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sabato 29 dicembre 2012

Mauro Gilli: il passaggio a Nord-Ovest



Due Gilli LB, di qualche annetto fa. Nella scala di Mauro sono marcate con due stelle, il che ne fa due belle chiare di tutto rispetto. Quando posso, e sono tranquillo che mia moglie non legga l'estratto-conto, mi piace ordinare le pipe a coppie, come pistole da duello, con solo leggere differenze. In questo caso il bocchino di ambra coltivata con vera oro (sopra) e di bufalo indiano con vera argento (sotto). Sono tra i pezzi più belli della mia minicollezione di LB (large billiard). Uno shape classico Dunhill, rivisitato da Savinelli con la famosa 101.

Flashback. Vedo mio padre costernato, seduto alla sua scrivania. Ha tra le mani una piccola Dunhill curva. Io sono lì con lui, nel suo studio. Non so bene quanti anni io abbia (sono stato lì molte volte per molti anni) ma certamente non ho minimamente l'età necessaria ad interessarmi personalmente a come debba essere fatta e come si fumi una pipa. Tutto ciò per lui non è minimamente un problema. 

La sua idea non è mai stata che i genitori debbano trovare argomenti e linguaggi per mettersi in sintonia con i figli. Sono i figli che, quando e se ne saranno in grado, avranno facoltà di mettersi in contatto con gli argomenti e i linguaggi degli adulti. Lui comunque è sempre lì. E non sarà certo l'idea che i suoi figli siano piccoli a trattenerlo dallo spiegare loro perché un bassorilievo sia degno di essere ammirato, perché Cassandre, Konecsni o Savignac siano così grandi. Perché la libertà sia un bene prezioso, concreto, che si può toccare, vedere, annusare. O per venire un po' più vicino al topic di questo blog, perché il bocchino di una Dunhill, tirato dritto quando è dritto o, nel caso sia curvo, piegato armoniosamente secondo una parabola che esalta la forma della pipa, sia così immensamente superiore a certe ciabatte sformate molliccie e di forma "ciucciata" (il termine è suo e identifica quei bocchini conici che si restringono non regolarmente, ma con una curva improvvisa), che pure certe sue pipe montano. Quando sarà il momento capiremo. E io, in quel momento, sto capendo.

Sto capendo che una delle sue Dunhill è stata straziata da un riparatore al quale l'aveva affidata con eccessiva fiducia. Verso il mondo in cui vive mio padre continua ad avere l'ingenuità innocente del profugo.  Il nome del negozio, la sua insegna secolare, la vetrina su una bella via centrale, i modi cortesi, l'aspetto competente lo fanno sentire sicuro che il suo bocchino consumato verrà semplicemente sostituito con un nuovo bocchino Dunhill, una specie di ricambio originale che farà tornare la sua pipa esattamente com'era quando l'ha comprata, ormai diversi anni fa. Non ha dubbi, non ha diffidenze. Non pensa di poter avere a che fare con qualche improvvisato e approssimativo cialtrone, che maschera l'incompetenza con il funzionalismo (o con l'ideologia), come quelli che ha lasciato per sempre alle spalle, oltre le barriere di filo spinato.
La profonda costernazione in cui lo vedo, con la sua Dunhill straziata tra le mani, rappresenta la caduta anche di questa piccola isola di certezza. Il bocchino nuovo, sì, ha il puntino bianco. Ma la sua curva è sbagliata, il raccordo col cannello non ha nulla di perfetto. La pipa non è più, non potrà più essere, quella di prima. Tutto l'insieme grida falsità e tradimento, e io in quel momento sto capendo quel dramma in miniatura, pur non avendo mai avuto nessuna competenza sul come debba essere fatta una pipa.

