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martedì 10 ottobre 2017

Elogio dell'imperfezione


La Dunhill 4124 di mio padre. La pipa sbilenca e caratteriale che mi fece innamorare delle square panel.










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"Per essere perfetta le mancava solo un difetto".

Quando ancora collezionavo su un quadernetto grandi massime che per la loro struttura o per la loro intrinseca verità avrebbero dovuto ispirarmi nel mio lavoro di titolista, questa frase (di Karl Kraus) la piazzai al posto d'onore. O quantomeno la scrissi abbastanza calcata da restare incisa nella memoria anche ora che il quadernetto è da lungo tempo perduto.
E' bella nella sua struttura ma soprattutto contiene una grande verità, perlomeno una verità che è vera per me. Benché la ricerca della perfezione sia doverosa, la cialtronaggine irritante, nulla che vale si ottenga senza fatica, senza desiderio, senza cercare ossessivamente di migliorarsi, la perfezione è qualcosa di profondamente diverso dall'assenza di difetti formali. Non la puoi verificare con un compasso o con un computer. E se la prova strumentale riesce, se tutto è a posto, centrato, misurato, perfetto, è quasi certo che quello che hai davanti è qualcosa che non parla, non canta, non dice niente. Un assolo perfetto. Un quadro perfetto. Una donna perfetta. Ogni cosa, ogni nota, ogni pennellata, ogni dettaglio, proporzione, angolo al suo posto. Difficile immaginare qualcosa di più misero e di più mediocre di una "perfezione" così.
Tutto questo non l'avevo ancora messo bene a fuoco quando mio padre un giorno tornò da Noli portandosi questa panel. La prima panel che avessi mai visto. Una pipa quadrata. Mi ricordava alcune storie a fumetti ambientate in un mondo quadrato, con uova quadrate, teste quadrate. Io ero un ragazzo, la pipa non la fumavo. Ma mio padre mi parlava spesso di pipe. Mi mostrava le forme, mi spiegava perché alcune erano belle e altre no. Perché amava le Dunhill, che non avevano il bocchino orribile che lui definiva "ciucciato" tipico delle Savinelli (che pure per il resto apprezzava. Pensava che spesso fossero disegnate anche meglio). Le Dunhill avevano questo bocchino dritto, tirato. Non erano sempre e necessariamente più belle ma la loro superiorità era evidente. Costavano anche in modo irragionevole e per questo se ne permetteva poche. E poi aveva questa idea che qualcosa di raro, di prezioso, di assoluto, non andasse inflazionato. Di pipe non ne aveva tante quante ne guardava e di Dunhill tanto meno. Non ne comprava in modo compulsivo come fanno molti di noi e io per primo. Non le ordinava online e non solo perché i computer erano di là da venire. Non si metteva in casa cose che gli piacessero a metà, per un quarto, per un dettaglio, come curiosità. Quando sceglieva una pipa pensava e ripensava,  la rigirava in mano all'infinito, tornava a vederla, soppesava il suo grado di affinità, nel dubbio non la comprava. Si tratteneva credo apposta con una temperanza zen che aveva per alcune cose sì e per altre no. Per le pipe, sì. Perché alle pipe ci teneva molto.
Così un giorno tornò a casa trionfante con questa pipa. Le Dunhill che aveva erano dei mezzi cimeli, me le mostrava con orgoglio ma erano parte di un mondo in cui io ancora non esistevo, o stavo in un passeggino e avevo tutt'altri interessi. Questa era una Dunhill nuova, o meglio seminuova, presa da Noli d'occasione ma quasi infumata. Una pipa che l'aveva catturato, che gli aveva fatto fare dopo molto tempo questa follia. Non aveva mille panel. Ne aveva una sola, questa. Una cosa che amava di questa pipa quadrata era la sua personalità. Mi faceva vedere il fianco sinistro dove la sabbiatura si era mangiata un po' una faccia. Diceva che sembrava modellata con una ditata. Era un misto eccitante di perfezione e di imperfezione. Un bocchino geometrico, con angoli taglienti, tirato con precisione ossessiva, completava una testa dove non c'era una linea che fosse davvero parallela all'altra. Guardava la sua pipa e ci vedeva una potente scultura cubista, una pipa che avrebbe potuto fare Braque.
Quella pipa ipnotizzava anche me e la sua ossessione sarebbe nel tempo diventata la mia ossessione per le panel. La sera quando la fumava la guardavo e le sue linee vagamente scalene chiamavano il mio sguardo attirandolo in un gorgo. Più tardi, quando la pipa più o meno di nascosto cominciai a fumarla pure io, mi capitò anche di aspettare che se ne andasse a letto, dopo il film, per caricarmela e tirare qualche boccata, con il suo tabacco. Io avevo le mie pipette mediocri. Ma quella era la Dunhill. E col terrore che mio padre riapparisse improvvisamente dalla porta del salotto, godetti insieme a lei più di un momento di piacere clandestino.
Se avessi una pipa che mi rappresenta, se dovessi avere soltanto uno shape, quella forma sarebbe certamente la panel. E non c'è nessun dubbio che questa monomania sia nata in me ammirando all'infinito quella pipa.
Ho cercato di ricomprarmela mille volte senza riuscirci mai. Ho comprato panel di Dunhill e di altri in quantità, alcune belle, altre bellissime. Ma nessuna come questa, e non credo che il suo fascino sia solo nel fatto che era la panel di mio padre. 
A forza di guardare e spesso comprare panel ho imparato almeno una cosa, che è valida per tutte le pipe ma lo è particolarmente per questo shape, che attira verso il disastro il pipemaker privo di talento. Anzitutto la sua perfezione ideale è del tutto indefinibile. Gli angoli "giusti" non sono quelli che ti aspetteresti. Se la metti davvero in squadra e fai una testa perfettamente a 90 gradi, se prendi le misure di una panel bellissima e tenti di riprodurle uguali uguali, qualcosa ti sfuggirà sempre. Ci sono tanti modi di fare una panel fascinosa. Un po' più grande, un po' più piccola, un po' più slanciata o un po' più maschia e muscolata. Alta giusta o tendente alla pot. Entro certi limiti le idee valide possono essere molte. Ma per farla deve esserci un tagliatore di radica che di personalità abbia la sua. Può essere Gilli, può essere Bill Taylor, può essere Les Wood o un italiano emergente tra i pochi che stimo (e non tutti quelli che stimo sanno fare una bella panel). Insomma, per fare una bella quadrata ci vuole un artigiano con le palle.
Ci vuole perché la perfezione perfetta è terribilmente noiosa e per fare una panel occorre un uomo libero dall'ansia di trovare conferme. Capace di uscire da quella prigione quadrata e fare qualcosa di più, e non di meno di una forma geometricamente perfetta. La scelta della finitura può aiutare un po'. La superficie ideale della panel, secondo me, è quella sabbiata. La sabbiatura di per sé introduce quel pizzico di imponderabile, quella tensione tra quadratura e irrazionale che può soffiare l'anima dentro un oggetto. Si mangia un po' un angolo, scava col suo ditone una faccia liscia.
Penso che il ditone che scavò la panel di mio padre sia stato quello di dio, o meglio quello di Bill Taylor, che parlando di pipe è un po' la stessa cosa. Quando la sua panel uscì dalla fabbrica di Dunhill, Taylor lavorava ancora in prima linea e non credo che nessun altro avrebbe potuto fare e ancora di più autorizzare e marcare come Dunhill, a prezzo di lusso, una pipa che davvero ha ben poco di formalmente perfetto. Guardando la pipa con gli occhi dell'uggioso acquirente da internet di oggi, che apre il suo pacco con il terrore di essere stato gabbato, o del mediocre artigianello con riga, cad e compasso, c'è da restare allucinati. Negli angoli delle quattro facce della testa non se ne trova uno uguale. Il cannello è più rastremato da un lato che dall'altro, e nessun delle due linee è dritta (non solo per colpa della sabbiatura). La faccia superiore del cannello pende un po' da una parte in una sezione che non ha nulla di perfettamente quadrato. La testa in confronto all'insieme bocchino/cannello tende anche impercettibilmente al piccolo.
Nulla di tutto questo è stato chiaramente voluto. E' uscito così, dalla lima di un uomo per cui la forma e la radica non erano nemici, fonti di ansia, pieni di trappole e di pericoli da disinnescare, ma erano un mezzo di espressione, a cui dare forma senza paura. Un autore, per cui il carattere di un oggetto era tutto e la verifica numerologica nulla. Un uomo che sapeva dove andare, in modo così deciso che anche il caso ha partecipato un po' alla sua creazione. 
Penso davvero che pochi, se non Bill Taylor, avrebbero osato mettere nelle mani del rappresentante una pipa così, convinti che non sarebbe tornata indietro e che qualcuno vedendola se ne sarebbe innamorato. Credo che tra le pipe che ho avuto in mano questa sia quella che spinge al grado più estremo la proporzione di imperfezione che la vera perfezione deve contenere.
Mio padre che con le sue ditone spingeva, scavava, strisciava, e alle volte chiamava il caso, l'acqua, il colore a cooperare con lui, quella pipa la capì al volo.
Più modestamente, mi illudo di averla capita anch'io.





