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martedì 14 aprile 2015

Zero calories



Samuel Gawith Chocolate Plug. Da plug al fornello in tre semplici passi: 1) taglio del plug a fettine abbastanza sottili 2) sfregamento di qualche fetta, diciamo un paio o forse tre, tra i plami delle mani fino a ottenere una specie di pallozza oblunga 3) la pallozza viene aperta e resa vaporosa prima del caricamento La pipa è una Radice aerobilliard square panel.





Negli ultimi mesi ho riscoperto una passione feroce per la bicicletta, ho percorso varie migliaia di chilometri in su e in giù prima in piano (molto piano), poi in piano (ma un po' più forte), poi cominciando ad azzardare qualche salita. Il passaggio da pipatore-poltronista puro a pipatore-quasiciclista mi ha divertito molto e ha fatto sì che abbia messo un po' sotto controllo anche l'alimentazione. E' stato tutto piuttosto semplice e indolore, tranne che per il cioccolato, di cui pian piano sono diventato inspiegabilmente e improvvisamente schiavo, dopo averlo ignorato per gran parte della mia vita.
A forza di ingozzarmi di cioccolato, per quanti chilometri mettessi sotto le ruote, non c'era più verso di trattenere l'ago della bilancia da un movimento che stava diventando inverso a quello desiderato. Per non compromettere le mie prestazioni sportive e per liberarmi degli eccessi più incoffessabili, mi è venuta in aiuto questo grosso tavolettone di Samuel Gawith Chocolate Plug, che avevo preso a Praga qualche mese fa, sfidando a piedi una tormenta di neve durante una pausa di lavoro. Non ci sono molti altri posti per acquistarlo, e per acquistare una vasta gamma di Gawith normalmente disponibili solo in flake, se non la lunga transumanza verso il  negozio di etrafika, piuttosto fuorimano, e piuttosto in salita, per chi sta in basso, in centro, nella zona più battuta da turisti e ospiti d'affari.
Del chocolate flake  ricordavo poco. Lo fumai un paio di volte, forse un po' secco, e mi lasciò un ricordo positivo ma non indelebile. Il plug, acquistato per curiosità e calorosa raccomandazione di un goloso tabaccaio-pipatore  ceko che ha tutta l'aria di intendersene molto, è rimasto tra i tabacchi che non ho mai collocato nel caveau e ingombrano i pochi spazi di casa mia. Sacrificio necessario perché non essendo conservato sottovuoto, ogni tanto richiede un po' di supervisione, almeno finché non lo metterò in Bormioli. Insieme ad altri suoi simili blocchettoni,  ogni tanto mi attirava, andavo a palpeggiarlo, ad odorarlo, ne tenevo sotto controllo l'umidità, ne pregustavo le delizie. Controllo dopo controllo, questo virginia scurissimo, spruzzato di latakia e profumato di cacao ha cominciato ad attirarmi almeno quanto le tavolette di cioccolato vero e proprio che stavo accumulando in cucina, e quel che è peggio consumando senza ragionevolezza. Così mi sono risolto ad aprirlo, ed è stata una scelta assolutamente azzeccata.
Il chocolate plug (o la sua versione in flake), si dice, non sa di cioccolato. Ma, viene sottolineato con puntiglio burocratico, di cacao. Sarà. Visto che i miei cioccolati preferiti vanno dal 70% di cacao al 99%, la differenza tra i due concetti, per me, resta inavvertibile. Secondo me, il chocolate flake sa (la cosa potrà sorprendere) di cioccolato e il tocco di latakia, comunque ben avvertibile, lo rende uno di quei folli cioccolati che vanno per la maggiore adesso, con sale, con peperoncino, con rosmarino. Mi piacciono tutti, e questo con latakia certo non meno degli altri. E' cioccolatosa la consistenza del virginia, il suo colore, il fondo dolceamaro. Da quando ho aperto la mia tavoletta di chocolate flake e le sue fette hanno cominciato a trovare la strada di diverse pipe,  la mia immaginazione e il mio desiderio corrono decisamente meno verso le tavolette in carta d'oro e d'argento e invece con ossessiva insistenza al grosso  vaso a molla in cui tengo il tabacco alla mano che sto fumando in questo momento.
Il chocolate plug rispetto al flake ha in più sicuramente la presentazione. Questa barra spettacolare che sembra appena uscita dalle cure del maitre chocolatier. Ma anche il flake andrà considerato, quando la scimmia cioccolatosa ricomincerà ad urlare, e io sarò troppo stanco o troppo lontano dal cucuzzolo praghese, unico luogo al mondo dove ho mai trovato disponibilità di questa specialità, tutta piacere peccaminoso e zero calorie.

sabato 1 marzo 2014

A tuo rischio e pericolo






Il Condor. Uno dei tabacchi inglesi più tradizionali, e al contempo meno "inglesi" che il fumatore nostrano possa immaginare.


