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martedì 17 novembre 2015

Due menti pericolose


Le due Ashton appena arrivate da Jim Craig 

Essere menti organizzate e ordinate ha certamente i suoi vantaggi. Talvolta anche non esserlo, però, dà le sue soddisfazioni. 
Tra le menti meno organizzate, da sempre, i pipemakers inglesi hanno un ruolo di rilievo. Ashton in particolare, fondata dal compianto Bill Taylor è sempre stata una pipa amabile per chi in un manufatto cerca anche l'impronta caratteriale e umana del creatore. Per chi, guardando una foratura o una sabbiatura può provare a indovinare lo stato d'animo, e magari talvolta anche la quantità di whisky che aveva bevuto quel giorno il suo autore.
Da quando Bill Taylor è morto (ma probabilmente anche da parecchio prima), le operazioni di Ashton sono condotte da Jim Craig. Questi cambi di mano sono sempre delicati. Al tempo in cui avvenne il cambio della guardia ci fu ampia discussione tra gli appassionati, che confrontavano le Ashton "Taylor" con le Ashton "Craig", armati del più grande scetticismo, con tutta la capacità di spaccare il capello di cui noi malati di questo oggetto siamo capaci.
Personalmente sono sempre stato dalla parte di Jim Craig, anche perché sapevo che molte delle Ashton che avevamo sempre incondizionatamente ammirato erano già fatte da lui. Possiedo diverse Ashton "Taylor" ma non ho mai avuto alcuna remora anche ad acquistare le "Craig", che mi hanno totalmente soddisfatto e, seppur in brevi scambi elettroepistolari, mi hanno fatto scoprire una persona di grande correttezza e competenza.
Da poco più di anno sono entratto in contatto con Jim Craig anche su Facebook. Lo vedo a pesca  in mari tropicali, indossare cappelli che invidio, fare scherzi piuttosto bizzarri e irripetibili a suo nipote. In breve ho capito che il sangue Ashton continua a non essere acqua, anche perché (sempre a giudicare dalle foto) frequentemente corroborato da gin tonic.
Non so se la conversazione che abbiamo avuto via chat quando gli ho ordinato queste pipe sia avvenuta in uno stato di particolare euforia per me, per lui o forse per entrambi. Fatto sta che avevo l'intenzione di ordinare una pipa simile a una che avevo già, una apple XX in finitura brindle. Però in un altro shape e con un cumberland di colore diverso. Qualche settimana dopo stavo pagando due pipe e  rileggendo la mia conversazione con Craig era francamente difficile capire che shape avessi ordinato. Nelle mie intenzioni, erano però due brindle con cumberland "nuvoloso" ma in due colori diversi, nessuno dei quali verde oliva (che avevo già). 
Aprendo il pacchetto ho invece scoperto di essere il fortunato possessore di due Pebble Grain (un grading leggermente più alto), sabbiate in modo spettacolare, commovente, esattamente dello shape che avevo ordinato (come ho accertato, decodificando alla fine la contorta chat), ma con lo stesso identico bocchino che già possiedo, e peraltro amo. Un tactical cumberland verde oliva, che richiama il mimetismo dei corazzati destinati a operare nelle piane e nelle foreste dell'Europa Centrale. Il vizio delle microvariazioni mi insegue, a dispetto della mia razionale intenzione di allontanarmene un po'.
La totale incapacità organizzativa, il disordine espositivo e il caso mi hanno regalato una sorpresa e un paio di pipe ancora più attraenti di quelle che avevo immaginato. Se qualcuno cercasse di separarmi da questa nuova coppia di Ashton da duello, il cui fornello emana il promettente odore d'olio che mi aspetto da ogni nuova Ashton, me ne difenderei con la violenza, se necessario a bottigliate.

martedì 6 ottobre 2015

Rav Benamozegh e le Dunhill

La gioia della microvariazione. Due Dunhill Red Bark LBS (Large Billiard Slender): una con vera argento (1973), l'altra (1972) trovata recentemente a Berlino da Der Pfeifelanden.  

Diceva Rav Benamozegh, Maestro livornese, che nella Torah si può trovare tutto. Il saggio troverà la saggezza, il poeta troverà la poesia, il matematico troverà la logica, lo spirituale troverà il trascendente, il materialista troverà le leggi dell'economia, il filosofo la filosofia. E anche lo stolto troverà nella Torah esattamente quello che cerca: un sacco di scempiaggini.

Recentemente mi sono reso conto che, molto più modestamente, qualcosa del genere è vero anche per le pipe di Alfred Dunhill. Sono pipe magnifiche e multiformi. Ma sono anche prismi potenti, attraverso i quali chi le possiede riflette verso il mondo qualcosa di se stesso, e che dalla sua Dunhill uscirà illuminato e amplificato.  Per qualcuno sarà il buon gusto, per qualcuno l'esperienza, per chi la cultura, l'intelligenza, la semplicità (l'importante è fumare bene), il razionalismo, l'opulenza, persino -chi l'avrebbe mai detto- l'anticonformismo. Tutto si può leggere in una Dunhill. Delle volte, anche la scempiaggine di cui l'ha riempita lo stolto.

martedì 14 aprile 2015

Zero calories



Samuel Gawith Chocolate Plug. Da plug al fornello in tre semplici passi: 1) taglio del plug a fettine abbastanza sottili 2) sfregamento di qualche fetta, diciamo un paio o forse tre, tra i plami delle mani fino a ottenere una specie di pallozza oblunga 3) la pallozza viene aperta e resa vaporosa prima del caricamento La pipa è una Radice aerobilliard square panel.





Negli ultimi mesi ho riscoperto una passione feroce per la bicicletta, ho percorso varie migliaia di chilometri in su e in giù prima in piano (molto piano), poi in piano (ma un po' più forte), poi cominciando ad azzardare qualche salita. Il passaggio da pipatore-poltronista puro a pipatore-quasiciclista mi ha divertito molto e ha fatto sì che abbia messo un po' sotto controllo anche l'alimentazione. E' stato tutto piuttosto semplice e indolore, tranne che per il cioccolato, di cui pian piano sono diventato inspiegabilmente e improvvisamente schiavo, dopo averlo ignorato per gran parte della mia vita.
A forza di ingozzarmi di cioccolato, per quanti chilometri mettessi sotto le ruote, non c'era più verso di trattenere l'ago della bilancia da un movimento che stava diventando inverso a quello desiderato. Per non compromettere le mie prestazioni sportive e per liberarmi degli eccessi più incoffessabili, mi è venuta in aiuto questo grosso tavolettone di Samuel Gawith Chocolate Plug, che avevo preso a Praga qualche mese fa, sfidando a piedi una tormenta di neve durante una pausa di lavoro. Non ci sono molti altri posti per acquistarlo, e per acquistare una vasta gamma di Gawith normalmente disponibili solo in flake, se non la lunga transumanza verso il  negozio di etrafika, piuttosto fuorimano, e piuttosto in salita, per chi sta in basso, in centro, nella zona più battuta da turisti e ospiti d'affari.
Del chocolate flake  ricordavo poco. Lo fumai un paio di volte, forse un po' secco, e mi lasciò un ricordo positivo ma non indelebile. Il plug, acquistato per curiosità e calorosa raccomandazione di un goloso tabaccaio-pipatore  ceko che ha tutta l'aria di intendersene molto, è rimasto tra i tabacchi che non ho mai collocato nel caveau e ingombrano i pochi spazi di casa mia. Sacrificio necessario perché non essendo conservato sottovuoto, ogni tanto richiede un po' di supervisione, almeno finché non lo metterò in Bormioli. Insieme ad altri suoi simili blocchettoni,  ogni tanto mi attirava, andavo a palpeggiarlo, ad odorarlo, ne tenevo sotto controllo l'umidità, ne pregustavo le delizie. Controllo dopo controllo, questo virginia scurissimo, spruzzato di latakia e profumato di cacao ha cominciato ad attirarmi almeno quanto le tavolette di cioccolato vero e proprio che stavo accumulando in cucina, e quel che è peggio consumando senza ragionevolezza. Così mi sono risolto ad aprirlo, ed è stata una scelta assolutamente azzeccata.
Il chocolate plug (o la sua versione in flake), si dice, non sa di cioccolato. Ma, viene sottolineato con puntiglio burocratico, di cacao. Sarà. Visto che i miei cioccolati preferiti vanno dal 70% di cacao al 99%, la differenza tra i due concetti, per me, resta inavvertibile. Secondo me, il chocolate flake sa (la cosa potrà sorprendere) di cioccolato e il tocco di latakia, comunque ben avvertibile, lo rende uno di quei folli cioccolati che vanno per la maggiore adesso, con sale, con peperoncino, con rosmarino. Mi piacciono tutti, e questo con latakia certo non meno degli altri. E' cioccolatosa la consistenza del virginia, il suo colore, il fondo dolceamaro. Da quando ho aperto la mia tavoletta di chocolate flake e le sue fette hanno cominciato a trovare la strada di diverse pipe,  la mia immaginazione e il mio desiderio corrono decisamente meno verso le tavolette in carta d'oro e d'argento e invece con ossessiva insistenza al grosso  vaso a molla in cui tengo il tabacco alla mano che sto fumando in questo momento.
Il chocolate plug rispetto al flake ha in più sicuramente la presentazione. Questa barra spettacolare che sembra appena uscita dalle cure del maitre chocolatier. Ma anche il flake andrà considerato, quando la scimmia cioccolatosa ricomincerà ad urlare, e io sarò troppo stanco o troppo lontano dal cucuzzolo praghese, unico luogo al mondo dove ho mai trovato disponibilità di questa specialità, tutta piacere peccaminoso e zero calorie.