venerdì 6 novembre 2015

Mezzogiorno di fuoco



La coppia di pot panel di Simone Gilli

Non riuscirò mai a diventare una persona ordinata. Tra le conseguenze negativo del caos in cui vivo, solo parzialmente moderato dalle intemperanze della mia signora e del miei colleghi, c'è perdere un po' tutto. Biglietti di concerti, d'aereo, presentazioni, una burriera di porcellana sparita dal frigorifero. Spesso, ahimé, anche pipe. Avevo una volta una pot panel Di Mauro Gilli. Una grande pipa. Mi accompagnò in numerosi viaggi riuscendo miracolosamente a sopravvivere. Poi, dopo una sera passata da un amico ben conosciuto nel nostro ambiente, non la trovai più. Dopo più di un anno dalla dipartita, ormai rassegnato all'idea che non sarebbe più saltata fuori dalle tasche di nessun cappotto né dagli anfratti di nessuna borsa, decisi di far uscire dal male un po' di bene.
Per riuscirci mi hanno aiutato due cose. La prima è stata la presa di coscienza che il cumberland blu e la testa nera della mia pot panel dispersa, per quanto belli, erano i colori di una delle squadre di football minori di Milano. Non so come non abbia realizzato questo fatto al momento in cui la ordinai. Non che la questione cromatica sia mai riuscita a creare una corrente di diffidenza tra me e la mia pipa. Ma, avendola persa, questo era certamente uno spazio per un ripensamento. 
L'altro spazio è nato dal mio amore per le microvariazioni. Non c'è niente di più bello che sperimentare tutte le possibilità di una cosa che si ama, godendo di quanto leggerissimi accenti, piccoli cambi di prospettiva, permettano di vedere tutto in un'ottica totalmente diversa. Entrare nel mondo del cambiamento microscopico apre di colpo un nuovo orizzonte, non meno infinito e affascinante dell'esplorazione negli spazi siderali. Ma secondo me -che nell'infinito vero sguazzo con un po' di angoscia- di ancora maggiore soddisfazione. 
Ho decine di esemplari delle mie pipe preferite. Di panel, di billiard, di chimney. Avevo scoperto la pot panel odinando una coppia di panel da Gilli, a cui mi è difficilissimo ordinare una pipa sola alla volta. Pensavo fosse una microvariazione della panel, ma quanto mi ero sbagliato!
Nella sua non brevissima vita al mio fianco, quella pot panel, con la sua testa bassa ma soprattutto spessa, in confronto al camino, ha rivelato di essere una pipa totalmente diversa nel carattere dalla panel vera e propria. Che è una pipa austera, di bellezza classica e modernista. La pot-panel è diversa come una pot lo è da una billiard. Ma la sua diversità è esaltata. Al quadrato.
E così, se prima avevo una sola pot panel e ora non ne avevo più nessuna, la cosa da fare era chiara. Ordinarne almeno due. L'idea di partenza era elementare: chiedere a Simone Gilli (che dopo un lungo apprendistato con lo zio oggi svolge autonomamente molto lavoro di purissima scuola Gilli) una replica perfetta (colore del cumberland a parte) della mia vecchia, e affiancarle una sorella simile ma diversa. La mia vecchia pot panel, infatti, è un po' diversa dalle ultime Gilli dello stesso shape. E' di collo un po' più sottile, di proporzioni leggerissimamente diverse. Avendo perso quella, ero certo di rivolere quella. Simone mi ha rapidamente convinto del contrario. Rifare il vecchio modello era assolutamente possibile, ma la nuova per una lunga serie di ragioni era decisamente più bella. Ci avevano lavorato parecchio e questa era la loro conclusione. I Gilli non parlano maiu a casaccio e se una cosa è migliore per Mauro e Simone è molto probabile che lo sia anche per me, se non alla prima quantomeno a una seconda più attenta analisi. Mentre le parole di Simone fluivano dalla cornetta, in una di quelle telefonate che amo prolungare talvolta oziosamente, la mia certezza iniziale si squagliò inesorabilmente e ordinai due "nuove" pot-panel  in versione contemporanea. Il risultato è lì da vedere. Per la nera (o meglio marrone scura) ho ordinato un cumberland un po' più notturno del classico rosso. Per la color tanshell, dopo diverso tempo, sono tornato alla semplice inarrivabile bellezza della migliore ebanite nera che il denaro possa comprare.
Un'altra coppia di pipe. Un'altra coppia da duello per la quale mi sono fatto anche fare un cofanetto, ricavato da una vecchia scatola di Partagas 8-9-8. Entrambe curate a olio. Entrambe pronte a sparare il loro colpo migliore. Ogni volta che faccio saltare il moschettone del cofanetto mi ammirano entrambe incastonate in seta azzurra. Quale farà fuoco per prima?
Quasi mai lo so in anticipo. Ogni volta è un breve momento di suspence, che mi ricompensa mille e mille volte per i danni causati dallla mia incorreggibile fesseria.

martedì 14 aprile 2015

Zero calories



Samuel Gawith Chocolate Plug. Da plug al fornello in tre semplici passi: 1) taglio del plug a fettine abbastanza sottili 2) sfregamento di qualche fetta, diciamo un paio o forse tre, tra i plami delle mani fino a ottenere una specie di pallozza oblunga 3) la pallozza viene aperta e resa vaporosa prima del caricamento La pipa è una Radice aerobilliard square panel.