Quel bocchino tremendo nella sua inadeguatezza ha rappresentato per me un ricordo incancellabile. Per molti anni ho pensato che un bocchino su una pipa, e specialmente su una bella pipa, non si potesse assolutamente sostituire con ragionevoli speranze di successo. Il bocchino e la pipa nascono insieme e ogni tentativo di riprodurne a posteriori il misterioso equilibrio originario è destinato al fallimento. Così mio padre aveva razionalizzato il disastro della sua Dunhill e questo avevo assunto come dato di fatto, sia quando la pipa non la fumavo ancora che quando ho cominciato ad averne. Ci sono voluti molti anni, e forse l'improntitudine che ad una certa età porta a gettarsi alle spalle le certezze acquisite dai padri, per rimettere in discussione questo principio. Ero oltre le prime pipe, già in una fase in cui si acquista anche un po' per passione ed avventura. Ed è stato un indaffarato Noli, in galleria, forse troppo indaffarato per occuparsi personalmente della questione, a parlarmi di un artigiano di Torino che certamente poteva restituire la vita ad una disgraziata Dunhill che avevo comprato imprudentemente su ebay (allora appena nata), senza rendermi conto che poco era rimasto di sano, oltre alla testa. 
Non avevo una pipa da rimpiangere, solo un rottame tra le mani, e anche questo mi ha aiutato a prendere il coraggio di ritentare la strada sulla quale le aspettative di mio padre erano state così duramente tradite. Tentai, ma senza grandi speranze e senza fidarmi troppo, la via di Mauro Gilli. E Mauro Gilli fece il miracolo. 
Quando (dopo molti mesi) la pipa riapparve tra le mie mani con il suo bocchino nuovo, in tutto e per tutto fantastico come quello che la pipa doveva avere avuto da nuova, forse persino migliore, perfettamente armonico,  perfettamente tirato come mio padre mi aveva insegnato che un bocchino Dunhill dovesse essere, fu come avere trovato il passaggio a Nord-Ovest.
La feci vedere a mio padre, con qualche timore che lui ci trovasse difetti che io ancora non avevo visto. Ne rimase ammirato, al punto che riprese dallo scaffale la sua vecchia Dunhill, rimasta per anni praticamente infumata. Facemmo insieme una scatola di pipe da sistemare. Io un po' delle mie Savinelli che nel frattempo avevano esaurito la corsa dei loro poveri bocchini originali. Lui qualcosa di suo, tra cui una splendida e fragile Castello a cui aveva crepato il cannello e che non aveva più osato riparare, preferendo tenerla insieme con lo scotch. Gilli a quel tempo lavorava come un ossesso, senza nemmeno l'aiuto di suo nipote Simone, che oggi sta crescendo nella sua bottega. Dopo un'attesa quasi infinita di mesi, mesi e mesi, le pipe tornarono, senza essere nulla di meno del meglio che si potesse sperare. Le Savinelli sono nei link sopra, da vedere. La Dunhill di mio padre era tornata, finalmente, una Dunhill. La Castello aveva una vera oro a filo che sembrava nata con lei. La speranza che il grande negozio aveva tradito era stata restaurata in uno scantinato di Torino, da un uomo che non avevo mai visto né sentito, se non per telefono.
Su una cosa ero comunque sicuro che mio padre avesse ragione: fare un bocchino Dunhill nuovo su una pipa vecchia era l'impresa più difficile con cui un artigiano della pipa si potesse misurare. Un uomo capace di fare questo con la maestria di Gilli, non avrebbe certo avuto problemi a fare una pipa intera, almeno in teoria. A quei tempi lo sentivo spesso al telefono, con la scusa di avere notizie delle mie pipe e in realtà per sapere quali idee e novità ci fossero nel suo laboratorio. Un giorno lo incontrai anche a pranzo con la moglie, in un ristorante del centro e l'impressione di un uomo semplice, onesto, geniale e straordinario si fissò in me in modo definitivo. Mi venne voglia di avere una pipa fatta interamente da lui. Non sapevo decidere se volevo il bocchino in ambra (che avevo visto nelle vetrine di Al Pascià) o quello in corno duro indiano. E così, appena ebbi la possibilità economica, ordinai le due pipe, ovvero le due chubby billiard (Gilli le chiamava Maigret), che si vedono sopra. Ne uscirono, ovviamente, due capolavori assoluti. Qualche anno dopo, in occasione di qualche altra riparazione, mi feci fare anche una square panel, un'altra delle mie forme. Tre pipe che ho fumato per anni con immensa soddisfazione. 