mercoledì 26 novembre 2014

Una panel che canta

Forse la square panel più bella del mondo. La mia. Fatta da Chris Asteriou.


Di che materia è fatto un grande pipemaker? Per un terzo è fatto di cultura. Non la cultura dei professori (per quanto anche quella non faccia male). Ma la piccola cultura del suo lavoro e del suo mondo. Una lunga storia di marche, di shape, di varianti, di stili, di mode, di idee a volte geniali e a volte fallimentari, di cataloghi, di personaggi, di avventure. Un corpo di conoscenza viva, sudata, toccata: quella che ti dà un linguaggio comune con altri appassionati, che ti permette di capire e apprezzare quanto grande (o quanto terribile) è quello che è stato fatto prima di te. E magari, un giorno, ti permetterà anche di inventare qualcosa di nuovo, un tocco infinitesimale che ancora nessuno aveva dato prima e che farà di una pipa la tua pipa. Sì, perché il secondo terzo di un grande pipemaker è fatto di inventiva, della voglia di lasciare un segno, piccolo o grande che sia. Del desiderio di rielaborare quello che conosce e finalmente, un giorno, usarlo per creare qualcosa che prima non c'era. Quella scintilla che scocca dal profondo di qualcosa di vero. E che non potrà mai nascere dall'ignoranza, dalla superficialità, dal pressapochismo o dalla serialità bovina.
Il terzo terzo è quello che divide l'archivista dal primo violino solista. Puoi avere dentro tutto, ma non diventerà mai nulla se il buon Dio non ti ha dato anche la mano che serve per trasformare un'idea in un pezzo di legno e di ebanite capace di cantare.
Non è solo un problema di note giuste, di decimi di millimetri, di un buco dritto o storto. Una grande pipa è una armonia delicata. Ce ne sono di quasi belle, che guardi da sopra, da sotto, sembrano fatte anche bene. Eppure non cantano. Sono come belle campane di bronzo lustre, belle incise tutte intorno. Ma che suonano disperatamente fesse. Forse, con uno strumento tecnologico appropriato, si può anche capire da quale difetto interiore viene la ottusa fessaggine di quello strumento nato morto. Ma non è la cosa importante. Quello che conta è che ci sono pipe nate da un uomo (o talvolta una donna) che aveva la cultura, lo spirito e la mano per arrivare al cuore. Suonano argentine come un diapason. Sono qualcosa di più di una pipa che non ha difetti grossolani visibili. Sono capaci di dare una piccola emozione. 

Ed è lì, a quel canto, a quella piccola emozione, che chi taglia radica, qualunque sia lo strumento che usa, dovrebbe voler arrivare.

Ogni grande creatore di pipe è fatto di questi tre terzi. Ma non tutti li hanno distribuiti nelle stesse proporzioni. Per qualcuno predomina l'inventiva visionaria, altri stupiscono di più per la meraviglia della loro mano. Quando  scopri Chris (non mi avventuro nella traslitterazione del suo vero nome greco) Asteriou, l'impressione che nasce è che le tre doti siano state distribuite con un equilibrio aureo, classico. Lo incontrai per la prima volta diverso tempo fa, sfogliando il blog di Neil Archer: A passion for pipes.








Asteriou a quei tempi era un pipemaker ancora semisconosciuto al "grande pubblico" del minuscolo mondo della pipa d'autore. Lessi e rilessi l'articolo di Archer, rivivendo attraverso le sue parole il piacere che avevo provato altre volte parlando con artigiani che conoscono e che amano la pipa e che sanno muoversi perfettamente attraverso le pagine della sua storia. Quelli che non aspettano da te un progettino ma uno stimolo, un canovaccio da fare proprio e su cui cantare la propria musica.

Scoprii che Asteriou era un architetto. Ma anche che inseguendo la sua altra passione, aveva lavorato piuttosto a lungo a Roma, nel negozio di Musicò, un luogo centrale di cultura piparia. Ormai irrimediabilmente catturato al magnetismo del greco, scoprii scorrendo le sue pagine che Asteriou collezionava vecchie pipe. E dalle pipe dannatamente interessanti che raccoglieva (a volte vecchie varianti oscure di shape classici), la invidia che provavo per la incredibile lovat di Asteriou che continuava ad occhieggiarmi dal blog di Archer si estese alla collezione di pipe di Asteriou medesimo, al suo gusto raffinatissimo e alla sua abilità nel trovare nascoste chissà dove simili piccole perle di valore storico ed estetico, che raccontavano la storia meno nota di marchi come Comoy's e GBD.






Roso da desiderio e appunto dall'invidia decisi di affidare ad Asteriou un compito che non avevo ancora mai affidato a nessuno. Il sesto grado della pipa su commissione. Il trillo del diavolo del solista pipemaker. Lo shape che da sempre amo di più, la pipa che più ho invidiato a mio padre, quella di cui parlo sempre ma che mai prima avevo osato farmi realizzare, temendo il fallimento.

Molte sono le square panel. Pochissime quelle che passano l'esame. Quando ne trovo ne compro anche di imperfette. Amo le microvariazioni e anche una panel che suona un po' fessa, delle volte, per me può avere un significato. Però un conto è vedere e decidere, dare una casa al brutto anatroccolo conoscendo i suoi limiti, un conto è attendere con ansia il risultato di un lavoro su commissione e uscirne magari delusi, con le prprie aspettative infrante. Questo non ero mai stato capace di farlo ma con incoscienza mista a malvagità decisi di parlarne con Asteriou.

I colloqui via mail che ebbi con lui sono una delle esperienze più piacevoli della mia vita con le pipe. Come in una partita a tennis con una controparte abile, preparata ed elastica, la pipa cominciò a prendere forma, messaggio dopo messaggio. Io avevo i miei punti fermi, quei dettagli che guardo e che separano, per me, la grande panel da quella cosicosì. Quelle linee che devono essere continue, e quello no. Per rendere le cose ancora più difficili e pericolose, avevo il desiderio di una panel non ovvia, che non fosse la copia di qualche pipa famosa. Ma una panel nuova, una panel di Asteriou, slenderizzata, sottilmene modernizzata. Avevo anche qualche idea un po' balorda che Asteriou limò via subito, con colpi decisi.








Penso che fosse tarda primavera di un paio d'anni fa quando la panel si disegnò definitivamente con le parole e rimanemmo d'accordo che l'avrei ricevuta in settembre.  Così almeno mi pare perché ho l'impressione di averla visualizzata per un lungo mese di agosto, prima di vederla arrivare in un pacchetto marrone.

Era la prima panel di Asteriou, la mia prima panel commissionata. Ed era oltre ogni mia ragionevole o irragionevole speranza. Non era solo una panel che cantava. Era la Maria Callas delle panel.

