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martedì 10 ottobre 2017

Elogio dell'imperfezione


La Dunhill 4124 di mio padre. La pipa sbilenca e caratteriale che mi fece innamorare delle square panel.










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"Per essere perfetta le mancava solo un difetto".

Quando ancora collezionavo su un quadernetto grandi massime che per la loro struttura o per la loro intrinseca verità avrebbero dovuto ispirarmi nel mio lavoro di titolista, questa frase (di Karl Kraus) la piazzai al posto d'onore. O quantomeno la scrissi abbastanza calcata da restare incisa nella memoria anche ora che il quadernetto è da lungo tempo perduto.
E' bella nella sua struttura ma soprattutto contiene una grande verità, perlomeno una verità che è vera per me. Benché la ricerca della perfezione sia doverosa, la cialtronaggine irritante, nulla che vale si ottenga senza fatica, senza desiderio, senza cercare ossessivamente di migliorarsi, la perfezione è qualcosa di profondamente diverso dall'assenza di difetti formali. Non la puoi verificare con un compasso o con un computer. E se la prova strumentale riesce, se tutto è a posto, centrato, misurato, perfetto, è quasi certo che quello che hai davanti è qualcosa che non parla, non canta, non dice niente. Un assolo perfetto. Un quadro perfetto. Una donna perfetta. Ogni cosa, ogni nota, ogni pennellata, ogni dettaglio, proporzione, angolo al suo posto. Difficile immaginare qualcosa di più misero e di più mediocre di una "perfezione" così.
Tutto questo non l'avevo ancora messo bene a fuoco quando mio padre un giorno tornò da Noli portandosi questa panel. La prima panel che avessi mai visto. Una pipa quadrata. Mi ricordava alcune storie a fumetti ambientate in un mondo quadrato, con uova quadrate, teste quadrate. Io ero un ragazzo, la pipa non la fumavo. Ma mio padre mi parlava spesso di pipe. Mi mostrava le forme, mi spiegava perché alcune erano belle e altre no. Perché amava le Dunhill, che non avevano il bocchino orribile che lui definiva "ciucciato" tipico delle Savinelli (che pure per il resto apprezzava. Pensava che spesso fossero disegnate anche meglio). Le Dunhill avevano questo bocchino dritto, tirato. Non erano sempre e necessariamente più belle ma la loro superiorità era evidente. Costavano anche in modo irragionevole e per questo se ne permetteva poche. E poi aveva questa idea che qualcosa di raro, di prezioso, di assoluto, non andasse inflazionato. Di pipe non ne aveva tante quante ne guardava e di Dunhill tanto meno. Non ne comprava in modo compulsivo come fanno molti di noi e io per primo. Non le ordinava online e non solo perché i computer erano di là da venire. Non si metteva in casa cose che gli piacessero a metà, per un quarto, per un dettaglio, come curiosità. Quando sceglieva una pipa pensava e ripensava,  la rigirava in mano all'infinito, tornava a vederla, soppesava il suo grado di affinità, nel dubbio non la comprava. Si tratteneva credo apposta con una temperanza zen che aveva per alcune cose sì e per altre no. Per le pipe, sì. Perché alle pipe ci teneva molto.
Così un giorno tornò a casa trionfante con questa pipa. Le Dunhill che aveva erano dei mezzi cimeli, me le mostrava con orgoglio ma erano parte di un mondo in cui io ancora non esistevo, o stavo in un passeggino e avevo tutt'altri interessi. Questa era una Dunhill nuova, o meglio seminuova, presa da Noli d'occasione ma quasi infumata. Una pipa che l'aveva catturato, che gli aveva fatto fare dopo molto tempo questa follia. Non aveva mille panel. Ne aveva una sola, questa. Una cosa che amava di questa pipa quadrata era la sua personalità. Mi faceva vedere il fianco sinistro dove la sabbiatura si era mangiata un po' una faccia. Diceva che sembrava modellata con una ditata. Era un misto eccitante di perfezione e di imperfezione. Un bocchino geometrico, con angoli taglienti, tirato con precisione ossessiva, completava una testa dove non c'era una linea che fosse davvero parallela all'altra. Guardava la sua pipa e ci vedeva una potente scultura cubista, una pipa che avrebbe potuto fare Braque.
Quella pipa ipnotizzava anche me e la sua ossessione sarebbe nel tempo diventata la mia ossessione per le panel. La sera quando la fumava la guardavo e le sue linee vagamente scalene chiamavano il mio sguardo attirandolo in un gorgo. Più tardi, quando la pipa più o meno di nascosto cominciai a fumarla pure io, mi capitò anche di aspettare che se ne andasse a letto, dopo il film, per caricarmela e tirare qualche boccata, con il suo tabacco. Io avevo le mie pipette mediocri. Ma quella era la Dunhill. E col terrore che mio padre riapparisse improvvisamente dalla porta del salotto, godetti insieme a lei più di un momento di piacere clandestino.
Se avessi una pipa che mi rappresenta, se dovessi avere soltanto uno shape, quella forma sarebbe certamente la panel. E non c'è nessun dubbio che questa monomania sia nata in me ammirando all'infinito quella pipa.
Ho cercato di ricomprarmela mille volte senza riuscirci mai. Ho comprato panel di Dunhill e di altri in quantità, alcune belle, altre bellissime. Ma nessuna come questa, e non credo che il suo fascino sia solo nel fatto che era la panel di mio padre. 
A forza di guardare e spesso comprare panel ho imparato almeno una cosa, che è valida per tutte le pipe ma lo è particolarmente per questo shape, che attira verso il disastro il pipemaker privo di talento. Anzitutto la sua perfezione ideale è del tutto indefinibile. Gli angoli "giusti" non sono quelli che ti aspetteresti. Se la metti davvero in squadra e fai una testa perfettamente a 90 gradi, se prendi le misure di una panel bellissima e tenti di riprodurle uguali uguali, qualcosa ti sfuggirà sempre. Ci sono tanti modi di fare una panel fascinosa. Un po' più grande, un po' più piccola, un po' più slanciata o un po' più maschia e muscolata. Alta giusta o tendente alla pot. Entro certi limiti le idee valide possono essere molte. Ma per farla deve esserci un tagliatore di radica che di personalità abbia la sua. Può essere Gilli, può essere Bill Taylor, può essere Les Wood o un italiano emergente tra i pochi che stimo (e non tutti quelli che stimo sanno fare una bella panel). Insomma, per fare una bella quadrata ci vuole un artigiano con le palle.
Ci vuole perché la perfezione perfetta è terribilmente noiosa e per fare una panel occorre un uomo libero dall'ansia di trovare conferme. Capace di uscire da quella prigione quadrata e fare qualcosa di più, e non di meno di una forma geometricamente perfetta. La scelta della finitura può aiutare un po'. La superficie ideale della panel, secondo me, è quella sabbiata. La sabbiatura di per sé introduce quel pizzico di imponderabile, quella tensione tra quadratura e irrazionale che può soffiare l'anima dentro un oggetto. Si mangia un po' un angolo, scava col suo ditone una faccia liscia.
Penso che il ditone che scavò la panel di mio padre sia stato quello di dio, o meglio quello di Bill Taylor, che parlando di pipe è un po' la stessa cosa. Quando la sua panel uscì dalla fabbrica di Dunhill, Taylor lavorava ancora in prima linea e non credo che nessun altro avrebbe potuto fare e ancora di più autorizzare e marcare come Dunhill, a prezzo di lusso, una pipa che davvero ha ben poco di formalmente perfetto. Guardando la pipa con gli occhi dell'uggioso acquirente da internet di oggi, che apre il suo pacco con il terrore di essere stato gabbato, o del mediocre artigianello con riga, cad e compasso, c'è da restare allucinati. Negli angoli delle quattro facce della testa non se ne trova uno uguale. Il cannello è più rastremato da un lato che dall'altro, e nessun delle due linee è dritta (non solo per colpa della sabbiatura). La faccia superiore del cannello pende un po' da una parte in una sezione che non ha nulla di perfettamente quadrato. La testa in confronto all'insieme bocchino/cannello tende anche impercettibilmente al piccolo.
Nulla di tutto questo è stato chiaramente voluto. E' uscito così, dalla lima di un uomo per cui la forma e la radica non erano nemici, fonti di ansia, pieni di trappole e di pericoli da disinnescare, ma erano un mezzo di espressione, a cui dare forma senza paura. Un autore, per cui il carattere di un oggetto era tutto e la verifica numerologica nulla. Un uomo che sapeva dove andare, in modo così deciso che anche il caso ha partecipato un po' alla sua creazione. 
Penso davvero che pochi, se non Bill Taylor, avrebbero osato mettere nelle mani del rappresentante una pipa così, convinti che non sarebbe tornata indietro e che qualcuno vedendola se ne sarebbe innamorato. Credo che tra le pipe che ho avuto in mano questa sia quella che spinge al grado più estremo la proporzione di imperfezione che la vera perfezione deve contenere.
Mio padre che con le sue ditone spingeva, scavava, strisciava, e alle volte chiamava il caso, l'acqua, il colore a cooperare con lui, quella pipa la capì al volo.
Più modestamente, mi illudo di averla capita anch'io.