La pipa, come tutte le passioni, ha i suoi momenti brucianti e i periodi più quieti, abitudinari. E' passato molto tempo senza che sentissi più il bisogno di comprare nulla di nuovo, e quindi senza incappare in quegli incidenti che rendono prezioso l'intervento di Gilli. Anche Mauro ha avuto le sue traversie. Ma da quando è tornato a lavorare a tempo pieno, anch'io per qualche sintonia ho sentito il bisogno di aggiungere nuovo materiale al mio debordande blob pipesco.
Da circa un anno possiedo anche la liverpool che si vede sotto, la mia prima Gilli curata a olio. Ancora più recentemente, ho visitato insieme a mio cugino Andrea il laboratorio di Mauro e mi sono portato a casa questa canadese. La mia prima Gilli con bocchino in metacrilato. E certamente non me ne sono pentito. Altre pipe, non meno belle, che prima o poi metterò su queste pagine, sono già al lavoro. Quella di Gilli è una febbre contagiosa, che si aggrava in chi l'ha già e si trasmette facilmente per contatto. Ora che il web è diventato uno strumento con cui gli appassionati si scambiano idee ed impressioni sui nuovi acquisti, vedo che la presenza delle pipe di Gilli è in forte accelerazione.
Gilli è il tipo di persona che insieme a qualunque cosa spedisca e faccia pagare, sulla grande pipa come sul lavoretto, ti fa trovare una fattura, senza bisogno che nessuno gliela chieda. Effettivamente, nelle cose che fa, oltre alla straordinaria abilità manuale e al perfezionismo esasperato, si sente proprio questa immensa integrità morale. La pipa di ginepro Paronelli, che mi è esplosa dopo una fumata, è ancora nelle sue mani. E sono certo che non tornerà finché Mauro non avrà trovato un modo di ripararla che non rischi di creare una nuova delusione. 
Ci vuole un uomo duro per fare un pollo morbido, diceva un famoso slogan americano. Per riparare qualcosa di più grande e di più doloroso di un bocchino spezzato, ci voleva un uomo come Mauro Gilli.




 
Una delle mie ultime Gilli (per ora). Una liverpool in gruppo 4/5 (14cm x 48mm x foro 19mm x solo 38 gr di peso).
Pipa deliziosa, anche grazie all'oil curing che da qualche tempo Gilli offre a richiesta sulle sue pipe.
Il dente, assolutamente meraviglioso. Una delle firme di Mauro.

giovedì 24 novembre 2011

Questa non è una pipa

 Una Genod con bocchino in corno "popolare". Più che una pipa, uno strumento di tortura.

Il buon Tarek mi ha rifornito in passato di molte meraviglie. Ma tra le esperienze eccezionali che gli devo c'è anche (non certo per colpa sua) la pipa peggiore tra quelle che abbia mai posseduto e fumato. E' una pipa francese che scelsi attirato dal suo bocchino in corno popolare, sia nel taglio a sezione molto spessa e rotonda che nel materiale: normale corno di un normale animale da lavoro, senza nessuna di quelle proprietà straordinarie che rendono possibili le opere d'arte di Gilli.  E' un corno privo di qualunque nobiltà esotica che, con la sua normalità, rende necessario il tipo di sezione spessa e poco confortevole che molti fumatori odiano, ma che era esattamente quello che cercavo io. Volevo una pipa ruvida, di quelle che si possono immaginare nelle mani grosse di un contadino francese, dunque non me la sono presa a male quando, una volta estratta dalla sua scatola, ho scoperto nella testa tutta una gamma di piccole imperfezioni dovute alla ratica per una volta non extra-extra, ma comune, e dunque con le sue inclusioni e i piccoli buchi. Imperfezioni che nulla toglievano alla funzionalità e che nessuno aveva pensato di nascondere con lo stucco. Bene così. Sul bordo superiore del fornello c'era anche un piccolo segno di utensile probabilmente dovuto alla morsa che aveva tenuto la testa ferma nel tornio. Nulla di cui preoccuparsi, anzi un tocco in più che avrebbe regalato alla mia pipa popolare un tocco di verità in più. Volevo una pipa di quelle fatte per uomini da una sola pipa e un solo tabacco (uno di quelli neri e per me infernali). Ma comunque una buona compagna, tutta sostanza contadina. Però non sono riuscito a farla mia. Non mi aspettavo un approccio facile, ma nemmeno la sorda e scorbutica resistenza che questa Genod ha opposto ad ogni tentativo di rodarla. Ha reso amari i miei Virginia, aspre le mie English Mixtures, mi ha legato la bocca, lasciato incollati sulla lingua saporacci insopportabili. Non una, non dieci, ma tutte le volte che ho provato a fumarla prima di riporla in un vaso a perenne ricordo di cosa differenzi una buona pipa, levigata e dolce, da una amara pipa dozzinale (una differenza di cui ho parlato in questo post).
Ultimamente dopo un lungo periodo di mezzadria coi toscani, sono tornato alle mie pipe deciso a non tradirle più.  Ritrovata nelle mie passeggiate l'avventura quotidiana del fumare la pipa, ho provato a sperimentare nel fornello il toscano sbriciolato, delizia per grandi come Peppe Ramazzotti, che però io non ero mai riuscito ad apprezzare. Per tentare questa strada e inebriato dal piacere del rischio, ho scelto dal vaso proprio questa Genod, sperando che il più scorbutico dei tabacchi potesse forse curare con le maniere forti la più scorbutica delle mie pipe. E' stata, effettivamente, la meno sgradevole delle fumate che questa pipa avesse mai regalato e da allora mi sono incaponito a rifumarla, sperando che prima o poi questa testarda Genod voglia ridursi alla ragione. Ci fumo Forte e Comune, trinciati di Kentucky italiano e per lei ho anche inventato miscele in gran parte nostrane, dove i Virginia o le mixtures al latakia sono solo un componente minore che dovrebbe offrire qualche reminescenza, però su una base robustamente rurale, come forse questa pipa pretende. Per un po' la Genod è sembrata piegarsi e ho cominciato a sperare che la testardaggine e la cura di tabacco nostrale potesse finalmente sopraffare questa ostica creatura dello Jura. La perseveranza ha dato qualche risultato e con l'ispessimento della crosta mi è parso che il sapore migliorasse. Quindi ho deciso di premiare la mia pipa ribelle con una caricata mattutina di Trinciato Italia, che al Kentucky italiano aggiunge anche del Virginia e del tabacco di tipo turco (ma pur sempre coltivati in Italia). E' stata una fumata, se non piacevole, quantomeno priva di asperità. Ma poche ore dopo, tornando a casa, la Genod mi ha tradito un'altra volta e la stessa carica di trinciato italiano mi ha dato boccate amare come il veleno, che mi hanno fatto capire che la Genod, come uno di quei muli che ti scaraventano nel burrone quando meno te lo aspetti, non è una bestia dalla quale potrò mai aspettarmi nessuna vera amicizia.
Ho pensato a quegli uomini rudi di una sola pipa e di un solo tabacco, che io non riuscirei mai a fumare. E ho pensato a quanto dura e aspra doveva essere una vita in cui persino fumate del genere rappresentavano un piacere così amato da investirci il poco denaro che non serviva a mangiare, bere e a coltivare il proprio campo. O forse, chissà, a forza di fumarle e violentarle con trinciati impossibili, giorno dopo giorno, senza mai un riposo, quelle terribili pipe cominciavano a regalare piacere dove una radica più raffinata avrebbe alzato bandiera bianca, rovinandosi irrimediabilmente. Può essere che sià così. O più probabilmente era l'uomo a prendere forma giorno dopo giorno, adattandosi alla sofferenza e imparando persino a considerarla un dono.