L'ho postata su diversi gruppi italiani e intarnazionali  e qualcuno ha avuto addirittura la gentilezza di definirla la pipa più bella del mondo. Non so se lo sia. Ma penso che vedendola in queste foto la sentiate cantare anche voi.


giovedì 20 novembre 2014

Fresca Fresca


25 settembre 2014. La originale Azzipanel di Antonio Azzinnari si unisce alla scuderia delle mie pipe.
E' nata la panel brucianaso.


Quando mio padre guardava il disegno di qualche illustratore che secondo lui avrebbe fatto meglio a fare altro, gli si disegnava una piega di disappunto sulla bocca, sfregava i pollici contro gli indici e diceva: "è sudato... si sente la fatica..."
Ai tempi in cui i layout si facevano ancora col pennarello, in agenzia, cercavamo sempre quei pochi, bravi visualizer che erano capaci di disegnare uno storyboard o un bozzetto di getto, con facilità. Volevamo un layout "fresco". E glielo raccomandavamo: "mi raccomando, fallo fresco".
Non è che tutti quei ragazzi che si davano da fare col Pantone, cercando di raccontare visiviamente le nostre storielle di tonni, auto e acque minerali, fossero dei novelli michelangioli. Alcuni erano fumettisti che non avevano sfondato, altri illustratori che arrotondavano, qualcuno faceva anche il pittore (già questo termine non andava più di moda, ma a me piaceva contrariarli continuando a chiamarli così). Erano artigiani. Ma anche in un campo minore, senza bisogno di arrivare alle vette dell'Arte con la maiuscola, esiste qualcosa chiamata "talento". Nessuno può fare a meno del duro lavoro di imparare. Nessuno può saltare la fase in cui le basi tecniche del prorio lavoro vengono martellate ferocemente al loro posto, con dolore e anche con cattiveria da qualche istruttore spietato. Ma per qualcuno la fatica e il sudore rimarranno una dannazione che continuerà in eterno a gocciolare sulla carta rendendo impercettibilmente sgradevole (almeno, a chi ha occhi per vederlo) il risultato di qualsiasi sforzo. Qualcuno, invece, ha il dono di estrarre dal sudore la freschezza. A un certo punto comincia a succedere, oppure non succederà mai più.
E' per questo che a un certo punto della mia vita ho messo in soffitta il sax tenore. Non solo perché vivevo in uno slum dove minacciavano di farmi la pelle. Ma anche perché, per quanto mi ci dannassi, il maledetto trombone non voleva smettere di rimanere sudaticcio.
Quando ho visto le prime pipe di Antonio Azzinnari su Facebook, ho riso molto. Non so bene cosa Antonio faccia nella vita. Ma ha avuto il coraggio o l'incoscienza di raccontare in diretta il suo cammino di pipemaker-hobbysta sin dal primo ciocco storpiato. I primi passi di tutti i pipemaker sono quasi sempre indistinguibilmente micidiali. Non è facile capire se dietro l'obbrobrio del momento ci sia qualcuno che sta facendo i suoi conti, e che ritiene si guadagni di più a vendere pipe che posate da insalata, se ci sia un fumatore appassionato che cerca di saltare il fosso e capire lo strumento che ama passando dall'altro lato della lima, o se ci sia (come immagino fosse il caso di Azzinnari) un uomo dentro cui, ancora acerba, urla una specie di necessità espressiva, che prende forma attraverso il legno. Una materia che per qualche ragione a me ignota, lui conosce.
Per quanto conoscesse il legno, era evidente che Azzinnari non conosceva le pipe. Le sue primissime creazioni freehand erano di una mostruosità talmente eccessiva che, a posteriori, ci si può persino leggere quella scintilla di passione furibonda che poi l'ha portato avanti. E siccome davanti a una tastiera e a un monitor siamo tutti bravi, in fatto di cattiveria gli fu risparmiato ben poco. 
Azzinnari ha incassato tutto. Invece di spezzarsi si è temprato. Strada facendo ha pure avuto la fortuna di restaurare un immenso parco pipe, e per giunta di notevole bellezza. Una scuderia di purosangue che, probabilmente, ha parlato ai suoi occhi e alle sue dita, meglio di qualsiasi discussione teorica. A un certo punto abbiamo tutti smesso di ridere, perché Azzinnari stava cominciando a sfornare delle pipe che, anche se ancora non mature, e talvolta tutt'altro che perfette, cominciavano ad essere interessanti, cominciavano ad avere personalità. Discuteva volentieri dei "difetti" veri o presunti delle sue pipe, poi faceva di testa sua (come deve essere).  Non è che tutto fosse bello, ma tutto era inconfondibilmente suo e certe cose (per esempio la rusticatura, per esempio un taglio piuttosto vigoroso e maschio comune alle sue pipe) cominciavano a diventare stile, ovvero quella cosa che chi suda non potrà avere mai.
Un giorno sfornò una pipa rusticata, con una rusticatura così vigorosa e cattiva che mi fece dire: "fanculo, la prendo". Era già venduta, ma il diaframma era rotto.
Poi Azzinari ha inventato l'Azzipanel. Ha preso due idee che circolavano, la brucianaso (che da anni imperversa in mille versioni, più o meno riuscite) e la panel, un mio vecchio pallino, forse la forma che amo di più, e ne ha fatto una pipa sua, teoricamente assurda, non certo un modello di bellezza classica, ma una pipa assolutamente nuova e con un certo fascino. Una pipa che si può amare od odiare. Ma che è, su questo non ci sono dubbi, una pipa "fresca". C'è dietro un sacco di fatica eppure la pipa sembra che si sia fatta da sola, con naturalezza.
Stavolta l'ho presa al volo, e con me molti altri. Azzinnari ne sta facendo un genere: normale, chimney, semicurva, più tozza, meno tozza. Come la fai, funziona (perlomeno per chi, come me, con le pipe ama anche divertirsi). E' il segreto delle buone idee: fanno sempre nascere altre idee. E in più le sue pipe, come stiamo scoprendo, sono anche molto buone. Sono fatte (come del resto tutte le pipe serie) con la migliore radica che il denaro possa comprare. In questo caso, ottima radica calabrese.

Altre panel brucianaso verranno e auguro ad Azzinnari di non aversene a male. L'imitazione è sempre la migliore forma di adulazione. Avere inventato una pipa di successo, una capostipite di genere, è una grande tappa nella vita di ogni pipemaker. Farla agli albori della propria carriera non è una cosa da poco.







giovedì 19 settembre 2013

White for coolness


Charlie Parker 1920-1955


 Dall'alto: Rinaldo Sahara YYY (pallina), Mauro Gilli ** (canadese), Castello Castello KKKK (pot), Dunhill Bruyere 4203 (billiard saddle)



Non sempre l'emozione e la ragione viaggiano in sincronia. In fatto di percezione termica, per esempio, ci sono immagini, colori, materiali, che rinfrescano le idee, prima ancora che il corpo. Una tenda di lino che sventola gonfiata da una finestra aperta, un cappello panama, un bocchino bianco...
Non occorre averli addosso. Basta guardarli per sentirsi raffrescati: il potere della mente è più forte di quello dei condizionatori.

Il bocchino bianco è come un'insalata di pasta fredda, un pernod lattiginoso nel bicchiere velato di condensa. Il bocchino bianco è qualcosa senza il quale, per me, sarebbe difficile immaginare l'estate.
Eppure, se penso alla prima volta che ne acquistai uno, so che il desiderio di frescura non è stata la spinta principale. Era montato su una pot Castello, quella che appare nella foto poco sopra. La pipa occhieggiava dietro un vetro da Noli. Il design era severo e geometrico, tipicamente Castello. Le proporzioni però esprimevano simpatia, aveva un colore mielato che me ne faceva pregustare la dolcezza. Soprattutto aveva questo bizzarro bocchino di colore bianco. Il primo che avessi mai visto montato su una pipa seria.

Tra tutte le pipe del terrificante display di quel negozio, nato per torturare l'appassionato dal budget moderato, o pressoché nullo, come quello che avevo allora, la pot col bocchino bianco mi attirò inesorabile, irresistibile, nel suo gorgo. Quello che sentivo nel profondo, però, non erano cicale. Era il gracidare del sassofono di Charlie Parker.