Negli ultimi mesi ho riscoperto una passione feroce per la bicicletta, ho percorso varie migliaia di chilometri in su e in giù prima in piano (molto piano), poi in piano (ma un po' più forte), poi cominciando ad azzardare qualche salita. Il passaggio da pipatore-poltronista puro a pipatore-quasiciclista mi ha divertito molto e ha fatto sì che abbia messo un po' sotto controllo anche l'alimentazione. E' stato tutto piuttosto semplice e indolore, tranne che per il cioccolato, di cui pian piano sono diventato inspiegabilmente e improvvisamente schiavo, dopo averlo ignorato per gran parte della mia vita.
A forza di ingozzarmi di cioccolato, per quanti chilometri mettessi sotto le ruote, non c'era più verso di trattenere l'ago della bilancia da un movimento che stava diventando inverso a quello desiderato. Per non compromettere le mie prestazioni sportive e per liberarmi degli eccessi più incoffessabili, mi è venuta in aiuto questo grosso tavolettone di Samuel Gawith Chocolate Plug, che avevo preso a Praga qualche mese fa, sfidando a piedi una tormenta di neve durante una pausa di lavoro. Non ci sono molti altri posti per acquistarlo, e per acquistare una vasta gamma di Gawith normalmente disponibili solo in flake, se non la lunga transumanza verso il  negozio di etrafika, piuttosto fuorimano, e piuttosto in salita, per chi sta in basso, in centro, nella zona più battuta da turisti e ospiti d'affari.
Del chocolate flake  ricordavo poco. Lo fumai un paio di volte, forse un po' secco, e mi lasciò un ricordo positivo ma non indelebile. Il plug, acquistato per curiosità e calorosa raccomandazione di un goloso tabaccaio-pipatore  ceko che ha tutta l'aria di intendersene molto, è rimasto tra i tabacchi che non ho mai collocato nel caveau e ingombrano i pochi spazi di casa mia. Sacrificio necessario perché non essendo conservato sottovuoto, ogni tanto richiede un po' di supervisione, almeno finché non lo metterò in Bormioli. Insieme ad altri suoi simili blocchettoni,  ogni tanto mi attirava, andavo a palpeggiarlo, ad odorarlo, ne tenevo sotto controllo l'umidità, ne pregustavo le delizie. Controllo dopo controllo, questo virginia scurissimo, spruzzato di latakia e profumato di cacao ha cominciato ad attirarmi almeno quanto le tavolette di cioccolato vero e proprio che stavo accumulando in cucina, e quel che è peggio consumando senza ragionevolezza. Così mi sono risolto ad aprirlo, ed è stata una scelta assolutamente azzeccata.
Il chocolate plug (o la sua versione in flake), si dice, non sa di cioccolato. Ma, viene sottolineato con puntiglio burocratico, di cacao. Sarà. Visto che i miei cioccolati preferiti vanno dal 70% di cacao al 99%, la differenza tra i due concetti, per me, resta inavvertibile. Secondo me, il chocolate flake sa (la cosa potrà sorprendere) di cioccolato e il tocco di latakia, comunque ben avvertibile, lo rende uno di quei folli cioccolati che vanno per la maggiore adesso, con sale, con peperoncino, con rosmarino. Mi piacciono tutti, e questo con latakia certo non meno degli altri. E' cioccolatosa la consistenza del virginia, il suo colore, il fondo dolceamaro. Da quando ho aperto la mia tavoletta di chocolate flake e le sue fette hanno cominciato a trovare la strada di diverse pipe,  la mia immaginazione e il mio desiderio corrono decisamente meno verso le tavolette in carta d'oro e d'argento e invece con ossessiva insistenza al grosso  vaso a molla in cui tengo il tabacco alla mano che sto fumando in questo momento.
Il chocolate plug rispetto al flake ha in più sicuramente la presentazione. Questa barra spettacolare che sembra appena uscita dalle cure del maitre chocolatier. Ma anche il flake andrà considerato, quando la scimmia cioccolatosa ricomincerà ad urlare, e io sarò troppo stanco o troppo lontano dal cucuzzolo praghese, unico luogo al mondo dove ho mai trovato disponibilità di questa specialità, tutta piacere peccaminoso e zero calorie.

mercoledì 26 novembre 2014

Una panel che canta

Forse la square panel più bella del mondo. La mia. Fatta da Chris Asteriou.


Di che materia è fatto un grande pipemaker? Per un terzo è fatto di cultura. Non la cultura dei professori (per quanto anche quella non faccia male). Ma la piccola cultura del suo lavoro e del suo mondo. Una lunga storia di marche, di shape, di varianti, di stili, di mode, di idee a volte geniali e a volte fallimentari, di cataloghi, di personaggi, di avventure. Un corpo di conoscenza viva, sudata, toccata: quella che ti dà un linguaggio comune con altri appassionati, che ti permette di capire e apprezzare quanto grande (o quanto terribile) è quello che è stato fatto prima di te. E magari, un giorno, ti permetterà anche di inventare qualcosa di nuovo, un tocco infinitesimale che ancora nessuno aveva dato prima e che farà di una pipa la tua pipa. Sì, perché il secondo terzo di un grande pipemaker è fatto di inventiva, della voglia di lasciare un segno, piccolo o grande che sia. Del desiderio di rielaborare quello che conosce e finalmente, un giorno, usarlo per creare qualcosa che prima non c'era. Quella scintilla che scocca dal profondo di qualcosa di vero. E che non potrà mai nascere dall'ignoranza, dalla superficialità, dal pressapochismo o dalla serialità bovina.
Il terzo terzo è quello che divide l'archivista dal primo violino solista. Puoi avere dentro tutto, ma non diventerà mai nulla se il buon Dio non ti ha dato anche la mano che serve per trasformare un'idea in un pezzo di legno e di ebanite capace di cantare.
Non è solo un problema di note giuste, di decimi di millimetri, di un buco dritto o storto. Una grande pipa è una armonia delicata. Ce ne sono di quasi belle, che guardi da sopra, da sotto, sembrano fatte anche bene. Eppure non cantano. Sono come belle campane di bronzo lustre, belle incise tutte intorno. Ma che suonano disperatamente fesse. Forse, con uno strumento tecnologico appropriato, si può anche capire da quale difetto interiore viene la ottusa fessaggine di quello strumento nato morto. Ma non è la cosa importante. Quello che conta è che ci sono pipe nate da un uomo (o talvolta una donna) che aveva la cultura, lo spirito e la mano per arrivare al cuore. Suonano argentine come un diapason. Sono qualcosa di più di una pipa che non ha difetti grossolani visibili. Sono capaci di dare una piccola emozione. 