Chi immagina l'arte del fumo inglese, tende a raffigurarlo come una faccenda da squisiti gentlemen. Guanti di capretto, dolcevita di cachemire, giacche di tweed, macchine scoperte. Un mondo fine e sofisticato, fatto di cose del genere.

Raramente della società inglese, stratificata e feudale come poche altre, si immagine la base portante. Quella fatta da gente con le mani sporche, che guida carrozze invece di sedercisi dentro, scava carbone, martella, sputa, suda, beve birra nera, si prende a cazzotti, si imbarca sulle navi, fuma in una pipa Falcon, compra il tabacco dal giornalaio insieme a un tabloid e lo fuma più o meno con lo stesso spirito con cui da sempre viene bruciato nelle taverne, da quando il tabacco è sbarcato su quelle coste, diventando una delle sostanze psicoattive di maggiore successo in ogni strato sociale.

Quel tabacco da newstand, britannico e intraducibile quanto un insaccato di interiora di pecora, tanto onnipresente nel Regno Unito quanto introvabile al di fuori, più spesso che no è il Condor.
Ne ho avuto una busta  per gentile cortesia di un amico veronese, che lo trovava infumabile. Fino a oggi ho affrontato diversi tabacchi di questo tipo, che mi è alquanto ostico. Ma in un modo o nell'altro ho sempre trovato qualcosa da apprezzare. Quindi, ho aperto la busta con un misto di timore reverenziale e speranza. Ero convinto che fosse una sfida complessa ma pensavo anche che in un modo o nell'altro qualcosa di imprevedibile mi avrebbe dato soddisfazioni che ancora non riuscivo a immaginare.

Dopo qualche carica, che in nessun caso sono riuscito a gustare, devo ammettere di essermi sbagliato del tutto. Se per altri il Condor risulta insopportabile a causa della spessa profumazione cipriata, per me questo è stato solo uno degli elementi che hanno certificato la mia totale incompatibilità con questo tipo di tabacco.

La cipria, sì, è pesante. Fumandolo mi sono tornati in mente anni nei quali, appena scoperto il mondo delle fragranze e (soprattutto) l'esistenza di un universo divertente e promettente fuori dalle mura di casa, consumavo litri di  un'acqua di colonia particolarmente in voga negli anni '80: Lagerfeld. Alla sera mi sentivo stordito dall'odore penetrante del mio stesso profumo, oltre che dalla quantità non sempre moderata di aperitivi e altro che avevo buttato giù, prima di tornare a casa. Lo stesso avviene col Condor, nel breve spazio tra l'accensione e il primo terzo di fornello. Ho cambiato varie pipe nel tentativo di venirne a capo, compresa la filologica Falcon, ma non sono riuscito in nessun caso a limitare lo stordimento.

Perché nel Condor è pesante anche tutto il resto. E' un virginia scurissimo, firecured. Quel tipo di tabacco di forza bruta, sorda, spietata, che martella senza acuti o colorature, con colpi duri, ritmati, ossessivi. Un cazzotto nello stomaco, dato da un gangster inquartato ma odoroso di cipria, che ti sputa accanto, mentre ti contorci nel vicolo. Così mi è apparso il Condor.

Dopo diversi tentativi, ancora non sono riuscito a finire un fornello. Sono sempre a terra, nel vicolo. Mentre il Condor se ne va, coi suoi passi pesanti, tirando un ultimo sputo per terra, prima di girare l'angolo. E lasciandosi dietro una scia di profumo da drogheria, completamente insensato.

mercoledì 12 giugno 2013

Buona estate


Mc Connell Red Virginia e Charatan Belvedere "The Ton". Una pipa dalle notevoli capacità di caricamento (25 mm di foratura per 35mm di profonditò del fornello portano, per come carico io, tra 4,5 e 5 gr di tabacco).