giovedì 22 ottobre 2015

Non avrai altra busta




L'unico e inimitabile Dunhill Rotator.  


Anche grazie  alla  pipa, io e mio padre abbiamo avuto molto tempo per parlare. Per un bel po’ di anni, ogni domenica, subito dopo pranzo, ci ritiravamo nel suo studio. Lui al  suo tavolo, io nella poltrona degli ospiti sotto il cavalletto. Tiravamo fuori le nostre pipe. Lui generalmente caricava la sua col mio tabacco, sapendo che fumavo bene e che poteva assaggiare qualcosa di interessante senza il rischio di buttare soldi e tempo, investendo nell’ignoto. Per il momento lo fumava. Poi, semmai, gliene avrei procurato dell’altro. Quasi mai parlavamo di noi. Si discuteva perlopiù di eventi storici piuttosto oscuri. Magari gli raccontavo di qualcosa che avevo letto ultimamente. Allora uscivano mappe, periodici in ungherese pieni di orecchie e di  post it segnalibro,  foto in bianco e nero, libri, vecchi diari… A volte la discussione procedeva incrementalmente, scavando per anelli concentrici la questione. Altre volte avevamo posizioni contrapposte: io più internazionalista, aperto alle ragioni della Corona Imperiale, austriacante, fondamentalmente labanzo; lui indipendentista senza compromessi, focosamente curuzzo. In uno di questi momenti, per fargli caricare la pipa tirai fuori dalla tasca della giacca un oggetto da poco, che mi ero appena procurato. Era una busta portatabacco in tela gommata giallognola. Un oggetto molto pratico, ripiegabile, che teneva al suo interno una quantità di tabacco rispettabile, senza ingombrare e senza farlo seccare. Costava molto poco, forse me l’avevano addirittura  regalato insieme a qualche acquisto massiccio di qualcosa. Nonostante la sua modesta, quasi misera, apparenza lo portavo nella tasca interna con la certezza di avere acquistato qualcosa di razionale, utile e ben fatto.
Mio padre, che il tabacco lo teneva perlopiù in vecchie scatole o buste ciancicate che ne avevano contenuti altri, e su cui c’era scritto a pennarello cosa contenevano adesso, lo prese in mano come si potrebbe prendere un calzino sporco appena uscito da uno scarpone. “Hai comprato quest’affare?”. Lo teneva per un angolo e, pendendo tra le sue dita, il mio portatabacco giallastro appariva  veramente disgustoso. Balbettai qualcosa cercando di trovare qualche giustificazione al mio comportamento.

“Adesso sei fregato”

La sentenza calò come una mazzata. Non solo la busta gommosa era stata condannata, ma avrebbe rappresentato una maledizione perenne che mi sarei trascinato dietro per sempre. Cercai di capire meglio quali fossero le caratteristiche malefiche di quella busta, che io evidentemente avevo trascurato totalmente, nella mia inesperienza. “Quante buste portatabacco puoi avere?” mi chiese, e lì cominciai a capire. Effettivamente, si possono avere decine di pipe, di scatole di tabacco. Ma la busta portatabacco, oggetto di utilità non proprio strettissima, è un piccolo accessorio personale, una minuscola gratificazione che si può scegliere o meno di concedersi, ma resta qualcosa di piuttosto intimo e unico. Anche quella busta gommosa lo era. I tabacchi che possono andarci dentro sono infiniti, la busta –maledizione- è una.  Aveva in faccia quel mezzo sorriso a presa per il culo che conoscevo così bene. “Una. E tu adesso hai questa. Non potrai mai averne una veramente bella”. Era molto meglio non avere niente che avere una busta come quella, ad occupare l’unico slot sensatamente concesso alla busta portatabacco. Provai a controbattere qualcosa, e non saprei dire cosa visto che la sua ragione era schiacciante.
Così cominciai a odiare la mia busta. Trovai persino che il tabacco lì dentro prendesse un sentore di piscio di gatto. Poco tempo dopo, grazie al cielo, la persi. E' difficile capire come si possa perdere onestamente e sinceramente una busta portatabacco. Comunque mi riuscì.

Memore della dura lezione, potendo grazie a un colpo di fortuna comprare di nuovo la mia prima, e per sempre unica, busta decisi che dovesse essere la più bella, la più morbida, la più sobria, ben fatta busta del mondo. Una che non solo funzionasse meglio di qualsiasi altra busta ma fosse una gioia per gli occhi e per le dita. Una busta che sarei stato sempre più felice di trarre dalla tasca anno dopo anno, invecchiando con lei. Quando l’esigenza è questa, non sono i pochi euro in più o in meno a contare, ma solo ed esclusivamente la soddisfazione che si trae dal proprio investimento.
Un minimo di ricerca e insistenti analisi dei principali negozi mi rivelarono quello che avrei dovuto sapere da prima. Non esiste al mondo una busta così semplicemente perfetta come la Dunhill rotator. Sulla sensatezza del prezzo di una pipa Dunhill si può discutere, ma quando si parla di pelletteria la differenza balza alle dita: è palpabile. Ci sono molte marche quasi altrettanto buone, ma sono sempre un micron troppo spesse, o troppo sottili, o troppo molli, o troppo coriacee.  Una busta Dunhill sta su quel confine sottilissimo dove la morbidezza produce brividi di piacere al contatto, celando però un po’ di nerbo e di consistenza. La rotator di tutte le buste Dunhill è la più geniale: si piega semplicemente in tre, senza zip né orrendi bottoncini. Pulita, essenziale, funzionale, bellissima: “sleek”, come direbbero gli inglesi. Il tabacco va nel tascone dietro ed emerge poco a poco nel taschino davanti, man mano che ti serve. Puoi portarne anche un buon 20 grammi, se devi stare via qualche giorno, sapendo che il tabacco resterà fresco sorprendentemente a lungo. A meno che tu la dimentichi mezza piena in un cassetto, farai sempre prima a finire la scorta che a seccarla.
Soprattutto è un piacere averla, usarla, persino pensarci.
La vita è una. La  busta anche. E’ stupido sprecare la propria unica occasione scegliendo in partenza la mediocrità.

(in realtà oggi di buste ne ho due, l'altra ingegneristicamente diversa la uso per  flake. E' piuttosto buona, quasi buona come la Rotator. Ma non è la Rotator)
 


martedì 6 ottobre 2015

Rav Benamozegh e le Dunhill

La gioia della microvariazione. Due Dunhill Red Bark LBS (Large Billiard Slender): una con vera argento (1973), l'altra (1972) trovata recentemente a Berlino da Der Pfeifelanden.  