Tutti hanno avuto le loro ossessioni musicali giovanili. Io da bambino molto piccolo ho avuto Adriano Celentano. Il primo cantante di cui abbia comprato dei dischi. Non sapevo nemmeno cosa fosse il jazz finché mio padre un giorno, avrò avuto 14 anni, portò a casa degli audiolibri mondadori di cui aveva fatto la copertina. Era la storia del Jazz di Arrigo Polillo. Per ragioni che non ricordo cominciai ad ascoltarli dalla quarta delle cinque cassette. E' lì, subito,venni investito da "Bird", cioè appunto da Charlie Parker. L'uomo che cancellò tutto il resto.
Inutile spiegare cosa sia la sua musica. Chi odia il jazz (ovvero quasi tutti) se ne annoierebbe. Per chi ne sa qualcosa, sarebbe superfluo. Ma Bird diventò per me una specie di alter ego. Leggevo tutto ciò che fosse mai stato stampato su di lui in italiano, ascoltavo incessantemente tutto il possibile. La sua figura eroica, modellata dalla mia mente adolescente con le parole delle sue agiografie, si stagliava titanica mostrando la via della grandezza. 

Le sue foto non sono molte. Gira e rigira ti trovi davanti sempre le stesse. E nella maggior parte, Charlie Parker monta sul suo sassofono contralto uno sfizioso bocchino bianco. Nelle altre, è probabile che lo strumento non sia il suo: chiuso al banco dei pegni, sequestrato da qualche spacciatore o dimenticato sul sedile di un taxi. Quando cominciai, inevitabilmente, a suonare il sax anch'io non pensai nemmeno di cercare il bocchino di Bird. L'idea mi avrebbe terrorizzato. E poi nessuno dei musicisti veri ne usava uno simile, né lo vidi mai in un negozio. Rimase una figura mitica, astratta.

La rividi per la prima volta, trasfigurato, sulla Castello di Noli. E' ovvio che nessuna ragionevolezza avrebbe potuto trattenermi dal comprarlo.

I miei assoli con quella pipa sono stati molto più soddisfacenti di quanto sia mai riuscito ad ottenere dal mio sassofono, benché mi ci sia dedicato con impegno. Ognuno ha la sua strada. Io non ero fatto per essere Charlie Parker. Del resto, nemmeno lui era capace di fumare la pipa.



Ko-Ko. Forse, il capolavoro assoluto.



I due bocchini bianchi di Charlie Parker: sopra Runyon 22,  sotto Brilhart Streamline


mercoledì 14 agosto 2013

Voilà, la Ropp Merisier


La mia Ropp Merisier nella sua singolare bellezza squadrata


C'è una pipa per tutti ma non è detto che ognuno di noi debba avere soltanto una pipa. O anche solo un genere di pipa. Nulla è più terribile che trasformare una passione in un'ossessione. Cosa che può accadere quando il momento felice, libero, un po' folle, in cui si decide di acquistare viene imbrigliato nelle catene della logica.
Pochi di noi, per dir le cose come stanno, comprano una pipa perché hanno carenza di strumenti nei quali dar fuoco al proprio tabacco. Le compriamo perché ci piacciono, perché ci divertono, perché in quel momento inseguiamo una piccola mania. Eppure succede che a un certo punto della propria vita si cominci a restringere sempre più il proprio spazio di movimento: "mi piacciono le billiard, quindi devo comprare una billiard", e così mentre si trasforma una pulsione gioiosa nell'ennesimo momento di autoricoscimento, e ci si cerca di specchiare in un'immagine che ci siamo costruiti da soli, senza accorgercene abbiamo distrutto una piccola parentesi di felicità.
Non so se queste elucubrazioni abbiano qualche senso. Fatto sta che ogni tanto occorre darsi delle motivazioni logiche per fare qualcosa di completamente insensato.

Io amo le Dunhill, le vecchie pipe inglesi. Amo talvolta il classico un po' rivisitato. Vedo nella pipa un piccolo oggetto di design, però nobile, che esprime cultura attraverso la sua essenzialità.  Eppure un giorno mi sono aggiudicato questa Ropp Merisier. Pipa nobile, a suo modo. Ma estremamente lontana da tutto quanto io abbia mai apprezzato in una pipa: la leggerezza, l'equilibrio. E persino la buona radica.
La Merisier è una pipa di marasca, nipotina industrializzata di grezze progenitrici fatte a mano dai loro stessi proprietari, per bruciarci qualcosa purchefosse. Ne è appassionato Sinan, uno dei moderatori di flp e parlandone un po' insieme, la curiosità si è attaccata anche a me. Questa che ho preso non era in grandi condizioni estetiche soprattutto a causa del bocchino opaco e ingiallito. Ma ho verificato (grazie all'esperta consulenza del mio mentore) che fosse intatta la parte funzionalmente più delicata: la vite con la quale il cannello si inserisce nella testa, concettualmente simile a quella dei manici di scopa.
La testa in marasca trasmette al tabacco un vago sentore dolciastro che si combina a meraviglia col Kentucky del Garibaldi oppure con il Toscovirginia (che preferisco, essendo un po' viziato).
Non è una pipa confortevole, a meno che abbiate facilità a tenere un tronco sospeso per i denti. Non riesco a immaginare i suoi originari proprietari intenti a lavorare la terra fumando la loro pipa. E' decisamente una pipa da fine giornata. E allora, carica di tabacco nero, con un bicchiere o due davanti, penso che possa trovare il suo senso.
Ce n'è di varie tipologie. Spellate e con la corteccia. Inevitabilmente io, quasi senza accorgermene, sono caduto vittima della versione De Luxe, la square panel delle Ropp Merisier.
Per quanto si cerchi di spezzare le proprie catene, anche nel modo più vigoroso, non riusciremo mai a liberarcene del tutto.





mercoledì 17 luglio 2013

G.L. Pease Westminster vs. Dunhill London Mixture


Il Westminster di Gregory Pease dichiara di  essere un tabacco ispirato alla London Mixture originale, quella leggendaria miscelata da Dunhill (prima che la produzione passasse a Murray's, ai tempi in cui cominciai a fumarli io, parecchi anni fa)



La London Mixture Dunhill come si presenta oggi. E' fatta da Orlik e non gode di ottima stampa. Anche Gregory Pease giudica questa edizione molto inferiore a quella di Murray's, che era già seccamente inferiore all'originale Dunhill by Dunhill, che lui si è sforzato di replicare.

 La differenza tra le due miscele balza agli occhi. Tendenzialmente bruno-chiara la Dunhill, molto scuro il Westminster. Anche il taglio è diverso. Quello Dunhill è un classico taglio medio e regolare, quello di Pease è più grosso e selvatico.

C'è stato un tempo in cui la pipa era un passatempo abbastanza diffuso. A giudicare dalla quantità di tabaccai e negozi che mettevano in vendita pipe e relativi combustibili, di tabacco se ne consumava molto più di oggi. Eppure, un po' a causa del monopolio italiano, un po' forse proprio a causa della vastità del mercato, che faceva del tabacco da pipa, anche di qualità, un prodotto piuttosto comune, la varietà non era paragonabile a quella di oggi. C'erano punti fermi e certezze incrollabili, questo sì. E nel campo della miscela al latakia, erano Balkan Sobranie e Dunhill, principalmente.
Il Balkan bianco e nero aveva forse un leggerissimo margine di vantaggio in termine di qualità percepita. Dunhill in compenso offriva la varietà, restando al massimo livello qualitativo. Le scatole verniciate offrivano già iconicamente dei suggerimenti sui momenti d'uso. Ce n'era per il mattino, la notte. C'erano la Standard mixture nelle tre gradazioni di flavour. C'era il 965, descritto da molti come la miglior miscela mai prodotta in assoluto. E poi, secondo me un po' nel ruolo di cenerentola, c'era la London Mixture.
A me piaceva, ma l'ho fumata meno di altri Dunhill credo soprattutto perché gli mancava un aggancio semplice che la collocasse in un momento o in una posizione chiara (quella forte, quella leggera, quella col perique...). Era semplicemente buona, ma non mi sono mai molto chiesto buona in che modo.
Per altri probabilmente le cose stavano diversamente. Mentre io muovevo i primi incerti passi nel mondo delle pipe e dei tabacchi, Gregory Pease, ancora lontano dal diventare il blender più amato del mondo, lavorava da Drucquer dove avrebbe imparato tutto, incluso l'amore per la London Mixture di Dunhill, il paradigma contro cui ogni mixture inglese andava misurato.
La London Mixture amata da Gregory Pease era quella ancora mescolata da Dunhill, prima che la produzione passasse  in Irlanda del Nord, da Murray's (allora famoso per l'Erinmore). Io a quei tempi non ero ancora molto attento a queste cose, ma penso di aver fumato solo quella nordirlandese. Poi la produzione è passata da Orlik, in Danimarca, con un nuovo grado di separazione dal modello.