Ed è lì, a quel canto, a quella piccola emozione, che chi taglia radica, qualunque sia lo strumento che usa, dovrebbe voler arrivare.

Ogni grande creatore di pipe è fatto di questi tre terzi. Ma non tutti li hanno distribuiti nelle stesse proporzioni. Per qualcuno predomina l'inventiva visionaria, altri stupiscono di più per la meraviglia della loro mano. Quando  scopri Chris (non mi avventuro nella traslitterazione del suo vero nome greco) Asteriou, l'impressione che nasce è che le tre doti siano state distribuite con un equilibrio aureo, classico. Lo incontrai per la prima volta diverso tempo fa, sfogliando il blog di Neil Archer: A passion for pipes.








Asteriou a quei tempi era un pipemaker ancora semisconosciuto al "grande pubblico" del minuscolo mondo della pipa d'autore. Lessi e rilessi l'articolo di Archer, rivivendo attraverso le sue parole il piacere che avevo provato altre volte parlando con artigiani che conoscono e che amano la pipa e che sanno muoversi perfettamente attraverso le pagine della sua storia. Quelli che non aspettano da te un progettino ma uno stimolo, un canovaccio da fare proprio e su cui cantare la propria musica.

Scoprii che Asteriou era un architetto. Ma anche che inseguendo la sua altra passione, aveva lavorato piuttosto a lungo a Roma, nel negozio di Musicò, un luogo centrale di cultura piparia. Ormai irrimediabilmente catturato al magnetismo del greco, scoprii scorrendo le sue pagine che Asteriou collezionava vecchie pipe. E dalle pipe dannatamente interessanti che raccoglieva (a volte vecchie varianti oscure di shape classici), la invidia che provavo per la incredibile lovat di Asteriou che continuava ad occhieggiarmi dal blog di Archer si estese alla collezione di pipe di Asteriou medesimo, al suo gusto raffinatissimo e alla sua abilità nel trovare nascoste chissà dove simili piccole perle di valore storico ed estetico, che raccontavano la storia meno nota di marchi come Comoy's e GBD.






Roso da desiderio e appunto dall'invidia decisi di affidare ad Asteriou un compito che non avevo ancora mai affidato a nessuno. Il sesto grado della pipa su commissione. Il trillo del diavolo del solista pipemaker. Lo shape che da sempre amo di più, la pipa che più ho invidiato a mio padre, quella di cui parlo sempre ma che mai prima avevo osato farmi realizzare, temendo il fallimento.

Molte sono le square panel. Pochissime quelle che passano l'esame. Quando ne trovo ne compro anche di imperfette. Amo le microvariazioni e anche una panel che suona un po' fessa, delle volte, per me può avere un significato. Però un conto è vedere e decidere, dare una casa al brutto anatroccolo conoscendo i suoi limiti, un conto è attendere con ansia il risultato di un lavoro su commissione e uscirne magari delusi, con le prprie aspettative infrante. Questo non ero mai stato capace di farlo ma con incoscienza mista a malvagità decisi di parlarne con Asteriou.

I colloqui via mail che ebbi con lui sono una delle esperienze più piacevoli della mia vita con le pipe. Come in una partita a tennis con una controparte abile, preparata ed elastica, la pipa cominciò a prendere forma, messaggio dopo messaggio. Io avevo i miei punti fermi, quei dettagli che guardo e che separano, per me, la grande panel da quella cosicosì. Quelle linee che devono essere continue, e quello no. Per rendere le cose ancora più difficili e pericolose, avevo il desiderio di una panel non ovvia, che non fosse la copia di qualche pipa famosa. Ma una panel nuova, una panel di Asteriou, slenderizzata, sottilmene modernizzata. Avevo anche qualche idea un po' balorda che Asteriou limò via subito, con colpi decisi.








Penso che fosse tarda primavera di un paio d'anni fa quando la panel si disegnò definitivamente con le parole e rimanemmo d'accordo che l'avrei ricevuta in settembre.  Così almeno mi pare perché ho l'impressione di averla visualizzata per un lungo mese di agosto, prima di vederla arrivare in un pacchetto marrone.

Era la prima panel di Asteriou, la mia prima panel commissionata. Ed era oltre ogni mia ragionevole o irragionevole speranza. Non era solo una panel che cantava. Era la Maria Callas delle panel.

L'ho postata su diversi gruppi italiani e intarnazionali  e qualcuno ha avuto addirittura la gentilezza di definirla la pipa più bella del mondo. Non so se lo sia. Ma penso che vedendola in queste foto la sentiate cantare anche voi.


giovedì 20 novembre 2014

Fresca Fresca


25 settembre 2014. La originale Azzipanel di Antonio Azzinnari si unisce alla scuderia delle mie pipe.
E' nata la panel brucianaso.