Diceva Rav Benamozegh, Maestro livornese, che nella Torah si può trovare tutto. Il saggio troverà la saggezza, il poeta troverà la poesia, il matematico troverà la logica, lo spirituale troverà il trascendente, il materialista troverà le leggi dell'economia, il filosofo la filosofia. E anche lo stolto troverà nella Torah esattamente quello che cerca: un sacco di scempiaggini.

Recentemente mi sono reso conto che, molto più modestamente, qualcosa del genere è vero anche per le pipe di Alfred Dunhill. Sono pipe magnifiche e multiformi. Ma sono anche prismi potenti, attraverso i quali chi le possiede riflette verso il mondo qualcosa di se stesso, e che dalla sua Dunhill uscirà illuminato e amplificato.  Per qualcuno sarà il buon gusto, per qualcuno l'esperienza, per chi la cultura, l'intelligenza, la semplicità (l'importante è fumare bene), il razionalismo, l'opulenza, persino -chi l'avrebbe mai detto- l'anticonformismo. Tutto si può leggere in una Dunhill. Delle volte, anche la scempiaggine di cui l'ha riempita lo stolto.

mercoledì 8 aprile 2015

Scubettare




Questo, anche se non sembra, è un flake scubettato. Un bulk di Medium Virginia Flake (conosciuto in latta come Golden Glow) lasciato a maturare una decina d'anni sotto vuoto e diventato un flake ammappazzato, è stato tagliato per traverso alle sue fibre, creando una cascata di cubetti da 1-2 mm di diametro: la forma più pratica di trasporto e caricamento dei flake.

Se avete fette di flake più normali, tagliatele semplicemente a strisce di 1-2mm per traverso, e infilatele nel vostro portatabacco, i cubetti verrano fuori da soli.

Ci si chiede molto spesso, tra appassionati di pipa, come si faccia a fumare tabacchi dall'apparenza così singolare come i flake. Finché non se n'è venuti a capo, l'interrogativo è tormentoso. Si pensa che la risposta sia nella scienza, nella tecnica, in metodi arcani, quando invece la soluzione sta semplicemente nell'abitudine.
Ad ogni modo ci sono sistemi attraverso i quali fumar flake risulta più facile che con altri. Folle, masochistico, illogico e antistorico, il cosiddetto "metodo macbaren", studiato -io credo- dall'importante casa danese per rendere odiosa la vita ai fumatori di tabacchi di altre marche (ché i macbaren, essendo flake piuttosto annacquati, si riescono a fumare persino torturandoli in quel modo). Agghiacciante e inutile, se non dannoso, è il passaggio nel cosiddetto "grinder", strumento aberrante per chi fuma tabacco e non so quanto utile, nonostante il successo di vendite, per i fumatori di sostanze che la legge per ora continua a scoraggiare. Posso dirlo, per aver spaccato un paio di quelle trappole cercando di avere ragione di un plug.
I flake di marche serie, come i Samuel Gawith, normalmente si fumano semplicemente sfregando una fetta tra i palmi delle mani e caricando, dopo aver aperto e resa vaporosa la pallozza così formata. Si possono ogivare un po' tra le dita, strappucchiare... elemento comune tra tutti questi trattamenti è quello di essere più agevole se fatto a due mani. Sarebbe sempre utile avere due mani libere. Succede però che, quando ci si trova lontani da casa, lontani dalla propria scrivania o dal tavolo da caffè, una delle due mani serva a reggere la pipa, mentre l'altra dovrebbe lavorare da sola il flake, reggere la busta portatabacco e chissà cos'altro, determinando un ingorgo funzionale.

E' una delle ragioni per cui pochissimi fumatori (almeno tra quelli dotati di un numero di braccia standard, e privi di abilità paranormali) porta i suoi i flake in libera uscita. A casa, con tavolinetto, vassoietto, posacenere, fiammiferi e calma olimpica, il flake si può tentare. In trasferta, invece, si rinuncia, il che è un peccato, considerando che il flake per le sue qualità di combustione a bassa temperatura è particolarmente adatto agli ambienti ventosi e all'aria aperta in generale, dove tabacchi più fiammeggianti si consumano con eccessiva rapidità, se non addirittura inceneriscono la pipa che tenta di contenerli.



Quando si hanno alla mano nettari del genere, la scelta della pipa merita un po' di attenzione in più. Questa è una Dunhill 50 F/T, più o meno una gruppo 2 army mount (non ricordo se sia stampigliata gruppo 2 né di che anno sia). Una minuscola curva, quindi singolare.

Lo scubettamento dei flake sembra rispondere in modo perfetto a tutti i problemi che tormentano chi ama i flake, ma ancora ci combatte. Lo scubettato si carica per caduta, con giusto un po' di polverino sopra, ad agevolare la prima combustione. E' facile, non servono tutorial su youtube per apprenderne i misteri. Una volta acceso, fuma preservando tutte le caratteristiche del taglio in flake, non come il poltiglio grinderato che non è più nulla, se non il triste ricordo del tabacco che fu. Soprattutto, si trasporta comodamente, si carica con una mano, con noncuranza, anche facendo altro e persino guardando altrove. Lo scubettato mantiene l'unido quasi come la fetta originaria.

Lo scubettamento è forse il metodo perfetto per fumare flake.
Non sorprende che, in questo mondo imperfetto, sia così poco diffuso.

giovedì 6 febbraio 2014

You won't worry about earthquakes - Telegraph Hill G.L. Pease


Telegraph Hill di Gregory L. Pease, nella pipa in cui lo sto fumando adesso: una Charatan Special 320 DC degli inizi Era Dunhill (circa 1980)

Scrivo delle mie pipe e dei miei tabacchi ormai da un po' di tempo, eppure, rivedendo l'indice dei vecchi articoli prima di cominciare questo, mi rendo dell'ingiustificabile rarità degli articoli dedicati a quello che è con ogni probabilità il più grande blender moderno: G. L. Pease.
Perché tanta avarizia? Forse che i tabacchi di GLP mi piacciano meno di tante altre marche a cui ho dedicato ripetuti omaggi? Più probabilmente, il contrario. 
L'aggettivo più adatto per descrivere lo stile di GLP è "intricato". Raramente i suoi tabacchi escono dalle categorie codificate, quasi mai usano ingredienti esterni (e quando lo fanno, è qualche goccia di rum usato durante la trasformazione in cake), sempre sono fatte col miglior tabacco che il denaro possa comprare. Eppure fumandole quasi mai ti trovi di fronte a qualcosa di diretto, facile. Sono più tabacchi da concentrazione che da relax. E quando arrivi in fondo alla pipa, non sei mai così sicuro di avere capito tutto quello che c'era da capire. "Ne scriverò la prossima volta", pensi. E intanto la scatola finisce... E se è difficile parlarne quando ne stai fumando, ancora più improbabile diventa rimettere insieme i ricordi, appunto, intricati e cercare di fare un ritratto che rende minimamente giustizia al lavoro di chi ha creato quell'equilibrio fragile, cangiante, che non ti è ancora riuscito di mettere in parole. "Sarà per la prossima scatola", pensi. Ma riempita la pipa, acceso il fiammifero, tutto si ripete identico. Come al giorno della marmotta.




La scatola, fuori e dentro. Netto il predominio dei virginia orange e rossi, maturi, gloriosi. Quello del perique è solo un accento. Ma è quello giusto.