Benché la pipa abbia le sue logiche (alcune delle quali ci divertiamo a inventare), come tutte le passioni lascia anche notevole spazio alla follia.
Spesso ci ripetiamo che l'estate è la stagione delle pipe piccole, leggere. Quando viene l'estate rispolveriamo le nostre piccole schiume, tiriamo fuori dal cassetto le pannocchiette. Cerchiamo pipe che respirano, che danno un'idea di freschezza. Le Castello Natural Vergin, le Savinelli Corallo. Pipe d'argilla bianca, pipe col bocchino bianco... O almeno le cerco io.
Nonostante questo innegabile movimento migratorio verso la pipetta che col suo solo aspetto rinfresca come una finestra aperta nella brezza marina, poche pipe mi riportano all'idea di estate quanto quella specie di ceppo scuro e lucido ritratto nella foto sopra.
E' una specie di secchiello di radica dalle sorprendenti capacità di caricamento, prodotto da Charatan durante il periodo Lane. Una Belvedere, pipa rossa dai toni che richiamano più il caminetto che l'ombrellone. Eppure per me l'imprinting di questa pipa è stato una terrazza di Monterosso, con un venticello leggero, le tende a strisce pigre e 5 grammi di Celtic Talisman che spargevano intorno il loro incredibile, irragionevole, profumo di ciliegia. Un tabacco comprato con circospezione, per curiosità scientifica. L'avrei lanciato dalla finestra in qualsiasi altra stagione. Ma nel venticello marino e nel fornellone della Charatan che avevo appena comprato (e che roso dalla curiosità avevo irresponsabilmente abbinato) questa piccola follia d'estate è diventata un'abitudine e un piacere che ho continuato a ricercare, finché il Celtic Talisman è finito.
Se c'è una stagione in cui un aromatizzato, per matto che sia, si può fumare, quella è l'estate. E nessuna pipa lo renderà piacevole come quella con un grande vaso, in cui i profumi si espandono e si arieggiano. C'è un po' di metodo anche nella follia?
Forse si. O almeno così sostiene la pipa che forse più  di ogni altra, quando esce dal suo letargo tristagionale, mi dice che è arrivata l'estate.

martedì 11 giugno 2013

Effetto Meerschaum

La mia pannocchietta. Sta supplendo in modo più che degno all'assenza della piccola schiuma che mi arriverà a giorni, customizzata da Mauro Gilli.


A parte la prima terribile pipa che comprai ad Amsterdam durante un viaggio con amici e che un po' per il filtro da 9mm, un po' per lo shape a pallina semicurva, un po' per la verniciatura, un po' perché il primo commento di mio padre me l'aveva  fatta odiare... la prima pipa mia, quella in cui ho cominciato per davvero a fumare da studente, è stata una pannocchietta.
Retrospettivamente, la considero una scelta oculata. Soldi da spendere in pipe decenti, comunque, non ne avevo. I pochi spiccioli che mi giravano in tasca finivano semmai in tabacchi. Fortunatamente a Codogno, il paesone della Bassa dove mi ero autoconfinato in un convitto statale per studenti di Scienze Agrarie (sa quei tempi sotto l'influsso di Cochi e Renato, sognavo di diventare sia poeta che contadino), c'era una bella tabaccheria sul Corso (se così vogliamo chiamarlo). Frequentandola, capii rapidamente che almeno il tabacco valeva la pena di comprarlo buono. 
Le scarse soddisfazioni rimediate cercando di bruciare nella mia pannocchietta qualche economico prodotto del Monopolio (Golf, Derby) e qualche Amphora, mi convinsero che i soldi per una scatola di Dunhill London Mixture o di Balkan Sobranie, per quanto pesanti, erano comunque meglio spesi. Grazie a quello che ho risparmiato resistendo alla tentazione di altre pipe mediocri, ho fumato sin dagli inizi un bel po' di buon tabacco in una pipa dal costo irrisorio. Ma dalle qualità senz'altro superiori a quelle di tante radiche da cesto (o per dir la verità, talvolta anche non da cesto).
A parte il bocchino micidiale (ma ebbi il buon senso di comprarne una col bocchino nero, già più accettabile) la pannocchietta, a trovarne una di dimensioni adeguate, è una pipa di tutto rispetto. Anche piuttosto generosa con il principiante: perdona molto, non scalda se non in casi estremi, assorbe l'umido, nel complesso è una delle pipe più facili da fumare al mondo.
In mezzo al mio diluvio di pipe, una pannocchietta, da allora, l'ho sempre avuta. Perlopiù negletta e dimenticata ma comunque presente.