Quando mio padre guardava il disegno di qualche illustratore che secondo lui avrebbe fatto meglio a fare altro, gli si disegnava una piega di disappunto sulla bocca, sfregava i pollici contro gli indici e diceva: "è sudato... si sente la fatica..."
Ai tempi in cui i layout si facevano ancora col pennarello, in agenzia, cercavamo sempre quei pochi, bravi visualizer che erano capaci di disegnare uno storyboard o un bozzetto di getto, con facilità. Volevamo un layout "fresco". E glielo raccomandavamo: "mi raccomando, fallo fresco".
Non è che tutti quei ragazzi che si davano da fare col Pantone, cercando di raccontare visiviamente le nostre storielle di tonni, auto e acque minerali, fossero dei novelli michelangioli. Alcuni erano fumettisti che non avevano sfondato, altri illustratori che arrotondavano, qualcuno faceva anche il pittore (già questo termine non andava più di moda, ma a me piaceva contrariarli continuando a chiamarli così). Erano artigiani. Ma anche in un campo minore, senza bisogno di arrivare alle vette dell'Arte con la maiuscola, esiste qualcosa chiamata "talento". Nessuno può fare a meno del duro lavoro di imparare. Nessuno può saltare la fase in cui le basi tecniche del prorio lavoro vengono martellate ferocemente al loro posto, con dolore e anche con cattiveria da qualche istruttore spietato. Ma per qualcuno la fatica e il sudore rimarranno una dannazione che continuerà in eterno a gocciolare sulla carta rendendo impercettibilmente sgradevole (almeno, a chi ha occhi per vederlo) il risultato di qualsiasi sforzo. Qualcuno, invece, ha il dono di estrarre dal sudore la freschezza. A un certo punto comincia a succedere, oppure non succederà mai più.
E' per questo che a un certo punto della mia vita ho messo in soffitta il sax tenore. Non solo perché vivevo in uno slum dove minacciavano di farmi la pelle. Ma anche perché, per quanto mi ci dannassi, il maledetto trombone non voleva smettere di rimanere sudaticcio.
Quando ho visto le prime pipe di Antonio Azzinnari su Facebook, ho riso molto. Non so bene cosa Antonio faccia nella vita. Ma ha avuto il coraggio o l'incoscienza di raccontare in diretta il suo cammino di pipemaker-hobbysta sin dal primo ciocco storpiato. I primi passi di tutti i pipemaker sono quasi sempre indistinguibilmente micidiali. Non è facile capire se dietro l'obbrobrio del momento ci sia qualcuno che sta facendo i suoi conti, e che ritiene si guadagni di più a vendere pipe che posate da insalata, se ci sia un fumatore appassionato che cerca di saltare il fosso e capire lo strumento che ama passando dall'altro lato della lima, o se ci sia (come immagino fosse il caso di Azzinnari) un uomo dentro cui, ancora acerba, urla una specie di necessità espressiva, che prende forma attraverso il legno. Una materia che per qualche ragione a me ignota, lui conosce.
Per quanto conoscesse il legno, era evidente che Azzinnari non conosceva le pipe. Le sue primissime creazioni freehand erano di una mostruosità talmente eccessiva che, a posteriori, ci si può persino leggere quella scintilla di passione furibonda che poi l'ha portato avanti. E siccome davanti a una tastiera e a un monitor siamo tutti bravi, in fatto di cattiveria gli fu risparmiato ben poco. 
Azzinnari ha incassato tutto. Invece di spezzarsi si è temprato. Strada facendo ha pure avuto la fortuna di restaurare un immenso parco pipe, e per giunta di notevole bellezza. Una scuderia di purosangue che, probabilmente, ha parlato ai suoi occhi e alle sue dita, meglio di qualsiasi discussione teorica. A un certo punto abbiamo tutti smesso di ridere, perché Azzinnari stava cominciando a sfornare delle pipe che, anche se ancora non mature, e talvolta tutt'altro che perfette, cominciavano ad essere interessanti, cominciavano ad avere personalità. Discuteva volentieri dei "difetti" veri o presunti delle sue pipe, poi faceva di testa sua (come deve essere).  Non è che tutto fosse bello, ma tutto era inconfondibilmente suo e certe cose (per esempio la rusticatura, per esempio un taglio piuttosto vigoroso e maschio comune alle sue pipe) cominciavano a diventare stile, ovvero quella cosa che chi suda non potrà avere mai.
Un giorno sfornò una pipa rusticata, con una rusticatura così vigorosa e cattiva che mi fece dire: "fanculo, la prendo". Era già venduta, ma il diaframma era rotto.
Poi Azzinari ha inventato l'Azzipanel. Ha preso due idee che circolavano, la brucianaso (che da anni imperversa in mille versioni, più o meno riuscite) e la panel, un mio vecchio pallino, forse la forma che amo di più, e ne ha fatto una pipa sua, teoricamente assurda, non certo un modello di bellezza classica, ma una pipa assolutamente nuova e con un certo fascino. Una pipa che si può amare od odiare. Ma che è, su questo non ci sono dubbi, una pipa "fresca". C'è dietro un sacco di fatica eppure la pipa sembra che si sia fatta da sola, con naturalezza.
Stavolta l'ho presa al volo, e con me molti altri. Azzinnari ne sta facendo un genere: normale, chimney, semicurva, più tozza, meno tozza. Come la fai, funziona (perlomeno per chi, come me, con le pipe ama anche divertirsi). E' il segreto delle buone idee: fanno sempre nascere altre idee. E in più le sue pipe, come stiamo scoprendo, sono anche molto buone. Sono fatte (come del resto tutte le pipe serie) con la migliore radica che il denaro possa comprare. In questo caso, ottima radica calabrese.

Altre panel brucianaso verranno e auguro ad Azzinnari di non aversene a male. L'imitazione è sempre la migliore forma di adulazione. Avere inventato una pipa di successo, una capostipite di genere, è una grande tappa nella vita di ogni pipemaker. Farla agli albori della propria carriera non è una cosa da poco.







giovedì 6 febbraio 2014

You won't worry about earthquakes - Telegraph Hill G.L. Pease


Telegraph Hill di Gregory L. Pease, nella pipa in cui lo sto fumando adesso: una Charatan Special 320 DC degli inizi Era Dunhill (circa 1980)

Scrivo delle mie pipe e dei miei tabacchi ormai da un po' di tempo, eppure, rivedendo l'indice dei vecchi articoli prima di cominciare questo, mi rendo dell'ingiustificabile rarità degli articoli dedicati a quello che è con ogni probabilità il più grande blender moderno: G. L. Pease.
Perché tanta avarizia? Forse che i tabacchi di GLP mi piacciano meno di tante altre marche a cui ho dedicato ripetuti omaggi? Più probabilmente, il contrario. 
L'aggettivo più adatto per descrivere lo stile di GLP è "intricato". Raramente i suoi tabacchi escono dalle categorie codificate, quasi mai usano ingredienti esterni (e quando lo fanno, è qualche goccia di rum usato durante la trasformazione in cake), sempre sono fatte col miglior tabacco che il denaro possa comprare. Eppure fumandole quasi mai ti trovi di fronte a qualcosa di diretto, facile. Sono più tabacchi da concentrazione che da relax. E quando arrivi in fondo alla pipa, non sei mai così sicuro di avere capito tutto quello che c'era da capire. "Ne scriverò la prossima volta", pensi. E intanto la scatola finisce... E se è difficile parlarne quando ne stai fumando, ancora più improbabile diventa rimettere insieme i ricordi, appunto, intricati e cercare di fare un ritratto che rende minimamente giustizia al lavoro di chi ha creato quell'equilibrio fragile, cangiante, che non ti è ancora riuscito di mettere in parole. "Sarà per la prossima scatola", pensi. Ma riempita la pipa, acceso il fiammifero, tutto si ripete identico. Come al giorno della marmotta.




La scatola, fuori e dentro. Netto il predominio dei virginia orange e rossi, maturi, gloriosi. Quello del perique è solo un accento. Ma è quello giusto.

Per venirne fuori, stavolta, arrivato verso la metà della scatola, ho deciso di mettermi una pipa in bocca e scrivere, semplicemente, senza pianificare quasi niente. Credo sia l'unico modo di non cadere ancora una volta nella trappola di GLP. La magia non si batte con la pianificazione, forse ci riuscirò con l'improvvisazione.
Appena lo apri, il Telegraph Hill è già una sfida alla tua abilità di descriverlo. L'odore ha qualcosa dei vecchi virginia inglesi, quando prendono di fico secco. Ma di complemento c'è anche quella punta acetica, così tipicamente americana, che ben conosce chi ama i virginia McClelland. Quell'odore che insieme allo zucchero che trasuda dalle foglie ricche dell'Old Belt fa venire in mente l'aroma del ketchup. E' un virginia un po' del vecchio mondo e un po' del nuovo, insomma. E forse per questo ha il nome di un luogo simbolico di San Francisco. Il perique c'è, indubbiamente, ma non ti calcia sulla faccia, non ti trapana le narici. E così rimane una volta che lo accendi.
Tutto quello che ti aspetti da quello che vedi e annusi, nel Telegraph Hill c'è anche quando lo fumi. I virginia sono maturi, dolci, grassi. Il perique è come il triangolo nell'orchestra, o come il pepe nel panpepato: quando vibra, lo senti. Ma tintinna con misura.
La nota dominante resta quella di un dolce molto soddisfacente, morbido, pieno di sfumature e di giochi interni, un intreccio di virginia in cui quasi nulla (o forse nulla) è più chiaro di un bell'orange carico. E poco è più scuro. Forse c'è un po' di firecured ma veramente poco, non tanto per dare forza ma per dare un contrappunto alla sofficità dominante. Per me, fino a questo momento, si è rivelato il virginia più godibile di GLP.
E' un tabacco da fumare ad occhi socchiusi, godendo tutto quello che le sue curve morbide ti regalano ad ogni svolta. Mentre lo fumi, poco di quello che succede intorno potrebbe interessarti.