Per venirne fuori, stavolta, arrivato verso la metà della scatola, ho deciso di mettermi una pipa in bocca e scrivere, semplicemente, senza pianificare quasi niente. Credo sia l'unico modo di non cadere ancora una volta nella trappola di GLP. La magia non si batte con la pianificazione, forse ci riuscirò con l'improvvisazione.
Appena lo apri, il Telegraph Hill è già una sfida alla tua abilità di descriverlo. L'odore ha qualcosa dei vecchi virginia inglesi, quando prendono di fico secco. Ma di complemento c'è anche quella punta acetica, così tipicamente americana, che ben conosce chi ama i virginia McClelland. Quell'odore che insieme allo zucchero che trasuda dalle foglie ricche dell'Old Belt fa venire in mente l'aroma del ketchup. E' un virginia un po' del vecchio mondo e un po' del nuovo, insomma. E forse per questo ha il nome di un luogo simbolico di San Francisco. Il perique c'è, indubbiamente, ma non ti calcia sulla faccia, non ti trapana le narici. E così rimane una volta che lo accendi.
Tutto quello che ti aspetti da quello che vedi e annusi, nel Telegraph Hill c'è anche quando lo fumi. I virginia sono maturi, dolci, grassi. Il perique è come il triangolo nell'orchestra, o come il pepe nel panpepato: quando vibra, lo senti. Ma tintinna con misura.
La nota dominante resta quella di un dolce molto soddisfacente, morbido, pieno di sfumature e di giochi interni, un intreccio di virginia in cui quasi nulla (o forse nulla) è più chiaro di un bell'orange carico. E poco è più scuro. Forse c'è un po' di firecured ma veramente poco, non tanto per dare forza ma per dare un contrappunto alla sofficità dominante. Per me, fino a questo momento, si è rivelato il virginia più godibile di GLP.
E' un tabacco da fumare ad occhi socchiusi, godendo tutto quello che le sue curve morbide ti regalano ad ogni svolta. Mentre lo fumi, poco di quello che succede intorno potrebbe interessarti.

Per ora l'ho fumato in queste pipe: una Dunhill County gruppo 4, una aerofusi di Daniele Fusi e una chimney Dunhill Cumberland, con army mount in corno.

Caratteristica di quasi tutti i tabacchi di GLP, costruiti come sono su equilibri delicatissimi, è quello di essere molto cangianti da pipa a pipa. Lo fumo in pipe ben avvezze ai virginia un po' conditi, e ogni volta mi sorprende un po'. Più autoritario nella Dunhill quadrata, più rotondo e dolce nella pipa di Daniele Fusi (che con il suo sistema a calabash inversa esalta alcune frequenze, ma non il perique, come mi fanno le aerobilliard di Radice con altre miscele). Ancora acerbo nella Dunhill chimney che si sta svezzando. E' un tabacco che costa, ma è anche un tabacco che in una scatola sola contiene infinite sorprese. Sono soldi ben spesi, anche perché il rapporto qualità/prezzo è difficile da battere quando il numeratore tende a infinito.

venerdì 25 ottobre 2013

Non per soldi ma per denaro




"Non ha senso comprare una Dunhill solo perché costa poco", mi è capitato di scrivere altrove.

L'idea non è certo sbagliata. Ma credo che un po' tutti abbiamo scoperto che non sempre si è capaci di vivere all'altezza dei propri saldi principi. Io in ogni caso ci sono riuscito di rado.
Tra le mie molte debolezze c'è quella di incollare molto spesso il naso ad ebay. Da quando nello scorso millennio, dopo diverse peripezie, vinsi la mia prima asta (incoscientemente, una amber root gr 5 senza foto) ho continuato a godere del brivido di incappare nell'inaspettato, nella pipa introvabile. O quantomeno in una di quelle occasioni a cui non si può proprio dire no.
A volte succede che un venditore dimentichi di indicare qualche parametro essenziale, che sbagli la grafia, che posti nella categoria sbagliata. O semplicemente che tutti i lucci famelici del mondo si siano addormentati insieme, lasciando sguazzare fin quasi alla salvezza la tenera paperella.
Non c'è cosa più bella che alzarsi da soli all'ippodromo per gioire, unici in tutta la tribuna, dell'ultimo metro di un cavallo improbabile e assurdo, che taglia il traguardo per primo. Non c'è cosa più bella che emergere all'ultimo secondo di un'asta, colpendo con esattezza premeditata, là dove un mondo incompetente, distratto o sonnacchioso, per una volta si è dimenticato di guardare.
Certo, la ricerca di questo tipo di gratificazioni può rivelarsi una dipendenza costosa. Di solito ci sono solide ragioni che spingono un cavallo verso gli inferi del 30/1. O lasciano una pipa inosservata, senza puntate, a un quarto del suo valore (teorico). Il mondo, si sa, non è sicuramente fatto di geni. Ma è molto pericoloso affidarsi alla sicurezza che tutti gli altri siano completamente imbecilli.

Però, con circospezione, cercando di bilanciare l'entusiasmo con un po' di scetticismo, ogni tanto anch'io ho comprato una Dunhill solo perché costava poco. Una è questa.

Se non fosse stato per il prezzo io questa Dunhill del 1962 ispirata alle danesine dell'epoca, non credo l'avrei mai considerata. Una Dunhill è una Dunhill. Non mi sono mai troppo interessato alle loro incursioni nel freehand (che trovo in genere poco riuscite). Meno lontana, ma non certo vicino al cuore, è sempre stata l'interpretazione Dunhill di quel tipo di design che mi piace molto quando ha il giusto pedigree (la pipa industriale danese severa e razionalista degli anni '60), ma che col puntino bianco mi è sempre parso c'entrasse poco. In questo caso comunque il vento di Danimarca deve aver soffiato in modo particolarmente lieve, appiattendo il cannello in un ovale, che si restringe dinamicamente dalla testa al dente. Modernista ma senza velleità rivoluzionarie. Non proprio la mia cosa, ma nemmeno una pipa che si potesse ignorare, a metà del prezzo a cui di solito passa una gruppo 4. E così, facendomi per una volta luccio, ho messo la rossa paperella nellla lista delle prede.

La povera Bruyere, acquistata solo per convenienza, per un bel po' di tempo ha dovuto scontare la sua origine poco nobile. Pur priva di qualunque difetto, non l'avevo bramata. Non l'avevo ammirata. Non ci avevo pensato più e più volte, chiedendomi se fosse davvero il caso di investire di nuovo in una pipa. Non era frutto del travaglio interiore. Era solo stata acquisita per freddo calcolo e così si è trovata, senza colpa alcuna, ai margini della rastrelliera. Talmente poco considerata che le affidai un compito pericoloso e poco ambito: quello di pipa da trasferta. Una di quelle che possono cadere, essere dimenticate in un albergo, perdersi per sempre in una valigia alla deriva tra i nastri trasportatori di aeroporti ignoti. Pipe che bruciano tabacchi un po' di risulta, che si portano appresso anche perché non si ha più voglia di fumarli a casa. Pipe che però, con la loro operosa efficienza in compiti sgraditi alle loro colleghe più affermate, talvolta trovano il modo di riscattarsi.

Ci pensavo proprio stamattina, venendo in ufficio, in una mattina piacevole. Fumavo Embarcadero di Gregory Pease, godendomi il clima mite e le ultime risonanze del latakia provenienti dalla pipa, sotto la spessa struttura di virginia e orientali di questo notevole tabacco. L'avevo scelta proprio per questo. Una pipa ancora fresca di latakia per un virginia un po' arricchito che comincio a conoscere bene. E' una contaminazione che delle volte può essere piacevolissima, ma riesce bene solo nelle pipe con cui si ha maggiore confidenza. E questa è una pipa leggera, che col suo bocchino razionalista risulta particolarmente adatta ad accomodarsi in bocca. Buona, come una buona Dunhill può essere.

L'ho scelta solo per denaro. Eppure, un giorno, quasi senza che me ne accorgessi, deve essere scattato l'amore.