L'ultima che ho comprato, un giorno che ero incomprensibilmente senza pipa al seguito, è quella che si vede qui. Non un gran pezzo di design, obbiettivamente, ma l'unica tra quelle in vendita in quel giorno e in quel luogo, ad avere più o meno le dimensioni di una pipa. Al termine del suo servizio di necessità, è finita anche lei dimenticata, in un vecchio barattolo di Toscani. Ieri me ne sono ricordato, e l'ho recuperata dall'oblio.

A chiamarla è stata la congiunzione di due fattori. Il primo è che in vista dell'estate mi sono procurato due plug di Samuel Gawith decisamente molto scented, quelli di cui si parla in questo post.  L'obiettivo è fumarli in una piccola schiuma, che ho comprato per l'occasione e spedito a Gilli perché gli mettesse un bocchino all'altezza. Nell'attesa ho comunque cominciato a fumare i plug. Dei due, ho scoperto che l'RB, il più temibile sulla carta è un gattone tenero e docile. Il Grousemoor, invece, che pensavo essere appena fiorito, si è rivelato assai difficile da dominare in radica. Colpisce, stordisce e permane per lungo tempo. Dopo aver piacevolmente contaminato un paio di pipe piccole, che hanno continuato a fumare Grousemoor anche dopo tre cariche di ToscoVirginia, prima di tornare alla ragione, stavo per metterlo da parte in attesa della schiuma. Ed è qui che mi sono ricordato della mia Missouri Meerschaum.

Il nome dell'azienda non è scelto a caso. Il potere filtrante del tutolo  in un certo qual modo si avvicina a quello della schiuma di mare. Le punte violente ne escono attutite, i sapori acuti si smorzano. E' lo stesso effetto che i signori ungheresi ricercavano quando cenavano accompagnati dall'orchestra tzigana, collocandola però in una stanza attigua alla sala da pranzo.  Per una volta la pratica non ha contraddetto la teoria. E ora che finalmente è arrivato qualcosa che assomiglia all'estate, poche cose sono più gradevoli che andare a passeggio con una pipa di schiuma carica di Grousemoor, lasciandosi accarezzare dal primo sole e lasciando in giro vapori fioriti e agrumati. Una pipa di schiuma del Missouri, in questo caso. Che, mi sento di garantire, certe volte non è proprio niente di meno.





venerdì 7 giugno 2013

Roba pesante


Samuel Gawith Grousemoor plug, Samuel Gawith RB Plug, Frank Pfeiffenstudio Dark Red Plug, pronti a partire per un'operazione di scambio culturale.


Non è il primo post che dedico ai plug, un genere di tabacco che amo  e soprattutto mi diverte. Col plug puoi giocare in mille modi diversi. Lo tagli grosso, lo tagli a cubi. Io, soprattutto, lo taglio fino fino, a capelli d'angelo, specialmente quando lo fumo in pipa piccola. E improvvisamente sparisce ogni problema di combustibilità. 

Questi sono tre plug che affiderò per l'assaggio al mio amico Gaetano, in cambio di un po' del suo Sam's Flake. I due Gawith sono il frutto di un recente impazzimento e dell'acquisto di un paio di clay pipes e di una piccola schiuma. Sono plug che in teoria (e anche dai miei passati, sporadici, assaggi) dovevano essere uno leggermente aromatizzato ai fiori, e con forse qualche ricordo d'agrume (Grousemoor Plug), l'altro potentemente intriso di rosa e di geranio (RB Plug). Dove "potentemente" è forse un understatement. Anni fa per fumarlo mi ero servito di una Falcon e ne ero uscio così traumatizzato da abbandonarlo per sempre dopo un paio di pipate. Il tentativo di riumidificazione, questa volta, non ha sortito l'effetto sperato anche perché incosciamente ho abbandonato il barattolo in un cassetto, ritrovandomi mesi dopo una matassa di muffa.
Complice lo sbocciare dell'amore per i Virginia cosiddetti "saponati" ho deciso di ritentare l'avventura mirando però stavolta al bersaglio grosso. Invece del blocchetto da 25 grammi ho ordinato due bulk da 250, ovvero due grosse tavolette di tabacco. Il Grousemoor simile nell'aspetto al Kendal Plug (quindi abbastanza alto), l'RB schiacciato e scuro, credo per via della pressione e del calore aggiuntivi, che dovrebbero essere gli stessi da cui nasce il Full Virginia Flake.

