sempre con misture inglesi di latakia, che sono la morte sua, e l'ho fumata fino al punto di consumarne l'originale bocchino in ebanite di qualità un po' così così (non il punto forte di Savinelli). E così, col tempo, le ho regalato un bocchino nuovo e irragionevolmente lussuoso, in corno di bufalo nero, tagliato a mano da Mauro Gilli a Torino.
I casi della vita hanno fatto sì che sia finita nella rastrelliera che tengo qui in ufficio, dove un tempo potevo fumarla. Ormai non più. Ogni volta che la riprendo in mano ne sento la nostalgia, e ho deciso che la rimetterò in funzione, per le mia passeggiate all'ora di pranzo o tra l'ufficio e casa. Non è una piuma. Non sarà la pipa ideale da tenere tra i denti  camminando, ma si può fare. E lo farò di nuovo.