La mia Dunhill Bruyere 104 del 1962. Mentre il design nordico impazzava e la pipa danese viveva la sua fase di boom modernistico e austero, Dunhill si faceva anche un po' scandinava con modelli così.

giovedì 19 settembre 2013

White for coolness


Charlie Parker 1920-1955


 Dall'alto: Rinaldo Sahara YYY (pallina), Mauro Gilli ** (canadese), Castello Castello KKKK (pot), Dunhill Bruyere 4203 (billiard saddle)



Non sempre l'emozione e la ragione viaggiano in sincronia. In fatto di percezione termica, per esempio, ci sono immagini, colori, materiali, che rinfrescano le idee, prima ancora che il corpo. Una tenda di lino che sventola gonfiata da una finestra aperta, un cappello panama, un bocchino bianco...
Non occorre averli addosso. Basta guardarli per sentirsi raffrescati: il potere della mente è più forte di quello dei condizionatori.

Il bocchino bianco è come un'insalata di pasta fredda, un pernod lattiginoso nel bicchiere velato di condensa. Il bocchino bianco è qualcosa senza il quale, per me, sarebbe difficile immaginare l'estate.
Eppure, se penso alla prima volta che ne acquistai uno, so che il desiderio di frescura non è stata la spinta principale. Era montato su una pot Castello, quella che appare nella foto poco sopra. La pipa occhieggiava dietro un vetro da Noli. Il design era severo e geometrico, tipicamente Castello. Le proporzioni però esprimevano simpatia, aveva un colore mielato che me ne faceva pregustare la dolcezza. Soprattutto aveva questo bizzarro bocchino di colore bianco. Il primo che avessi mai visto montato su una pipa seria.

Tra tutte le pipe del terrificante display di quel negozio, nato per torturare l'appassionato dal budget moderato, o pressoché nullo, come quello che avevo allora, la pot col bocchino bianco mi attirò inesorabile, irresistibile, nel suo gorgo. Quello che sentivo nel profondo, però, non erano cicale. Era il gracidare del sassofono di Charlie Parker.

Tutti hanno avuto le loro ossessioni musicali giovanili. Io da bambino molto piccolo ho avuto Adriano Celentano. Il primo cantante di cui abbia comprato dei dischi. Non sapevo nemmeno cosa fosse il jazz finché mio padre un giorno, avrò avuto 14 anni, portò a casa degli audiolibri mondadori di cui aveva fatto la copertina. Era la storia del Jazz di Arrigo Polillo. Per ragioni che non ricordo cominciai ad ascoltarli dalla quarta delle cinque cassette. E' lì, subito,venni investito da "Bird", cioè appunto da Charlie Parker. L'uomo che cancellò tutto il resto.
Inutile spiegare cosa sia la sua musica. Chi odia il jazz (ovvero quasi tutti) se ne annoierebbe. Per chi ne sa qualcosa, sarebbe superfluo. Ma Bird diventò per me una specie di alter ego. Leggevo tutto ciò che fosse mai stato stampato su di lui in italiano, ascoltavo incessantemente tutto il possibile. La sua figura eroica, modellata dalla mia mente adolescente con le parole delle sue agiografie, si stagliava titanica mostrando la via della grandezza. 

Le sue foto non sono molte. Gira e rigira ti trovi davanti sempre le stesse. E nella maggior parte, Charlie Parker monta sul suo sassofono contralto uno sfizioso bocchino bianco. Nelle altre, è probabile che lo strumento non sia il suo: chiuso al banco dei pegni, sequestrato da qualche spacciatore o dimenticato sul sedile di un taxi. Quando cominciai, inevitabilmente, a suonare il sax anch'io non pensai nemmeno di cercare il bocchino di Bird. L'idea mi avrebbe terrorizzato. E poi nessuno dei musicisti veri ne usava uno simile, né lo vidi mai in un negozio. Rimase una figura mitica, astratta.

La rividi per la prima volta, trasfigurato, sulla Castello di Noli. E' ovvio che nessuna ragionevolezza avrebbe potuto trattenermi dal comprarlo.

I miei assoli con quella pipa sono stati molto più soddisfacenti di quanto sia mai riuscito ad ottenere dal mio sassofono, benché mi ci sia dedicato con impegno. Ognuno ha la sua strada. Io non ero fatto per essere Charlie Parker. Del resto, nemmeno lui era capace di fumare la pipa.



Ko-Ko. Forse, il capolavoro assoluto.



I due bocchini bianchi di Charlie Parker: sopra Runyon 22,  sotto Brilhart Streamline


mercoledì 31 luglio 2013

I misteri dell'oil curing


Teste Radice sottoposte a oil curing. Un procedimento che Radice aveva introdotto per una serie speciale, in seguito dismessa. L'immagine viene dal sito di R.D. Field, importatore americano di allora e, immagino, ispiratore del progetto.


C'è chi ama l'aroma di fritto misto di una Ashton nuova, appena accesa. Un sapore abbastanza inconfondibile e imperdibile per i viziosi dell'oil curing.
Il procedimento fu inventato, o adattato alle fabbricazione di pipe, dal genio commerciale di Alfred Dunhill. Si è sempre pensato che l'idea nascesse dall'esigenza di far maturare la radica privandola dei tannini e rendendola buona alla prima fumata (o quasi), in un'epoca in cui la maggior parte delle pipe di produzione corrente erano amare e allappanti. Leggendo i brevetti, potrebbe anche sembrare che la cura avesse una funzione estetica e che rendesse in qualche modo migliore la sabbiatura e l'aspetto della pipa.
Comunque sia, in questo interessante post dal blog "il collezionista",  c'è la descrizione dei diversi brevetti Dunhill e Sasieni per l'estrazione dell'olio dalle teste oil cured. Il mistero sul trattamento in sé resta abbastanza fitto, ma qualche lampo di luce sul post-trattamento aiuta.


mercoledì 17 luglio 2013

G.L. Pease Westminster vs. Dunhill London Mixture


Il Westminster di Gregory Pease dichiara di  essere un tabacco ispirato alla London Mixture originale, quella leggendaria miscelata da Dunhill (prima che la produzione passasse a Murray's, ai tempi in cui cominciai a fumarli io, parecchi anni fa)



La London Mixture Dunhill come si presenta oggi. E' fatta da Orlik e non gode di ottima stampa. Anche Gregory Pease giudica questa edizione molto inferiore a quella di Murray's, che era già seccamente inferiore all'originale Dunhill by Dunhill, che lui si è sforzato di replicare.

 La differenza tra le due miscele balza agli occhi. Tendenzialmente bruno-chiara la Dunhill, molto scuro il Westminster. Anche il taglio è diverso. Quello Dunhill è un classico taglio medio e regolare, quello di Pease è più grosso e selvatico.

C'è stato un tempo in cui la pipa era un passatempo abbastanza diffuso. A giudicare dalla quantità di tabaccai e negozi che mettevano in vendita pipe e relativi combustibili, di tabacco se ne consumava molto più di oggi. Eppure, un po' a causa del monopolio italiano, un po' forse proprio a causa della vastità del mercato, che faceva del tabacco da pipa, anche di qualità, un prodotto piuttosto comune, la varietà non era paragonabile a quella di oggi. C'erano punti fermi e certezze incrollabili, questo sì. E nel campo della miscela al latakia, erano Balkan Sobranie e Dunhill, principalmente.
Il Balkan bianco e nero aveva forse un leggerissimo margine di vantaggio in termine di qualità percepita. Dunhill in compenso offriva la varietà, restando al massimo livello qualitativo. Le scatole verniciate offrivano già iconicamente dei suggerimenti sui momenti d'uso. Ce n'era per il mattino, la notte. C'erano la Standard mixture nelle tre gradazioni di flavour. C'era il 965, descritto da molti come la miglior miscela mai prodotta in assoluto. E poi, secondo me un po' nel ruolo di cenerentola, c'era la London Mixture.
A me piaceva, ma l'ho fumata meno di altri Dunhill credo soprattutto perché gli mancava un aggancio semplice che la collocasse in un momento o in una posizione chiara (quella forte, quella leggera, quella col perique...). Era semplicemente buona, ma non mi sono mai molto chiesto buona in che modo.
Per altri probabilmente le cose stavano diversamente. Mentre io muovevo i primi incerti passi nel mondo delle pipe e dei tabacchi, Gregory Pease, ancora lontano dal diventare il blender più amato del mondo, lavorava da Drucquer dove avrebbe imparato tutto, incluso l'amore per la London Mixture di Dunhill, il paradigma contro cui ogni mixture inglese andava misurato.
La London Mixture amata da Gregory Pease era quella ancora mescolata da Dunhill, prima che la produzione passasse  in Irlanda del Nord, da Murray's (allora famoso per l'Erinmore). Io a quei tempi non ero ancora molto attento a queste cose, ma penso di aver fumato solo quella nordirlandese. Poi la produzione è passata da Orlik, in Danimarca, con un nuovo grado di separazione dal modello.