La stampigliatura della mia Genod

giovedì 10 novembre 2011

Una rhodesiana milanese. E un poco torinese.



La mia Savinelli Punto Oro sabbiata, 509 KS, con bocchino in corno duro indiano e vera quadrata in argento (estetica), realizzati da Mauro Gilli.

Ci sono pipe che vanno e pipe che restano. Questa è una di quelle a cui tengo di più anche se le fumo meno di una volta. E anche se non sono un oggetto collezionistico di particolare interesse. Potrei sopravvivere se perdessi una Dunhill Patent Tanshell (anche perché al momento non ce l’ho...) ma soffrirei terribilmente se dovessi fare a meno di questa Savinelli punto oro sabbiata.

A parte le questioni affettive, questa pipa secondo me è una bellissima interpretazione della Rhodesian: geometrica e solida, molto personale. Sabbiata come meglio non si può sabbiare. Così la pensavo quando la misi nel mio primo portapipe da sei, ancora lontano dall’essere completo. E così continua ad apparirmi oggi, che di pipe ne ho forse anche troppe. A forza di fumarla il vecchio bocchino in ebanite (fuso, non tagliato a mano, di qualità discutibile come spesso succede nelle Savinelli), se n’è andato. E allora anche a questa pipa ho regalato un capolavoro di Mauro Gilli, forse quello esteticamente meglio riuscito. Corno esotico durissimo e resistentissimo, con una veretta argento quadrata, che Mauro mi consigliò per ragioni estetiche, devo dire con piena ragione. E’ una Rhodesian un po’ grossa. Ma in bocca è una piuma e, come dicevo in questo post, alla Rhodesian è permesso quello che a una Bulldog in forma classica non potrebbe essere possibile. A questa Rhodesian, poi, permetterei tutto.




La perfetta sabbiatura, con venatura ben definita (anche se raramente scavata in profondità) è spesso un punto forte di Savinelli. E in questo caso lo è.