Per ora l'ho fumato in queste pipe: una Dunhill County gruppo 4, una aerofusi di Daniele Fusi e una chimney Dunhill Cumberland, con army mount in corno.

Caratteristica di quasi tutti i tabacchi di GLP, costruiti come sono su equilibri delicatissimi, è quello di essere molto cangianti da pipa a pipa. Lo fumo in pipe ben avvezze ai virginia un po' conditi, e ogni volta mi sorprende un po'. Più autoritario nella Dunhill quadrata, più rotondo e dolce nella pipa di Daniele Fusi (che con il suo sistema a calabash inversa esalta alcune frequenze, ma non il perique, come mi fanno le aerobilliard di Radice con altre miscele). Ancora acerbo nella Dunhill chimney che si sta svezzando. E' un tabacco che costa, ma è anche un tabacco che in una scatola sola contiene infinite sorprese. Sono soldi ben spesi, anche perché il rapporto qualità/prezzo è difficile da battere quando il numeratore tende a infinito.

mercoledì 17 luglio 2013

G.L. Pease Westminster vs. Dunhill London Mixture


Il Westminster di Gregory Pease dichiara di  essere un tabacco ispirato alla London Mixture originale, quella leggendaria miscelata da Dunhill (prima che la produzione passasse a Murray's, ai tempi in cui cominciai a fumarli io, parecchi anni fa)



La London Mixture Dunhill come si presenta oggi. E' fatta da Orlik e non gode di ottima stampa. Anche Gregory Pease giudica questa edizione molto inferiore a quella di Murray's, che era già seccamente inferiore all'originale Dunhill by Dunhill, che lui si è sforzato di replicare.

 La differenza tra le due miscele balza agli occhi. Tendenzialmente bruno-chiara la Dunhill, molto scuro il Westminster. Anche il taglio è diverso. Quello Dunhill è un classico taglio medio e regolare, quello di Pease è più grosso e selvatico.

C'è stato un tempo in cui la pipa era un passatempo abbastanza diffuso. A giudicare dalla quantità di tabaccai e negozi che mettevano in vendita pipe e relativi combustibili, di tabacco se ne consumava molto più di oggi. Eppure, un po' a causa del monopolio italiano, un po' forse proprio a causa della vastità del mercato, che faceva del tabacco da pipa, anche di qualità, un prodotto piuttosto comune, la varietà non era paragonabile a quella di oggi. C'erano punti fermi e certezze incrollabili, questo sì. E nel campo della miscela al latakia, erano Balkan Sobranie e Dunhill, principalmente.
Il Balkan bianco e nero aveva forse un leggerissimo margine di vantaggio in termine di qualità percepita. Dunhill in compenso offriva la varietà, restando al massimo livello qualitativo. Le scatole verniciate offrivano già iconicamente dei suggerimenti sui momenti d'uso. Ce n'era per il mattino, la notte. C'erano la Standard mixture nelle tre gradazioni di flavour. C'era il 965, descritto da molti come la miglior miscela mai prodotta in assoluto. E poi, secondo me un po' nel ruolo di cenerentola, c'era la London Mixture.
A me piaceva, ma l'ho fumata meno di altri Dunhill credo soprattutto perché gli mancava un aggancio semplice che la collocasse in un momento o in una posizione chiara (quella forte, quella leggera, quella col perique...). Era semplicemente buona, ma non mi sono mai molto chiesto buona in che modo.
Per altri probabilmente le cose stavano diversamente. Mentre io muovevo i primi incerti passi nel mondo delle pipe e dei tabacchi, Gregory Pease, ancora lontano dal diventare il blender più amato del mondo, lavorava da Drucquer dove avrebbe imparato tutto, incluso l'amore per la London Mixture di Dunhill, il paradigma contro cui ogni mixture inglese andava misurato.
La London Mixture amata da Gregory Pease era quella ancora mescolata da Dunhill, prima che la produzione passasse  in Irlanda del Nord, da Murray's (allora famoso per l'Erinmore). Io a quei tempi non ero ancora molto attento a queste cose, ma penso di aver fumato solo quella nordirlandese. Poi la produzione è passata da Orlik, in Danimarca, con un nuovo grado di separazione dal modello.

Anni dopo, inseguendo la memoria della grande originaria miscela di Dunhill, Gregory Pease ne ha creata una sua: il Westminster.
Io da diversi anni non fumo più le miscele di Dunhill. Pprincipalmente perché quello che ho sentito della versione danese è, al minimo, poco incoraggiante. Non volendo rovinare bei ricordi mi sono dedicato ad altro.

La curiosità di vedere se quel che si dice dei nuovi Dunhill sia o meno veritiero, unito alla curiosità di fumare una versione di London che non ho mai assaggiato, mi hanno spinto ad acquistare sia una scatola di London mixture che una di Westminster GLP. Li ho fumati in tre pipe di shape diverso, una billiard (quadrata), una pot, una half-chimney. Il risultato della prova, in estrema sintesi è questo. I due tabacchi sono diversi quanto possono esserlo due English mixtures. Il taglio, il colore, la "grassezza".  Io non ci vedo punti di contatto. Nessuno potrebbe mai dire che si ispirano allo stesso modello originario, il che credo dica molto su quanto le case produttrici tengano alla coerenza qualitativa dei loro prodotti, man mano che le licenze passano di mano. Sono anche, entrambi, piuttosto diversi dalla London mixture che ricordo io, quella di Murray's. Che secondo me stava un po' in un punto medio tra i due. Ma qui entra in gioco la memoria, che altre volte mi ha dimostrato di saper giocare singolari scherzi.

Il Westminster secondo me è una miscela gloriosa. Favolosa. Grassa, grossa, affumicata, con una punta di dolcezza. Più che ricordarmi la mia vecchia London dell'età di mezzo, mi ha fatto intravedere qualche bagliore di parentela con altre miscele di GLP. Non so se la London delle origini fosse così. Ma se lo era, era davvero un tabacco degno di nota.

La London mixture di Orlik, è fumabile, sulla scala mediomild. Ha perso secondo me la grassezza affumicata della London che ricordo io (la London di Murray's mi sovviene come una miscela a base marcatamente turca e non molto latakia, ma quel poco era bello robusto) ma presa per conto suo, e non per quello che potrebbe o dovrebbe essere, non è sgradevole come purtroppo sono tante miscele inglesi rimpannucciate del giorno d'oggi. Forse mi è piaciuta un po' di più nella semichimney, dove riesce a condensarsi un po'. E' la terza Dunhill-Orlik che fumo, dopo Royal Yacht e Standard Mellow (già Mild). Hanno tutte una strana nota sullo sfondo, molto lontana (un po' meno lontana nel Royal Yacht) ma comune, che deve venire da qualche Virginia presente in tutte. Sono forse un po' sbiadite, e nel caso del Royal Yacht incredibilmente dissimili dagli originali, ma almeno non sono cattive. I risultati sono stati meno deludenti di quello che temevo. E forse prima o poi sarò pronto per affrontare il confronto con il nuovo 965, che temo devastante.