Anni dopo, inseguendo la memoria della grande originaria miscela di Dunhill, Gregory Pease ne ha creata una sua: il Westminster.
Io da diversi anni non fumo più le miscele di Dunhill. Pprincipalmente perché quello che ho sentito della versione danese è, al minimo, poco incoraggiante. Non volendo rovinare bei ricordi mi sono dedicato ad altro.

La curiosità di vedere se quel che si dice dei nuovi Dunhill sia o meno veritiero, unito alla curiosità di fumare una versione di London che non ho mai assaggiato, mi hanno spinto ad acquistare sia una scatola di London mixture che una di Westminster GLP. Li ho fumati in tre pipe di shape diverso, una billiard (quadrata), una pot, una half-chimney. Il risultato della prova, in estrema sintesi è questo. I due tabacchi sono diversi quanto possono esserlo due English mixtures. Il taglio, il colore, la "grassezza".  Io non ci vedo punti di contatto. Nessuno potrebbe mai dire che si ispirano allo stesso modello originario, il che credo dica molto su quanto le case produttrici tengano alla coerenza qualitativa dei loro prodotti, man mano che le licenze passano di mano. Sono anche, entrambi, piuttosto diversi dalla London mixture che ricordo io, quella di Murray's. Che secondo me stava un po' in un punto medio tra i due. Ma qui entra in gioco la memoria, che altre volte mi ha dimostrato di saper giocare singolari scherzi.

Il Westminster secondo me è una miscela gloriosa. Favolosa. Grassa, grossa, affumicata, con una punta di dolcezza. Più che ricordarmi la mia vecchia London dell'età di mezzo, mi ha fatto intravedere qualche bagliore di parentela con altre miscele di GLP. Non so se la London delle origini fosse così. Ma se lo era, era davvero un tabacco degno di nota.

La London mixture di Orlik, è fumabile, sulla scala mediomild. Ha perso secondo me la grassezza affumicata della London che ricordo io (la London di Murray's mi sovviene come una miscela a base marcatamente turca e non molto latakia, ma quel poco era bello robusto) ma presa per conto suo, e non per quello che potrebbe o dovrebbe essere, non è sgradevole come purtroppo sono tante miscele inglesi rimpannucciate del giorno d'oggi. Forse mi è piaciuta un po' di più nella semichimney, dove riesce a condensarsi un po'. E' la terza Dunhill-Orlik che fumo, dopo Royal Yacht e Standard Mellow (già Mild). Hanno tutte una strana nota sullo sfondo, molto lontana (un po' meno lontana nel Royal Yacht) ma comune, che deve venire da qualche Virginia presente in tutte. Sono forse un po' sbiadite, e nel caso del Royal Yacht incredibilmente dissimili dagli originali, ma almeno non sono cattive. I risultati sono stati meno deludenti di quello che temevo. E forse prima o poi sarò pronto per affrontare il confronto con il nuovo 965, che temo devastante.




Le tre pipe che ho usato per il confronto. Una square panel (in funzione di billiard), una pot, una piccola chimney. Dall'alto:
Pipa 1: Dunhill EK F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1967
Pipa 2: Dunhill R F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1973
Pipa 3: B. Barling & Sons, Londoner, 415 T 

Note di assaggio:
17/6
Pipa 1, London Mixture: parte molto turco, molto morbido, si amarognola leggermente strada facendo prendendo note un po' erbacee che mi ricordano il turco Torben Dansk. Latakia sullo sfondo. Ogni tanto si intrasente una leggera "nota Dunhill" che ho sentito in tutti i tabacchi prodotti da Orlik. Non ho idea di cosa sia (sempre che ci sia effettivamente). Impressione comunque molto superiore alle aspettative.
Pipa 2, Westminster: nella pot la grossa cilindrata del Westminster si esalta. Non sembra uno stretto parente della London. C'è più Latakia, più dolcezza profonda di grandi Virginia. Orientali meno in evidenza. E' diverso ma anche notevolmente superiore da ogni punto di vista. Distraendomi e scrivendo scalda un po' e perde sapore... 
19/6
Pipa1, London Mixture: stavolta la partenza non mi è piaciuta. Migliora un po' dopo qualche minuto ma sento sempre quella strana "componente Dunhill", che non è piacevolissima. Non so se sia un qualche tipo di Virginia o qualche trattamento...  Nulla che abbia a che vedere col soapy, comunque.
20/6
Pipa 2, Westiminster: sempre grande e grosso nella pot. Buonissimo ma mi ricorda più altre miscele di GLP che non la vecchia London 
 23/6
Pipa 1, London Mixture: piacevole. Non grosso e muscoloso ma godibilissimo
Pipa 3, London Mixture:  funziona bene anche in chimney




mercoledì 12 giugno 2013

Due pipette da plug



Due piacevoli pipette da plug, simili nella capacità, per ogni altro verso totalmente agli antipodi: Dunhill Bruyere Gruppo 1 quaint, una billiard slender (145 x 38mm); Missouri Meerschaum Pony Express (125 x 45mm), più o meno una lovat. Entrambe caricano grosso modo un grammo e mezzo di tabacco.


"Un bicchiere di limpida birra chiara intorno a mezzogiorno restituisce, per così dire, l'equilibrio spirituale all'ungherese di tendenza meditativa" [Márai Sándor]