Anni dopo, inseguendo la memoria della grande originaria miscela di Dunhill, Gregory Pease ne ha creata una sua: il Westminster.
Io da diversi anni non fumo più le miscele di Dunhill. Pprincipalmente perché quello che ho sentito della versione danese è, al minimo, poco incoraggiante. Non volendo rovinare bei ricordi mi sono dedicato ad altro.

La curiosità di vedere se quel che si dice dei nuovi Dunhill sia o meno veritiero, unito alla curiosità di fumare una versione di London che non ho mai assaggiato, mi hanno spinto ad acquistare sia una scatola di London mixture che una di Westminster GLP. Li ho fumati in tre pipe di shape diverso, una billiard (quadrata), una pot, una half-chimney. Il risultato della prova, in estrema sintesi è questo. I due tabacchi sono diversi quanto possono esserlo due English mixtures. Il taglio, il colore, la "grassezza".  Io non ci vedo punti di contatto. Nessuno potrebbe mai dire che si ispirano allo stesso modello originario, il che credo dica molto su quanto le case produttrici tengano alla coerenza qualitativa dei loro prodotti, man mano che le licenze passano di mano. Sono anche, entrambi, piuttosto diversi dalla London mixture che ricordo io, quella di Murray's. Che secondo me stava un po' in un punto medio tra i due. Ma qui entra in gioco la memoria, che altre volte mi ha dimostrato di saper giocare singolari scherzi.

Il Westminster secondo me è una miscela gloriosa. Favolosa. Grassa, grossa, affumicata, con una punta di dolcezza. Più che ricordarmi la mia vecchia London dell'età di mezzo, mi ha fatto intravedere qualche bagliore di parentela con altre miscele di GLP. Non so se la London delle origini fosse così. Ma se lo era, era davvero un tabacco degno di nota.

La London mixture di Orlik, è fumabile, sulla scala mediomild. Ha perso secondo me la grassezza affumicata della London che ricordo io (la London di Murray's mi sovviene come una miscela a base marcatamente turca e non molto latakia, ma quel poco era bello robusto) ma presa per conto suo, e non per quello che potrebbe o dovrebbe essere, non è sgradevole come purtroppo sono tante miscele inglesi rimpannucciate del giorno d'oggi. Forse mi è piaciuta un po' di più nella semichimney, dove riesce a condensarsi un po'. E' la terza Dunhill-Orlik che fumo, dopo Royal Yacht e Standard Mellow (già Mild). Hanno tutte una strana nota sullo sfondo, molto lontana (un po' meno lontana nel Royal Yacht) ma comune, che deve venire da qualche Virginia presente in tutte. Sono forse un po' sbiadite, e nel caso del Royal Yacht incredibilmente dissimili dagli originali, ma almeno non sono cattive. I risultati sono stati meno deludenti di quello che temevo. E forse prima o poi sarò pronto per affrontare il confronto con il nuovo 965, che temo devastante.




Le tre pipe che ho usato per il confronto. Una square panel (in funzione di billiard), una pot, una piccola chimney. Dall'alto:
Pipa 1: Dunhill EK F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1967
Pipa 2: Dunhill R F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1973
Pipa 3: B. Barling & Sons, Londoner, 415 T 

Note di assaggio:
17/6
Pipa 1, London Mixture: parte molto turco, molto morbido, si amarognola leggermente strada facendo prendendo note un po' erbacee che mi ricordano il turco Torben Dansk. Latakia sullo sfondo. Ogni tanto si intrasente una leggera "nota Dunhill" che ho sentito in tutti i tabacchi prodotti da Orlik. Non ho idea di cosa sia (sempre che ci sia effettivamente). Impressione comunque molto superiore alle aspettative.
Pipa 2, Westminster: nella pot la grossa cilindrata del Westminster si esalta. Non sembra uno stretto parente della London. C'è più Latakia, più dolcezza profonda di grandi Virginia. Orientali meno in evidenza. E' diverso ma anche notevolmente superiore da ogni punto di vista. Distraendomi e scrivendo scalda un po' e perde sapore... 
19/6
Pipa1, London Mixture: stavolta la partenza non mi è piaciuta. Migliora un po' dopo qualche minuto ma sento sempre quella strana "componente Dunhill", che non è piacevolissima. Non so se sia un qualche tipo di Virginia o qualche trattamento...  Nulla che abbia a che vedere col soapy, comunque.
20/6
Pipa 2, Westiminster: sempre grande e grosso nella pot. Buonissimo ma mi ricorda più altre miscele di GLP che non la vecchia London 
 23/6
Pipa 1, London Mixture: piacevole. Non grosso e muscoloso ma godibilissimo
Pipa 3, London Mixture:  funziona bene anche in chimney




giovedì 20 giugno 2013

Due square panel

Sopra: Savinelli Giubileo d'Oro Straight Grain Fiammata * 502 con bocchino originale "Hand Cut" di Mauro Gilli (18 x  45) e piccola vera oro; sotto: Ashton Old Church XXX 1998 (19 x 54)



Qualcuno le ama, qualcuno le odia. Per me le square panel sono amore puro. Gira e rigira, anche negli shape più strani (ad esempio una Ropp Merisier) finisco sempre a trovarmi per le mani una panel.
Sono due grandi pipe, appena laterali rispetto al centro del mondo della panel, che per me è rappresentato da Dunhill e dal suo profeta italiano Mauro Gilli.
Per chi sa leggere una stampigliatura, c'è un po' di Gilli anche nella panel Giubileo. Era una fiammata. Una di quelle Savinelli speciali che in anni un po' più lungimiranti di questi, la casa milanese mandava da Gill, per corredarle di un bocchino all'altezza. Quello che dai loro prestampati non sarebbe uscito mai. Inutile dire che il risultato è il solito capolavoro, accoppiato a una pipa di singolare bellezza, che porta inciso sul bocchino quell' "hand cut" che significa Gilli, ancora prima di gettare l'occhio sul dente inconfondibile dell'imboccatura.

La Ashton invece è una panel un po' oltre i miei confini tradizionali. La panel mi piace media, se non mediopiccola. Crescendo con le dimensioni cresce anche col peso in modo esagerato, e trovo perda di grazia. Ma ho voluto averla perché questa era la Panel ideale di Bill Ashton Taylor ed essendo una Old Church si può essere quasi certi che sia uscita proprio dalle sue mani. Al vecchio Bill, educato alla temperanza da una vita sui banchi di Dunhill, la fuoriscita e la fondazione di un proprio marchio aveva dato una carica di vitalità e una vena di follia. Aggiungiamo che le sue prime pipe erano molto indirizzate al mercato americano ed è facile capire come molti dei suoi pezzi e il centro della sua produzione fossero intorno alle forme robuste, talvolta follemente enormi (anche se non in questo caso).
Questa è una panel che per me è già troppo grossa, ma era la panel giusta per Bill Taylor. E la panel era una delle sue forme-simbolo. Questa Old Church XXX porta sulla pelle la sabbiatura su cui aveva lavorato incessamentemente fino a trovare la formula di una superficie "craggy " e tagliente, persino sull'occhio di pernice. 
A tenerla in mano ci si pungono le dita. E così deve essere. Una panel così, se ami le panel, non puoi non averla.

mercoledì 12 giugno 2013

Buona estate


Mc Connell Red Virginia e Charatan Belvedere "The Ton". Una pipa dalle notevoli capacità di caricamento (25 mm di foratura per 35mm di profonditò del fornello portano, per come carico io, tra 4,5 e 5 gr di tabacco).