Le tre pipe che ho usato per il confronto. Una square panel (in funzione di billiard), una pot, una piccola chimney. Dall'alto:
Pipa 1: Dunhill EK F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1967
Pipa 2: Dunhill R F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1973
Pipa 3: B. Barling & Sons, Londoner, 415 T 

Note di assaggio:
17/6
Pipa 1, London Mixture: parte molto turco, molto morbido, si amarognola leggermente strada facendo prendendo note un po' erbacee che mi ricordano il turco Torben Dansk. Latakia sullo sfondo. Ogni tanto si intrasente una leggera "nota Dunhill" che ho sentito in tutti i tabacchi prodotti da Orlik. Non ho idea di cosa sia (sempre che ci sia effettivamente). Impressione comunque molto superiore alle aspettative.
Pipa 2, Westminster: nella pot la grossa cilindrata del Westminster si esalta. Non sembra uno stretto parente della London. C'è più Latakia, più dolcezza profonda di grandi Virginia. Orientali meno in evidenza. E' diverso ma anche notevolmente superiore da ogni punto di vista. Distraendomi e scrivendo scalda un po' e perde sapore... 
19/6
Pipa1, London Mixture: stavolta la partenza non mi è piaciuta. Migliora un po' dopo qualche minuto ma sento sempre quella strana "componente Dunhill", che non è piacevolissima. Non so se sia un qualche tipo di Virginia o qualche trattamento...  Nulla che abbia a che vedere col soapy, comunque.
20/6
Pipa 2, Westiminster: sempre grande e grosso nella pot. Buonissimo ma mi ricorda più altre miscele di GLP che non la vecchia London 
 23/6
Pipa 1, London Mixture: piacevole. Non grosso e muscoloso ma godibilissimo
Pipa 3, London Mixture:  funziona bene anche in chimney




giovedì 20 giugno 2013

Due square panel

Sopra: Savinelli Giubileo d'Oro Straight Grain Fiammata * 502 con bocchino originale "Hand Cut" di Mauro Gilli (18 x  45) e piccola vera oro; sotto: Ashton Old Church XXX 1998 (19 x 54)



Qualcuno le ama, qualcuno le odia. Per me le square panel sono amore puro. Gira e rigira, anche negli shape più strani (ad esempio una Ropp Merisier) finisco sempre a trovarmi per le mani una panel.
Sono due grandi pipe, appena laterali rispetto al centro del mondo della panel, che per me è rappresentato da Dunhill e dal suo profeta italiano Mauro Gilli.
Per chi sa leggere una stampigliatura, c'è un po' di Gilli anche nella panel Giubileo. Era una fiammata. Una di quelle Savinelli speciali che in anni un po' più lungimiranti di questi, la casa milanese mandava da Gill, per corredarle di un bocchino all'altezza. Quello che dai loro prestampati non sarebbe uscito mai. Inutile dire che il risultato è il solito capolavoro, accoppiato a una pipa di singolare bellezza, che porta inciso sul bocchino quell' "hand cut" che significa Gilli, ancora prima di gettare l'occhio sul dente inconfondibile dell'imboccatura.

La Ashton invece è una panel un po' oltre i miei confini tradizionali. La panel mi piace media, se non mediopiccola. Crescendo con le dimensioni cresce anche col peso in modo esagerato, e trovo perda di grazia. Ma ho voluto averla perché questa era la Panel ideale di Bill Ashton Taylor ed essendo una Old Church si può essere quasi certi che sia uscita proprio dalle sue mani. Al vecchio Bill, educato alla temperanza da una vita sui banchi di Dunhill, la fuoriscita e la fondazione di un proprio marchio aveva dato una carica di vitalità e una vena di follia. Aggiungiamo che le sue prime pipe erano molto indirizzate al mercato americano ed è facile capire come molti dei suoi pezzi e il centro della sua produzione fossero intorno alle forme robuste, talvolta follemente enormi (anche se non in questo caso).
Questa è una panel che per me è già troppo grossa, ma era la panel giusta per Bill Taylor. E la panel era una delle sue forme-simbolo. Questa Old Church XXX porta sulla pelle la sabbiatura su cui aveva lavorato incessamentemente fino a trovare la formula di una superficie "craggy " e tagliente, persino sull'occhio di pernice. 
A tenerla in mano ci si pungono le dita. E così deve essere. Una panel così, se ami le panel, non puoi non averla.

venerdì 2 dicembre 2011

"Questa pipa me l'ha regalata Jean Paul Sartre"



La Gbd Conquest Square Panel che ho comprato per sbaglio, ma fortunamente, provando un software di puntate automatiche su Ebay.

Mio padre è stato un giovanotto nell'Ungheria staliniana degli anni '50. Voleva diventare cartellonista e studiava al Liceo di Arti Applicate di Budapest, dietro Piazza Calvino. Era un ambiente frizzante di stimoli artistici e un po' alternativo e ribelle, perlomeno per gli standard di un regime carcerario come quello. C'era chi portava una frangia un po' fuori ordinanza, chi metteva pantaloni a coste larghe di velluto, chi addirittura osava indossare scarpe con suola di para provenienti da qualche zio americano. Segni che denunciavano a prima vista la mancanza di adesione ideologica e la scarsa propensione all'obbedienza. Ma quello che era ancora possibile a un ragazzo (possibile ma costoso, indizi di insubordinazione come questi sarebbero costati a mio padre la non-ammissione all'Accademia di Belle Arti) era del tutto impensabile per un professore. A quel livello, i segni esteriori del temperamento artistico andavano giocati in modo politicamente più cauto. 
Un docente, quindi un artista affermato, quindi un esempio, aveva delle responsabilità. Però aveva anche delle possibilità. Ad esempio, poteva realizzare un sogno impossibile per quasi chiunque altro: attraversare la cortina in occasione di Fiere, mostre ed altri eventi legati ad una di quelle attività che il regime aveva scelto come vetrina. 
Un giorno un giovane professore di mio padre tornò da qualcuno di quegli incredibili viaggi in Occidente e apparì in classe stringendo in bocca uno stranissimo oggetto vagamente imparentato con una pipa. Ma dall'apparenza molto strana, inconsueta, cubista. Un oggetto evidentemente alieno, proveniente da un universo lontano ed eccitante. Una specie di cosa che nessuno in Ungheria aveva ancora visto a quell'epoca. I ragazzi incuriositi gli chiesero che razza di pipa fosse quella. E lui alzando spallucce disse con noncuranza: "Non so... me l'ha regalata Jean Paul Sartre...". Il filosofo esistenzialista, voce libera di un mondo dove tutto sembrava possibile, epperò certificato comunista, era il personaggio ideale per avere qualcosa a che fare con una folle pipa del genere. Una scelta perfetta per associarsi ad un oggetto che con la sua sola presenza evocava una vita intellettuale diversa e meravigliosa, però con astuta cautela politica.
La pipa, in realtà, era solo un abbozzo di radica grezza da hobbista che il giovane professore aveva probabilmente adocchiato in qualche tabaccheria e pensato di riportare a casa, spacciandolo per testimonianza delle sue frequentazioni intellettuali. Il suo fascino era dovuto interamente alla sua spigolosa, esotica ed irrazionale cubicità. E quell' abbozzo squadrato mi è tornato in mente quando da uno dei pacchetti che ogni tanto mi arrivano da Ebay è uscita questa GBD. L'ho comprata quasi per sbaglio, provando un software che piazza automaticamente la puntata. Stavo sperimentandolo su una pipa che, come amante delle square panel mi interessava vagamente. Ma che non avevo davvero intenzione di comprare. Meglio così. E' bella oltre ogni ragionevole aspettativa (e certamente più di quel grezzo cubo di radica). E' leggera, geometrica, con due facce di splendido occhio di pernice. Ma ha qualcosa di irragionevole che persino in questo mondo così privo di limiti, e così lontano dall'Ungheria di mio padre, porta un tocco di avanguardismo artistico anticonformista. E questo, anche se a regalarmela non è stato un filosofo. Ma solo un pezzo di software pazzo e indisciplinato.