Durante la recente primavera perduta, trascorsa quasi ininterrottamente sotto l'acqua, a temperature novembrine, si è espansa in me una voglia d'estate e di sole  che non ricordavo di avere mai provato prima. Non potendo fare molto per influenzare i capricci dell'atmosfera, ho finito per riversare questa tensione sulle pipe. Ho cominciato a procurarmi, con largo anticipo rispetto al solito, i tabacchi più adatti alla bella stagione. E, già che c'ero, anche qualche pipa nuova per fumarceli.
Due di queste pipe sono l'oggetto di questo post. Opposte in tutto, una dandy, l'altra rurale, una ossessivamente curata nel dettaglio e nei materiali, l'altra montata in catena di montaggio da un torsolo di pannocchia sforacchiata. Una costosissima, l'altra ai limiti dell'usa e getta. Una Dunhill, l'altra Missouri Meerschaum. In comune hanno il fatto di caricare entrambe, grosso modo, un grammo e mezzo di tabacco. Quel che occorre per una fumata breve, disimpegnata, a mani in tasca. Le ho prese pensando di fumarci RB plug, un tabacco a base di virginia molto scuriti dalla pressione e dal calore, profumato di rosa e di geranio e venduto sottoforma di una grossa tavoletta da tagliare, sminuzzare o affettare nella pipa come meglio si crede. Tabacco da evasione di qualità, che brucia lentamente e che richiede la pipa piccola come tutti i pressati di cui parlo in questa serie di post.
Oggi, approfittando finalmente di un bel sole, mi sono accomodato sotto il tendone di un bar, in un allargamento di Via Torino e ho passato l'intervallo di pranzo a fare una prova comparata delle mie diversissime pipe già ben avviate, nuove ma ormai fuori dalla loro fase iniziale. Non le ho caricate con l'RB plug ma con un altro Virginia in ribbon dalle caratteristiche in qualche modo simili, il Mc Connell Red Virginia.
Prima ho fumato la Dunhill. Buona, come una Dunhill deve essere, meravigliosa da tenere in bocca. Già stringere quel dente perfetto è un godimento. La Dunhill ha fumato in scioltezza, con le pareti fredde e cominciato leggermente a scaldare sotto solo quando la carica era ormai finita. Fumando in tutto relax sono arrivato al fondo in 40 minuti. Ho svuotato. Non c'era praticamente nulla, se non qualche puntino nero. Forse la brezza si era portata via la cenere leggera o forse il tabacco si era smaterializzato anziché fumarsi... chissà.
Ho attaccato la Missuri Meerschaum nello stesso, pieno, relax olimpico. La pipetta americana offre ovviamente sensazioni del tutto diverse. Tra i denti non è sgradevole e molle come quelle del passato. La plastica è migliore, la forma anche. Certo non è ebanite tedesca tagliata a mano ma tutto sommato si può fumare con piacere. La pipa esternamente mi ha dato la sensazione di scaldare un po' di più. Il tiraggio è molto aperto e occorre frenare un po' la propria voracità, più che con la Dunhill, che pare regolata sul tiraggio perfetto di un fumatore ideale. Ma è una sfida godibile e niente affatto impegnativa, un po' come succede quando dalla canna da pesca in carbonio si torna per un giorno a quella in bambù. La Missouri Meerschaum comunque, con la stessa calma e lo stesso relax di prima, ha fumato per 15-20 minuti. Tempo sorprendentemente breve, considerata l'identica quantita di tabacco. Ma non per questo affrettato.
Com'è il sapore in due pipe così differenti in tutto, anche nei tempi cronometrici?
Ovviamente, diverso. Messa a confronto la Dunhill sembra esaltare i colori più ombrosi del Virginia, i toni bassi. E' una piccolissima pipa che non pesa venti grammi ma come certe cuffiette megabass tira fuori vibrazioni insospettabili. La Missouri Meerschaum canta da soprano. Il pezzo è sempre lo stesso ma le note acute sono più evidenti, c'è una punta acidula appena accennata, che forse viene dal tutolo e che richiama l'idea di una limonata fredda in una brocca di vetro, opaca di condensa. E' una pipa rinfrescante, persino se fuma un po' più calda.

Non le ho messe a confronto per capire quale preferisco. In queste cose sono onnivoro. Le ho confrontate più che altro per comprendere meglio perché mi piacciono entrambe. Sono agli estremi opposti delle spettro economico e strutturale, ma entrambe vicine al mio cuore.
Avendo ritrovato grazie alle mie  pipe e forse anche alla birra chiara il mio equilibrio spirituale, chiudo le considerazioni degustative con un freddo calcolo economico e offro a chi non si è ancora convinto della sensatezza dell'acquisto di una Dunhill un pretesto spero efficace per rompere gli indugi: la pipa da 330 euro fa durare il tabacco il triplo della pipa da 9 euro. Considerato che una scatola di Samuel Gawith costa circa 20 euro, il costo di esercizio con la Dunhill è 90 centesimi l'ora mentre con la Missouri Meerschaum che ha consumi più americani, sale a 2,7 euro l'ora. Ogni ora di fumo la Dunhill consente di risparmiare 1,8 euro. Il suo oculato proprietario in circa 180 ore di fumo avrà ammortizzato il maggior investimento. Se la vostra prima preoccupazione è il risparmio, quindi, comprate la Dunhill.

Io, a costo di passare per dissipatore, preferisco averle entrambe...

Simile la foratura molto stretta: 15mm per la Missouri Meerschaum, 16mm per la Dunhill Gruppo 1

martedì 12 febbraio 2013

Fornelli da flake 3: Dublin, Zulu, fornelli conici

Dall'alto: Dublin: Castello Old Antiquari KK (20 x 45) , Zulu 1: Savinelli Giubileo d'Oro 4004 (19 x 43) , Zulu 2: Dunhill "Patent" Shell 102/I (1949) (19 x 44)


Leggera, piccolina, di poco volume. La classica pipa a fornello conico sembrerebbe essere l'ideale per il Virginia in flake: un tipo di tabacco che per questioni volumetriche predilige la pipa piccola.
Purtroppo l'espansività, caratteristica peculiare del flake, congiura per rendere ancora più complicato un tipo di fornello che, benché pieno di fascino, è tutt'altro che facile da fumare e crea problemi anche con la più classica delle miscele in ribbon.
Personalmente, ho sempre trovato la Dublin in tutte le sue varianti di medio formato, una pipa molto attraente. Agli inizi del mio idillio con la pipa ne ho comprate diverse e c'è voluto del tempo per capire che le mie difficoltà non erano dovute soltanto alla scarsa abilità, ma anche alla bizzosità del fornello conico, che tende a concentrare verso il fondo dosi esponenzialmente crescenti di umidità. In aggiunta a questo, un cono concentra sul fondo anche la pressione. Esercitando sulla cima della carica la stessa dose di forza che si eserciterebbe con una billiard, la geometria porta a una moltiplicazione di pressione giù in basso, il che iinsieme all'umidità, rende ai più (e certamente, per lungo tempo, a me) impossibile fumare l'ultimo terzo di fornello. E questo, sempre che l'eccesso di pressione non abbia reso infumabili anche i primi due terzi.
A tutto ciò, il flake aggiunge un terzo fattore: l'espansione. Caricare un flake è sempre un esercizio di autodisciplina. Occorre tenere conto del fatto che il tabacco così come viene disposto nel fornello non ha ancora raggiunto il suo stato "di marcia". Scaldandosi, il flake si aprirà e si espanderà, il che rende vitale lasciargli lo spazio e l'aria sufficienti a non soffocare.
Molte cattive fumate con i flake sono dovute all'abitudine di pressarli, dopo averli spezzettati, più o meno come un normale tabacco in ribbon. Una tentazione che conduce automaticamente all'impaccamento di tutta la carica, una volta raggiunta la temperatura di esercizio.
Nel fornello conico, che tende ad impaccare anche un ribbon, i risultati con un flake possono essere tali da indurre il malcapitato ad abbandonare per sempre la curiosità del tabacco pressato.

Caricare un flake ripiegato in una pipa così, secondo me, non può che condurre al disastro. Il cilindro tenderà a schiacciarsi nella parte terminale producendo un tappo impenetrabile, immediatamente dopo l'accensione. Caricando il flake in forma broken, invece, e lasciandolo semplicemente cadere, cominciando dai pezzi più grandi, come ho cercato di spiegare in questo post, sarà la fisica stessa a domare il temibile cono. 
A patto di evitare anche la minima pressione, la gravità porterà meno tabacco dove lo spazio del fornello è minore, il che a sua volta porterà a minore espansione. Una volta compreso il meccanismo, un flake spezzettato, lasciato semplicemente cadere, sarà più facile da caricare di un ribbon, che sulle pareti del fornello si incapriccia sempre un po' ed è quasi impossibile lasciare semplicemente gravitare nella sua sede come il fornello conico richiederebbe.
Sopra il flake caricato a pezzi, basterà uno strato di tabacco sminuzzato più finemente, e appena appena sistemato con ditate leggerissime, per fornire la miccia di cui la carica necessita, per lasciare lentamente esplodere tutto il suo piacere.