Benché la pipa abbia le sue logiche (alcune delle quali ci divertiamo a inventare), come tutte le passioni lascia anche notevole spazio alla follia.
Spesso ci ripetiamo che l'estate è la stagione delle pipe piccole, leggere. Quando viene l'estate rispolveriamo le nostre piccole schiume, tiriamo fuori dal cassetto le pannocchiette. Cerchiamo pipe che respirano, che danno un'idea di freschezza. Le Castello Natural Vergin, le Savinelli Corallo. Pipe d'argilla bianca, pipe col bocchino bianco... O almeno le cerco io.
Nonostante questo innegabile movimento migratorio verso la pipetta che col suo solo aspetto rinfresca come una finestra aperta nella brezza marina, poche pipe mi riportano all'idea di estate quanto quella specie di ceppo scuro e lucido ritratto nella foto sopra.
E' una specie di secchiello di radica dalle sorprendenti capacità di caricamento, prodotto da Charatan durante il periodo Lane. Una Belvedere, pipa rossa dai toni che richiamano più il caminetto che l'ombrellone. Eppure per me l'imprinting di questa pipa è stato una terrazza di Monterosso, con un venticello leggero, le tende a strisce pigre e 5 grammi di Celtic Talisman che spargevano intorno il loro incredibile, irragionevole, profumo di ciliegia. Un tabacco comprato con circospezione, per curiosità scientifica. L'avrei lanciato dalla finestra in qualsiasi altra stagione. Ma nel venticello marino e nel fornellone della Charatan che avevo appena comprato (e che roso dalla curiosità avevo irresponsabilmente abbinato) questa piccola follia d'estate è diventata un'abitudine e un piacere che ho continuato a ricercare, finché il Celtic Talisman è finito.
Se c'è una stagione in cui un aromatizzato, per matto che sia, si può fumare, quella è l'estate. E nessuna pipa lo renderà piacevole come quella con un grande vaso, in cui i profumi si espandono e si arieggiano. C'è un po' di metodo anche nella follia?
Forse si. O almeno così sostiene la pipa che forse più  di ogni altra, quando esce dal suo letargo tristagionale, mi dice che è arrivata l'estate.

martedì 11 giugno 2013

Effetto Meerschaum

La mia pannocchietta. Sta supplendo in modo più che degno all'assenza della piccola schiuma che mi arriverà a giorni, customizzata da Mauro Gilli.


A parte la prima terribile pipa che comprai ad Amsterdam durante un viaggio con amici e che un po' per il filtro da 9mm, un po' per lo shape a pallina semicurva, un po' per la verniciatura, un po' perché il primo commento di mio padre me l'aveva  fatta odiare... la prima pipa mia, quella in cui ho cominciato per davvero a fumare da studente, è stata una pannocchietta.
Retrospettivamente, la considero una scelta oculata. Soldi da spendere in pipe decenti, comunque, non ne avevo. I pochi spiccioli che mi giravano in tasca finivano semmai in tabacchi. Fortunatamente a Codogno, il paesone della Bassa dove mi ero autoconfinato in un convitto statale per studenti di Scienze Agrarie (sa quei tempi sotto l'influsso di Cochi e Renato, sognavo di diventare sia poeta che contadino), c'era una bella tabaccheria sul Corso (se così vogliamo chiamarlo). Frequentandola, capii rapidamente che almeno il tabacco valeva la pena di comprarlo buono. 
Le scarse soddisfazioni rimediate cercando di bruciare nella mia pannocchietta qualche economico prodotto del Monopolio (Golf, Derby) e qualche Amphora, mi convinsero che i soldi per una scatola di Dunhill London Mixture o di Balkan Sobranie, per quanto pesanti, erano comunque meglio spesi. Grazie a quello che ho risparmiato resistendo alla tentazione di altre pipe mediocri, ho fumato sin dagli inizi un bel po' di buon tabacco in una pipa dal costo irrisorio. Ma dalle qualità senz'altro superiori a quelle di tante radiche da cesto (o per dir la verità, talvolta anche non da cesto).
A parte il bocchino micidiale (ma ebbi il buon senso di comprarne una col bocchino nero, già più accettabile) la pannocchietta, a trovarne una di dimensioni adeguate, è una pipa di tutto rispetto. Anche piuttosto generosa con il principiante: perdona molto, non scalda se non in casi estremi, assorbe l'umido, nel complesso è una delle pipe più facili da fumare al mondo.
In mezzo al mio diluvio di pipe, una pannocchietta, da allora, l'ho sempre avuta. Perlopiù negletta e dimenticata ma comunque presente.

L'ultima che ho comprato, un giorno che ero incomprensibilmente senza pipa al seguito, è quella che si vede qui. Non un gran pezzo di design, obbiettivamente, ma l'unica tra quelle in vendita in quel giorno e in quel luogo, ad avere più o meno le dimensioni di una pipa. Al termine del suo servizio di necessità, è finita anche lei dimenticata, in un vecchio barattolo di Toscani. Ieri me ne sono ricordato, e l'ho recuperata dall'oblio.

A chiamarla è stata la congiunzione di due fattori. Il primo è che in vista dell'estate mi sono procurato due plug di Samuel Gawith decisamente molto scented, quelli di cui si parla in questo post.  L'obiettivo è fumarli in una piccola schiuma, che ho comprato per l'occasione e spedito a Gilli perché gli mettesse un bocchino all'altezza. Nell'attesa ho comunque cominciato a fumare i plug. Dei due, ho scoperto che l'RB, il più temibile sulla carta è un gattone tenero e docile. Il Grousemoor, invece, che pensavo essere appena fiorito, si è rivelato assai difficile da dominare in radica. Colpisce, stordisce e permane per lungo tempo. Dopo aver piacevolmente contaminato un paio di pipe piccole, che hanno continuato a fumare Grousemoor anche dopo tre cariche di ToscoVirginia, prima di tornare alla ragione, stavo per metterlo da parte in attesa della schiuma. Ed è qui che mi sono ricordato della mia Missouri Meerschaum.

Il nome dell'azienda non è scelto a caso. Il potere filtrante del tutolo  in un certo qual modo si avvicina a quello della schiuma di mare. Le punte violente ne escono attutite, i sapori acuti si smorzano. E' lo stesso effetto che i signori ungheresi ricercavano quando cenavano accompagnati dall'orchestra tzigana, collocandola però in una stanza attigua alla sala da pranzo.  Per una volta la pratica non ha contraddetto la teoria. E ora che finalmente è arrivato qualcosa che assomiglia all'estate, poche cose sono più gradevoli che andare a passeggio con una pipa di schiuma carica di Grousemoor, lasciandosi accarezzare dal primo sole e lasciando in giro vapori fioriti e agrumati. Una pipa di schiuma del Missouri, in questo caso. Che, mi sento di garantire, certe volte non è proprio niente di meno.





martedì 12 febbraio 2013

Fornelli da flake 3: Dublin, Zulu, fornelli conici

Dall'alto: Dublin: Castello Old Antiquari KK (20 x 45) , Zulu 1: Savinelli Giubileo d'Oro 4004 (19 x 43) , Zulu 2: Dunhill "Patent" Shell 102/I (1949) (19 x 44)


Leggera, piccolina, di poco volume. La classica pipa a fornello conico sembrerebbe essere l'ideale per il Virginia in flake: un tipo di tabacco che per questioni volumetriche predilige la pipa piccola.
Purtroppo l'espansività, caratteristica peculiare del flake, congiura per rendere ancora più complicato un tipo di fornello che, benché pieno di fascino, è tutt'altro che facile da fumare e crea problemi anche con la più classica delle miscele in ribbon.
Personalmente, ho sempre trovato la Dublin in tutte le sue varianti di medio formato, una pipa molto attraente. Agli inizi del mio idillio con la pipa ne ho comprate diverse e c'è voluto del tempo per capire che le mie difficoltà non erano dovute soltanto alla scarsa abilità, ma anche alla bizzosità del fornello conico, che tende a concentrare verso il fondo dosi esponenzialmente crescenti di umidità. In aggiunta a questo, un cono concentra sul fondo anche la pressione. Esercitando sulla cima della carica la stessa dose di forza che si eserciterebbe con una billiard, la geometria porta a una moltiplicazione di pressione giù in basso, il che iinsieme all'umidità, rende ai più (e certamente, per lungo tempo, a me) impossibile fumare l'ultimo terzo di fornello. E questo, sempre che l'eccesso di pressione non abbia reso infumabili anche i primi due terzi.
A tutto ciò, il flake aggiunge un terzo fattore: l'espansione. Caricare un flake è sempre un esercizio di autodisciplina. Occorre tenere conto del fatto che il tabacco così come viene disposto nel fornello non ha ancora raggiunto il suo stato "di marcia". Scaldandosi, il flake si aprirà e si espanderà, il che rende vitale lasciargli lo spazio e l'aria sufficienti a non soffocare.
Molte cattive fumate con i flake sono dovute all'abitudine di pressarli, dopo averli spezzettati, più o meno come un normale tabacco in ribbon. Una tentazione che conduce automaticamente all'impaccamento di tutta la carica, una volta raggiunta la temperatura di esercizio.
Nel fornello conico, che tende ad impaccare anche un ribbon, i risultati con un flake possono essere tali da indurre il malcapitato ad abbandonare per sempre la curiosità del tabacco pressato.