 Did you say "Bird's eye"?


 Nomenclatura. Il Modello (?) è il  9579


Una specie di sogno per l'amante delle Square Panel

venerdì 18 novembre 2011

La Tanshell di Mauro Gilli

 La square panel sabbiata, color Tanshell, che comprai da Mauro Gilli

Non discuto la bellezza e la bontà delle pipe artigianali italiane. Ma io, insieme al latte materno, ho cominciato ad assorbire il fumo paterno dei tabacchi inglesi e l'amore per le forme classiche in cui la bellezza nasce da variazioni minime intorno a proporzioni che si potrebbero definire auree.  Alfred Dunhill ne era il Giotto, Achille Savinelli ne era un interprete modernista e affascinante. Ma interessante proprio per la sua capacità di forzare la forma classica senza abbandonarla, diciamo un Modigliani. Col tempo ho fatto le mie incursioni nel cubismo, nel surrealismo, ma in fondo al cuore è sempre rimasto l'amore per la classicità nella sua purezza. Le pipe di Mauro Gilli sono le pipe di un grande artigiano contemporaneo che ha scelto proprio il ritorno a quella purissima classicità quasi matematica. In mezzo ad autori che colpiscono, che stupiscono, che esibiscono talvolta con un certo compiacimento la propria personalità, una pipa di Gilli può sembrare poco stuzzicante, finché si trova su uno scaffale o su una pagina web. Ma provate a riempirla, ad accenderla e a passeggiarci con le mani in tasca. E' allora, mentre svolge la funzione per cui è nata, che attirerà l'occhio di chi capisce le pipe. Come una calamita. E, se vi capita di fumarla davanti a una vetrina in cui sono esposte intricate creazioni artistiche, potrebbe succedere che un altro appassionato volti le spalle a quella teca carica di capolavori rarissimi e costosissimi per chiedervi informazioni su un leggero pezzetto, perfettamente disegnato e tagliato, di radica, che costa una frazione della meno pretenziosa di quelle artistiche creazioni. A me è successo, proprio mentre fumavo questa square panel. Non certo la più appariscente della mia piccola raccolta di variazioni intorno ad una forma che amo. Ma certamente una delle più perfette.


Le pipe di Gilli rifuggono dall'esibizionismo: sono sobrie e minimali anche nella nomenclatura.



domenica 6 novembre 2011

La capostipite

Mio padre aveva molte belle pipe, ma ce n'era una che mi piaceva più di tutte ed era la Dunhill Shell Square Panel, che anche lui fumava un po' più spesso di tante altre. Mi spiegò perché piaceva a lui ed erano le stesse ragioni per cui quella pipa continuava ad attirare anche il mio occhio nel suo cerchio magnetico.  Era una Dunhill, per cominciare, e questo ne faceva per definizione una gran pipa, da prendere sul serio. Ma poi il fatto che una billiard avesse le facce quadrate, eppur rimanendo slanciata ed elegante, ti faceva pensare a quei manifesti un po' cubisti di Cassandre... Aveva qualcosa di indefinibilmente artistico e avanguardistico, però retro'. Un cortocircuito estetico, che però (non dimentichiamolo) era una Dunhill.
La Shell aggiungeva anche la superficie rocciosa a tutto questo. E la Shell di mio padre era sabbiata in modo che una delle superfici fosse anche leggermente incavata, come se una ditata avesse portato via un po' di materiale,  una nota scalena che rendeva (e rende) quella pipa, a tutt'oggi la vera capostipite della mia piccola ossessione per le square panels.
Da quando cominciai a comprare le prime pipe serie, cercai una square panel. Setacciai il catalogo Savinelli, che avrei potuto permettermi. Andai anche a vederle in Via Orefici. Ma purtroppo le square panel di Savinelli mancavano totalmente delle proporzioni magnetiche della square panel di mio padre. Che a quel punto, ogni tanto, mi era capitato di fumare di nascosto, innamorandomene ancora di più.
Quando vidi questa pipa sotto il tavolo di vetro in cui Noli a Milano tiene l'usato Dunhill pensai di toccare il cielo con un dito. Non era una Shell... però era una Root! Aveva qualcosa in meno di quella di mio padre. Ma anche, per la miseria, qualcosa in più! Restava il fatto che benché il mio budget si fosse leggermente allargato rispetto alle prime paghette da fame, continuavo a non potermi permettere una pipa del genere. Di tutto ciò parlai a mio padre con tale entusiasmo da matto, che alla prima festa quella pipa me la ritrovai in un pacchetto (un fatto notevole, considerato che lui non si era mai permesso la spesa di una Dunhill Root Briar).
Fortunatamente, vista la mia reazione quando non la ritrovai più sotto il vetro, Noli mi avvertì di chi avesse requisito la square panel. E così anziché farmi prendere dalla depressione, passai un paio di mesi a pregustarmela, sapendo che prima o poi sarebbe arrivata. E ricordo come fosse adesso il momento in cui la vidi e l'incredulità con cui continuavo a guardarla nel taxi che mi riportò a casa quella sera...
Da allora ho approfondito le conoscenze tecniche sul fornello pannellato, imparando che è un esercizio artigianale piuttosto difficile che merita di essere apprezzato anche sotto quell'aspetto. E soprattutto ho aggiunto qualche nuova square panel al mucchio di pipe che tengo in giro per casa: tre Ashton, un'altra Dunhill (shell, ma diversa da quella di mio padre), una splendida Sasieni nel suo astuccio, una Mark Tinsky... alcune belle, alcune così così. Ma nessuna come questa. Una pipa che mi fa ancora e sempre impazzire tutte le volte che la guardo e che la fumo.