Non c'è nulla di complicato nel fumare flake in un piccolo fornello conico, una volta che si è capito come fare. Ci si può riuscire anche in coni abbastanza estremi come quello della Castello fotografata qui sopra: una pipa che tende a punire con l'insuccesso quasi ogni tentativo con le mixtures "normali". Penetrato il mistero, il flake in bulldog, rhodesian o zulu, si trova nel suo ambiente ideale. Poche pipe come queste, generalmente corte e tascabili, di aspetto rustico e nello stesso tempo leggere, sono fatte per essere tenute saldamente tra i denti mentre si passeggia all'aperto. Ed è proprio all'aperto che la lenta combustione del flake è maggiormente raccomandata. Una leggera brezza, ravvivando leggermente la brace, rende semmai più agevole fumare anche certi pressati che passano per essere ignifughi, mentre una carica di shag (taglio fine), nelle stesse condizioni tenderebbe a surriscaldare, col rischio di bruciare, se non la pipa, quantomeno la lingua. 
Il fornello conico, per sua natura, riproduce in taglia ridotta e in fin dei conti con minori difficoltà, l'effetto che si avrebbe fumando il flake in chimney: una graduale concentrazione dei sapori, che permette al virginia di evolvere, trasformando il viaggio della brace dalla cima al fondo del fornello in un caleidoscopio di aromi e di sensazioni che non conosce noia.

Quello tra flake e fornello conico è un matrimonio tra due parti dotate di personalità diverse, a prima vista inconciliabili. Ma quando c'è po' di intelligenza, capacità di adattarsi e tenere conto dell'altro, è proprio dalle unioni così che nascono i matrimoni più solidi e più ricchi di soddisfazione.



Caricare un broken flake 
Fornelli da flake 1: La pot
Fornelli da flake 2: La prince 
Fornelli da flake 3: Dublin e zulu




martedì 29 gennaio 2013

La Venere di Milo

Dunhill LBS Red Bark del 1973. Una grande pipa (e non solo una pipa grande)


Ci sono oggetti che riassumono in sé i canoni della bellezza classica. Dunhill è specializzata in questo tipo di pipe ma alcune Dunhll sono più Dunhill delle altre e questa LBS del 1973, che ho incrociato un giorno da Noli, lo è in modo difficile da eguagliare (almeno secondo me).
La guardo, la uso, e sembra riassumere in sé la quintessenza della pipa. Rossa, con banda argento. Proporzioni perfette, curve misurate e tutte al posto giusto. Unico tratto leggermente eccentrico, il fatto che sia sabbiata anziché liscia in questo colore. E' infatti una Red Bark, finitura che amo, anche perché è stata quella della mia prima Dunhill. E'  un po' più difficile da trovare della altre, perché le Red Bark, chissà perché, non si fanno più.

Ma a parte tutto questo, più che una pipa potrebbe essere "la pipa".

Non c'è molto altro da aggiungere. Un post su una pipa così potrebbe esistere anche senza parole (e in effetti in principio è uscito proprio così).


La banda argento ha il marchio AD. 



Le stampigliature dicono LBS (Large Billiard Slender) del 1973. La LBS è una versione un po' più slanciata della billiard grande e cicciuta che è una delle forme simbolo di Dunhill. Un po' meno comune, è sempre marcata gruppo 4, pur essendo significativamente più grossa di una normale gruppo 4

venerdì 30 novembre 2012

Fornelli da flake 2: la prince

Amorelli una stella,  foro 17 x 30 

A voler prendere le cose sul piano squisitamente tecnico, la Prince of Wales avrebbe dovuto essere la prima delle pipe di questa serie. Se è vero che per il flake una pipa piccola è meglio di una media o grande e che un fornello basso è più facile da approcciare di uno medio o alto, allora l'idenkit della Prince sembrerebbe già disegnato.

La Prince è una pipa che anche quando è grande, è piccola. La Shell gruppo 4 raffigurata qui sotto, per esempio, per essere una prince è anche piuttosto robusta. Ma pur non intendomi molto di calcoli di geometria dei solidi (o meglio, essendo troppo pigro per andare a caccia delle vecchie formule) sarei disposto a scommettere che il volume interno è minore di una billiard gruppo 3.


Dunhill Shell FET Gruppo 4 (1971),  foro 20 x 33  

Figuriamoci poi quando la prince è piccola, come nel caso dell'Amorelli più in alto, che apre questo post, e che nelle sue dimensioni minutissime, è una delle più squisite bruciatrici di Virginia che possieda. Se ho dedicato alla prince solo la seconda puntata è soltanto perché la Prince è una pipa un po' eccentrica, che non a tutti piace e che non molti possiedono. Anch'io, per averne una, ho dovuto aspettare che me la regalasse mia moglie (è la Dunhill root, la terza qui in basso). In mezzo a un espositore o disposte sul feltro verde, pipe più robuste tendono a primeggiare e la pur gradevole testa tonda mi aveva sempre lasciato prima un senso di insufficienza, e di insicurezza, il timore che non fosse una pipa proprio vera, che fosse un mezzo giocattolo che sul più bello mi avrebbe lasciato a mezzo.  C'è voluto il gusto di una donna per aggiungerla alla mia scuderia. 
Avendola, mi sono reso conto che anche con un normale tabacco in ribbon, c'è da fumare più che a sufficienza. Forse non sarà la fumata ideale dopo un pranzo pantagruelico. Ma come seconda pipa della sera ha trovato il suo posto. E' pero cominciando a fumare i flake che ho scoperto nella prince una forma ideale. L'interno del "cilindro" è del tipo che un motorista definirebbe "superquadro": un tipo di assetto adatto alle alte prestazioni, in cui la corsa del cilindro è uguale o più breve del passo della testa. Con questa configurazione, a quanto pare, si riesce a cavare il massimo non solo dalle benzine ad alto numero di ottano ma anche dalla talvolta bizzosa compressione del flake di Virginia. Nel fornello superquadro i grossi pezzi di flake disposti sul fondo riescono ad allargarsi minimizzando il rischio di intoppamento anche se il caricamento è stato meno che ottimale. Con la breve corsa della prince raramente sperimento i caricamenti virtuosistici con il flake ripiegato in vari tipi di origami. Volendo occorrerebbe munirsi di forbicine e tagliare preventivamente la fetta ma anche in questo caso avrei qualche preoccupazione sulla bontà del risultato. Io invece spezzo la fetta grossolanamente, metto i pezzi grossi sul fondo e copro con un leggero strato molto più sbriciolato che accoglie la scintilla mettendo in moto la combustione. 


Dunhill Root 31071 Gruppo 3 (1979),  foro 17 x 30  

Carica di un buon flake, la prince offre a chi la fuma una gioia tutt'altro che parziale. La breve altezza del fornello è fatta per semplificare la vita: la brace non dovrà percorrere una lunga strada per arrivare in fondo. Ma bruciando con lentezza esasperante, a fil di fumo, come il Virginia deve essere trattato, riempirà lungamente la serata dei suoi profumi. Un fornello basso non concentra forza e sapore nella seconda parte il che è, in certi casi, un vantaggio. Un virginia molto forte, magari appartenente alla categoria dei "virginia rafforzati" non passerà mai il livello di guardia e raramente lascerà a corto di energie nella seconda parte del fornello. Un virginia biondo e fresco resterà fragrante e fiorito dall'inizio alla fine. Fumare nella prince non è un'esperienza psichedelica e introspettiva ma un piacere spensierato, che permette di gustare il tabacco nella sua schietta verità. Se qualcuno amasse i virginia aromatizzati, che talvolta possono risultare stucchevoli, specialmente quando si concentrano e si sovraccaricano, anche in questo caso la prince è un medium ideale.

Può essere che una prince giaccia nella vostra rastrelliera, incompiuta, alla ricerca del suo tabacco ideale. Provate a caricarla di flake e un po' alla volta, fumata dopo fumata, sembrerà rinascere. O può essere che siate alla ricerca di una scusa per aggiungere alla vostra collezione una pipa che non avevate mai pensato di comprare prima. Una pipa da dedicare ai flake e che non sarebbe davvero giusta con nessun altro tipo di tabacco.

Ecco, forse, quella pipa è proprio una eccentrica ed elegantissima prince.


Delle serie di post su come e dove fumare flake fanno parte

Caricare un broken flake 
Fornelli da flake 1: La pot
Fornelli da flake 2: La prince 
Fornelli da flake 3: Dublin, zulu fornelli conici