Caricare un flake ripiegato in una pipa così, secondo me, non può che condurre al disastro. Il cilindro tenderà a schiacciarsi nella parte terminale producendo un tappo impenetrabile, immediatamente dopo l'accensione. Caricando il flake in forma broken, invece, e lasciandolo semplicemente cadere, cominciando dai pezzi più grandi, come ho cercato di spiegare in questo post, sarà la fisica stessa a domare il temibile cono. 
A patto di evitare anche la minima pressione, la gravità porterà meno tabacco dove lo spazio del fornello è minore, il che a sua volta porterà a minore espansione. Una volta compreso il meccanismo, un flake spezzettato, lasciato semplicemente cadere, sarà più facile da caricare di un ribbon, che sulle pareti del fornello si incapriccia sempre un po' ed è quasi impossibile lasciare semplicemente gravitare nella sua sede come il fornello conico richiederebbe.
Sopra il flake caricato a pezzi, basterà uno strato di tabacco sminuzzato più finemente, e appena appena sistemato con ditate leggerissime, per fornire la miccia di cui la carica necessita, per lasciare lentamente esplodere tutto il suo piacere.

Non c'è nulla di complicato nel fumare flake in un piccolo fornello conico, una volta che si è capito come fare. Ci si può riuscire anche in coni abbastanza estremi come quello della Castello fotografata qui sopra: una pipa che tende a punire con l'insuccesso quasi ogni tentativo con le mixtures "normali". Penetrato il mistero, il flake in bulldog, rhodesian o zulu, si trova nel suo ambiente ideale. Poche pipe come queste, generalmente corte e tascabili, di aspetto rustico e nello stesso tempo leggere, sono fatte per essere tenute saldamente tra i denti mentre si passeggia all'aperto. Ed è proprio all'aperto che la lenta combustione del flake è maggiormente raccomandata. Una leggera brezza, ravvivando leggermente la brace, rende semmai più agevole fumare anche certi pressati che passano per essere ignifughi, mentre una carica di shag (taglio fine), nelle stesse condizioni tenderebbe a surriscaldare, col rischio di bruciare, se non la pipa, quantomeno la lingua. 
Il fornello conico, per sua natura, riproduce in taglia ridotta e in fin dei conti con minori difficoltà, l'effetto che si avrebbe fumando il flake in chimney: una graduale concentrazione dei sapori, che permette al virginia di evolvere, trasformando il viaggio della brace dalla cima al fondo del fornello in un caleidoscopio di aromi e di sensazioni che non conosce noia.

Quello tra flake e fornello conico è un matrimonio tra due parti dotate di personalità diverse, a prima vista inconciliabili. Ma quando c'è po' di intelligenza, capacità di adattarsi e tenere conto dell'altro, è proprio dalle unioni così che nascono i matrimoni più solidi e più ricchi di soddisfazione.



Caricare un broken flake 
Fornelli da flake 1: La pot
Fornelli da flake 2: La prince 
Fornelli da flake 3: Dublin e zulu




martedì 29 gennaio 2013

La Venere di Milo

Dunhill LBS Red Bark del 1973. Una grande pipa (e non solo una pipa grande)


Ci sono oggetti che riassumono in sé i canoni della bellezza classica. Dunhill è specializzata in questo tipo di pipe ma alcune Dunhll sono più Dunhill delle altre e questa LBS del 1973, che ho incrociato un giorno da Noli, lo è in modo difficile da eguagliare (almeno secondo me).
La guardo, la uso, e sembra riassumere in sé la quintessenza della pipa. Rossa, con banda argento. Proporzioni perfette, curve misurate e tutte al posto giusto. Unico tratto leggermente eccentrico, il fatto che sia sabbiata anziché liscia in questo colore. E' infatti una Red Bark, finitura che amo, anche perché è stata quella della mia prima Dunhill. E'  un po' più difficile da trovare della altre, perché le Red Bark, chissà perché, non si fanno più.

Ma a parte tutto questo, più che una pipa potrebbe essere "la pipa".

Non c'è molto altro da aggiungere. Un post su una pipa così potrebbe esistere anche senza parole (e in effetti in principio è uscito proprio così).


La banda argento ha il marchio AD. 



Le stampigliature dicono LBS (Large Billiard Slender) del 1973. La LBS è una versione un po' più slanciata della billiard grande e cicciuta che è una delle forme simbolo di Dunhill. Un po' meno comune, è sempre marcata gruppo 4, pur essendo significativamente più grossa di una normale gruppo 4

martedì 22 gennaio 2013

Il coglione



Ci sono due pipe che mio padre voleva sempre vedere, ogni volta che veniva a pranzo a casa mia. Una era la Savinelli "Giubileo d'Oro Occhio di Pernice" shape 101(la chubby billiard , detta anche "Maigret", che era una delle mie forme predilette di qualche anno fa). Trovava che quella fosse la mia pipa più bella.

L'altra era questa, che stava all'estremo opposto dell'apprezzamento estetico. Tanto che, poco affettuosamente, l'aveva soprannominata "il coglione".

E' una raindrop molto massiccia di Julius Vesz, pipemaker fuggito come mio padre dall'Ungheria del 1956, ma approdato a Toronto. Pare che una volta in Canada, Vesz sia in qualche modo incappato in un magazzino (la leggenda dice un garage pieno) di radica ultracentenaria, l'abbia acquistato e su questo straordinario tesoro, abbia deciso di fondare la sua nuova vita nel Nuovo Mondo. Vesz ha il negozio/laboratorio nella galleria di uno dei più lussuosi hotel di Toronto. In Nord America, le sue pipe sono poco meno che mitologiche e questa fu acquistata da un mio amico americano direttamente dalle mani di Julius nel 1976, durante un viaggio al nord. A quei tempi, come riporta la stampigliatura, la pipa veniva venduta alla cifra stratosferica di 600 dollari canadesi. Era un grado 4, altissimo, dei tempi in cui la produzione di Vesz non si era ancora differenziata in "hand made" (radica normale, sbozzata al tornio e finita a mano) e "hand cut" (radica centenaria, fatta a mano dal principio alla fine), com'è oggi. Non ricordo esattamente i termini dello scambio col mio amico americano e tantomeno quello che ho dovuto dare in cambio. E sicuramente è meglio così.

Ad ogni modo, né la storia comune né il valore collezionistico contribuirono a far apprezzare da mio padre la mia Julius Vesz, che anzi diventò il laughing stock della mia rastrelliera. La pipa, in verità, fuma tanto bene quanto può fumare una radica. E' dolce, pulita, analitica. Con un peso di circa un etto e le dimensioni di una palla da tennis, non si può dire che sia una piuma da passeggiata. Ma in poltrona e caricata con una mezza scatola di qualche Virginia, regala bellissimi momenti. E' levigata, calda, setosa: un piacere da tenere in mano. Per averla, c'è voluto uno stipendio quasi intero di un redattore del New York Times.

Eppure niente. Mio padre l'ha distrutta. La guardo, cerco di ricordarmi quanto sia unica e straordinaria. Ma non riesco più a vederci nient'altro che un grosso coglione...





La stampigliatura del tempo prevedeva sia il grado che il prezzo in dollari canadesi.
Credo che l'inflazione seguita alla crisi petrolifera del 1973 abbia poi fatto giustizia di questa pratica. Qui il "400" era già stato ri-stampigliato in "600".