Dettaglio del bocchino in corno esotico di qualità eccelsa. Spero che queste immagini, su una pipa che è stata fumata senza risparmio anche dopo la sostituzione del bocchino, facciano giustizia a un materiale che molti considerano insano, poco durevole, di qualità scadente. E che invece, al suo meglio, è forse il miglior materiale con il quale si possa realizzare il bocchino di una pipa

giovedì 27 ottobre 2011

La mia prima buona pipa


Savinelli Silver 101, bocchino in corno di bufalo nero, tagliato da Mauro Gilli


Ho cominciato a fumare la pipa a sedici anni, di nascosto da mio padre e soprattutto dagli amici, che mi avrebbero preso per il culo fino alla morte. Le mie prime pipe sono state delle cosette da tabaccaio da dimenticare. E infatti le ho dimenticate. Ad Amsterdam, verso i vent'anni, comprai la prima Stanwell, che fu la mia prima pipa ufficiale, ovvero la prima che osai mettermi a fumare in poltona a casa dei miei.  Era una pipa qualitativamente decente ma piuttosto bolidista nelle forme. Ci fumavo dei Curly cut poderosi che mi facevano girare la testa, anche perché la pipa era curva e dal fornello i vapori del Three Nuns tendevano a salirmi direttamente al naso causandomi talvolta dei mezzi svenimenti. Quella pipa ce l'ho ancora, è stata la mia prima pipa vera, ma non una vera buona pipa.
Il titolo spetta a questa Savinelli silver modello 101, la prima pipa che comprai con i primi soldi del mio rimborso spese da borsista Assap. Mio padre aveva alcune silver sabbiate nere che mi piacevano molto e che a  quei tempi (ipse dixit) erano le pipe da comprare per risparmiare un po' sul massimo di Savinelli, la Punto Oro. Oltre la punto oro c'erano la Giubileo d'Oro, costosissima e immacolata da qualunque difetto anche microscopico e le Autograph, piponi freestyle tagliati a mano in pezzi unici, che però non ci piacevano (e in genere non mi sono mai piaciute nemmeno dopo). I soldi per una Punto Oro non li avevo (liscia, costava 120mila lire), forse non mi ci sentivo pronto. Soprattutto nel negozio di via Orefici mi innamorai della Savinelli 101, che sul catalogo mi aveva colpito meno. Il modello era ed è una grossa e tozza billiard che gli inglesi chiamano Chubby e qualcuno chiama "Maigret", credo perché mio padre ne aveva reso famosa la forma nelle sue copertine, pur non possedendone nemmeno una e senza che Gino Cervi avesse mai fumato pipe di questo tipo nelle serie di film per la TV che avevano reso famoso il personaggio in Italia. Trovavo che la vera di argento caratteristica della silver stesse benissimo su questo modello che per il mio gusto avrebbe dovuto assolutamente essere liscio (cosa che mi avrebbe portato a investire 80mila  lire invece delle 60 che costava la sabbiata). E così uscii felice dal negozio con quella che sarebbe stata la mia prima buona pipa. Credo sia la pipa che ho fumato di più in assoluto, fino a sbiadire il suo originario colore rossiccio. Ma l'ho fumata bene, senza abusarla con l'accendino, sempre accendendola con i fiammiferi svedesi per non bruciare e arrotondare il bordo del fornello all'interno. Il che è grave con tutti i fornelli, ma specialmente in quelli che io preferisco, spessi, tagliati dritti sopra, con una fornace cilindrica e senza svasature. Dopo innumerevoli fumate, tutte le superfici di questa pipa si incontrano ancora con gli angoli taglienti, caratteristici di questo modello e senza i quali una 101 diventa una ciabatta sformata.
L'ho fumata a letto, in poltrona, passeggiando, chiamando la wolverina la sera dal telefono a gettoni di fronte a casa mia, quando non eravamo ancora sposati. L'ho fumata sempre con misture inglesi di latakia, che sono la morte sua, e l'ho fumata fino al punto di consumarne l'originale bocchino in ebanite di qualità un po' così così (non il punto forte di Savinelli). E così, col tempo, le ho regalato un bocchino nuovo e irragionevolmente lussuoso, in corno di bufalo nero, tagliato a mano da Mauro Gilli a Torino.
I casi della vita hanno fatto sì che sia finita nella rastrelliera che tengo qui in ufficio, dove un tempo potevo fumarla. Ormai non più. Ogni volta che la riprendo in mano ne sento la nostalgia, e ho deciso che la rimetterò in funzione, per le mia passeggiate all'ora di pranzo o tra l'ufficio e casa. Non è una piuma. Non sarà la pipa ideale da tenere tra i denti  camminando, ma si può fare. E lo farò di nuovo.