L'anno di produzione: 1976



Due ulteriori angolazioni della pipa

martedì 8 gennaio 2013

Restaurare una pipa



Come spiegato in altro post, ero da tempo a caccia di una Kriswill Bernadotte di uno shape simile a questo:





Da quando mi ci sono messo ne ho incrociata qualcuna, ma per una ragione o per l'altra, troppo cara, troppo nuova (spesso le due cose vanno insieme), troppo difficile (venditori che non spediscono in Italia), non avevo ancora trovato quella giusta. Alla fine dell'estate l'occasione si è presentata in Germania e le due cose che mi hanno interessato sono state che la pipa non era proprio una replica identica di quella che, comunque, avevo già. Bocchino un po' più dritto, finitura liscia anziché sabbiata, probabilmente qualche anno di meno. Con 41 euro e una spedizione continentale, la cosa si poteva fare.
La pipa era in condizioni più che discrete, con tutte le marcature al loro posto, l'ebanite solo leggermente ingiallita. Ma anche con un paio di segni che mi disturbavano un po', come se fosse caduta. Non essendo un oggetto particolarmente prezioso, l'ho usata come cavia per esercitare le mie scarse abilità di restauratore.



La pipa si presentava così:


Discreto l'aspetto generale. 

Bocchino integro ma sporco e un po' ingiallito, che mi ha fatto risparmiare una trentina di euro.


Segni di maltrattamento, più che di di uso intensivo

Fornello un po' incrostato ma nemmeno troppo, easy.  

Nomenclatura: a posto.  

Prima fase: il bocchino:

Il bocchino smontato rivelava un inner tube. E' il genere di inserto che stacco subito e getto via "con esecrazione" (cit. Peppe Ramazzotti) dalle mie pipe. Fortunatamente non per tutti è così e questo garantisce la preservazione di un cannello ragionevolmente inodore anche se il proprietario è uno sporcaccione, il che evita brutte avventure di disinfestazione come quelle che mi è capitata con questa pipa. 
Era un'invenzione comoda finché gli scovolini non esistevano. Ora che esistono, è sufficiente usarli.

Il primo passaggio lo faccio sempre con alcool, sfrego il bocchino all'esterno togliendo già il grosso dell'ingiallimento e con scovolino ruvido curo bene l'interno, finché tutte le tracce di catrame se ne sono andate. Lo stesso faccio nel cannello, che normalmente è sempre più rognoso (ma non quando il precedente proprietario usava l'inner tube!).
Sempre con alcool e una pezzuola tolgo le incrostazioni di catrame dal rim. In questo caso la pipa è una naturale chiara e si può agire senza eccessiva prudenza. Con pipe colorate bisogna fare molta attenzione perché l'alcool attacca e squaglia la finitura della pipa.


Il bocchino va in una soluzione di acqua e bicarbonato, che porta in superficie lo zolfo (l'ingiallimento del bocchino), lo scioglie e facilita la sua rimozione. In questo caso ho immerso il bocchino con inner tube inserito, contando sull'effetto emolliente dell'acqua prima di strappare definitivamente il tubetto, che appariva incollato dal catrame in modo piuttosto robusto.
Io uso bicarbonato, che è dolce e innocuo. Un grande riparatore mi ha consigliato la soda caustica molto diluita. Attenzione in questo caso a sciacquare bene e al fatto che sia davvero diluita, se non si vuole vedere sparire anche il bocchino, insieme allo zolfo che lo ricopre...
In ogni caso il bagnetto dura circa 12 ore.

Dopo il bagnetto non resta che usare la ruota abrasiva (con attenzione) oppure (come io preferisco sia per pigrizia, visto che lavoro in appartamento e non in un garage), un po' di carta abrasiva sottolissima 1000 o 1200. Si lavora su bocchino bagnato, il che consente di portare via lo zolfo con facilità, senza consumare eccessivamente l'ebanite sana. Lavorando su bocchino asciutto, l'usura è molto maggiore e si ottengono i deprecabili risultati di troppe pipe restaurate "professionalmente".
Non avendo tre mani, non ho fatto foto di me che carteggio.

Fase due: la testa:

Oltre che un po' massacrata di lato, la testa presentava una bruciatura sul bordo superiore, una cosa che odio.

Dettaglio della bruciatura. Non è drammatica ma abbassare la testa fino al punto di eliminarla mi sembrava eccessivo. Ho optato per la via mediana: un leggerissimo impercettibile abbassamento, e un colpetto di carta sul rimanente della bruciatura.

La prima operazione importante, nel caso di pipe naturali (non colorate) è sempre una bella pulizia con spazzolino e sapone di marsiglia. E' una operazione molto soft, che restituisce alla pipa una sorprendente freschezza, eliminando strati di sporco a volte insospettabili e restituendo un colore molto vicino a quello della pipa nuova.  Molti sostenono che la radica non vada mai toccata dall'acqua. Io penso sia una sciocchezza: ho cominciato a farlo con le Savinelli corallo, che si sporcano in modo indicibile. E pur essendo porose non hanno mai minimamente sofferto. Oggi quando serve lo faccio con tutte e praticamente sempre con una pipa che sto restaurando, a meno che sia quasi infumata. Con le pipe colorate bisogna stare molto più attenti perché possono perdere colore. Il colore è un caso difficileda trattare in generale e delle volte occorre scegliere se tenere la pipa un po' danneggiata ma originale oppure gettare il cuore oltre l'ostacolo anche a costo di perdere un po' di originalità. Con sabbiate e rusticate i passaggi successivi sono comunque impossibili e si va direttamente alla lucidatura, una volta che la pipa è ben asciutta.


Abbassamento per eliminare la piccola bruciatura: si appoggia la carta (molto sottile) su un piano e dolcemente si sfrega la pipa, solo così si conservano i bordi taglienti del fornello.

Questa è una operazione che si può fare con facilità solo su pipe naturali. Con pipe colorate occorrerebbe ritrovare nel pezzo "corretto" una improbabile tinta originale, oppure ritingere tutta la pipa, una orrida operazione anti-filologica che mi fa preferire di gran lunga le leggere bruciature quando ci sono. Siccome so che a un venditore professionale la tentazione di eliminare le bruciature viene, osservo sempre con grande attenzione le pipe usate che mi sembrano troppo belle e tendo a preferire l'acquisto di pipe malconce che mi devo sistemare io, piuttosto che sborsare cifre maggiorate per vecchie pipe sistematissime e lucidissime, che hanno perso quasi ogni traccia delle loro sembianze originali.

Va detto che anche le pipe naturali quasi sempre hanno una leggera tintura. Sul rim la correzione successiva si può trascurare: ci penserà l'uso a scurire di nuovo il tutto. In questo caso invece ho fatto una cosa che non faccio quasi mai: scartavetrare con attenzione anche i fianchi della pipa per eliminare i segnetti che si vedono sopra. Erano più sporco che altro, ma facendolo ho comunque riportato la radica al vivo creando una chiazza chiara, come prevedevo. 

Non essendo un grande artigiano, correggerla è stata per me una operazione di un certo impegno, che ho realizzato con un pennellino, del vino e del caffé. La radica assorbe poco e quindi poco a poco, talvolta mettendo il caffé in modo localizzato, talvolta spennellando tutta la testa per non creare bordi e aloni ho sistemato il colore perfettamente. Era una correzione molto leggera. Con una pipa chiara ma solo leggermente più colorata non mi sarei assolutamente arrischiato.


Pulito il cannello, il bocchino, eliminata la bruciatura e il segno di caduta, si può lucidare il bocchino con Sidol o con una pezzuola umida tamponata nella cenere, o col dentifricio, a seconda dei gusti. La testa se è liscia si può lucidare con carnauba (io lo evito) oppure semplicemente col panno siliconato (ne ho comprato uno Dunhill vent'anni fa e fa ancora il suo lavoro).

Il risultato della mia piccola operazione di resturo è stato ai miei occhi pienamente soddisfacente. Aggiungo che la pipa fuma benissimo ed è leggera come una piuma. E' una di quelle che tengo più frequentemente alla mano, anche perché una pipa restaurata va un po' fumata per riacquisire la patina che fatalmente un po' si perde.





La mia Kriswill, nelle sua attuali condizioni d'uso.