Secondo Mauro Cosmo, grande appassionato della schiuma e fuoriclasse del lentofumo, i plug scented trovano la loro massima sublimazione in schiuma. Ovviamente in una schiuma di taglia adatta, cioè piccola. E così insieme ai due profumatissimi blocchi di tabacco, ho avuto la scusa per procurarmi una nuova pipa che appunto mi mancava. In questo momento si trova da Mauro Gilli, per la sostituzione del becco giallo con qualcosa all'altezza della situazione.

Per ora i miei plug li ho fumati in piccole radiche ed ho avuto una di quelle sorprese che Samuel Gawith spesso riserva ai suoi seguaci. Gli aromi sono quelli che ricordavo, ma la forza della profumazione è totalmente inversa. Il Grousemoor stavolta colpisce in modo violento. Mentre lo fumi ti dà quasi alla testa dalla forza del suo boquet fiorito ma acuto. E quando l'hai finito permane testardamente nella pipa, al punto che anche la terza fumata di Toscovirginia sa, inequivocabilmente, quasi solo di Grousemoor. L'RB invece è moderato, morbidoso, cioccolatoso, puffoloso. E' un Full Virgina Flake con un'ombra di fiori rossi, godibilissima e discreta.

Il terzo plug del set viene da Cagli. Non ci ero mai stato ed una delle ragioni per cui quest'anno sono andato alla Festa della Pipa è stato proprio il banco di Frank (il negozio tedesco che trovate a questo link). Lì mi sono procurato questo plug singolarissimo fatto di virginia scuri e chiari, un po' di kentucky, un po' di avana, un po' di perique, un po' (dicono, ma io non lo sento) di latakia. Sulla carta potrebbe sembrare un guazzabuglio. Invece è molto buono, pressato a freddo ed è come quei buoni minestroni in cui ogni verdurina sa del suo sapor di verdurina, e non di minestrone. Non lo conoscevo ancora ma l'istinto accaparratorio mi ha portato a comprare gli ultimi due blocchi da 100gr rimasti sabato sul banco di Frank. Un appassionato mi ha pregato di cedergliene uno. Spietatamente ho rifiutato e adesso posso congratularmene con me stesso. Spero che nella mia rotazione abbastanza ampia, il paio d'etti di plug riescano a durare fino al prossimo anno.

Buoni, i plug...


martedì 1 gennaio 2013

Bosun cut plug


Bosun Cut Plug, un robusto broken flake contente un 30% di foglia Fire cured e un robusto scent di Kendal, con chiodi di garofano e geranio.

Il Bosun cut plug è uno di quei tabacchi che a lungo mi sono risultati incomprensibili e infumabili. Faceva parte del sampler Gawith & Hoggarth che acquistai da Synjeco ai tempi in cui cominciò l'importazione di questa marca, che supponevo simile alla cugina Samuel Gawith. Non lo era, e la mezza busta di Bosun che fumai con sofferenza fu una delle maggiori responsabili del confino di tutta la scatola ad uno dei recessi più oscuri del mio magazzino di tabacchi, dove è rimasta dimenticata, con nota di demerito. Come molti tabacchi della casa, il Bosun è un violento virginia rafforzato da una robusta percentuale di "fire cured leaf", che suppongo essere burley o virginia. In ogni caso un pugno nello stomaco per il delicato fumatore di virginia chiari e di mixtures mild che ero una dozzina d'anni fa.  Quasi a voler aggiungere scherno allo scorno, nel Bosun è presenta anche una robusta aromatizzazione fiorita (anche se di fiori alquanto massicci, come il geranio).
Penso che i dodici anni abbondanti di attesa abbiano un po' dissolto i profumi aggiuntivi, sia quello tipico di Kendal (il celebre "Kendal Scent" che firma in modo inconfondibile tutta la produzione di Gawith & Hoggart) che i fiori e il garofano. Forse la forza si è un po' arrotondata. Soprattutto devo essermi arrotondato e irrobustito io. Ad ogni modo, il terribile Bosun è stato una delle soprese di quest'estate. La mezza busta superstite me la sono fumata con gusto sotto l'ombrellone alternando le pipette da flake che mi ero portato supponendo di fumarci cose ben più delicate. 
Forse è stata la brezza di mare a domarlo, facendogli ritrovare note salmastre familiari a un tabacco che immagino concepito anche per una rude utenza marinara. Forse no. Ad ogni modo il Bosun Cut Plug è un tabacco che potrebbe piacere a chiama Condor, St. Bruno e simili. Ovvero quei tabacchi ruvidi e popolari, ma che si sforzano di apparire gentili. E che lo sono davvero, quando si fumano con lo spirito e l'attitudine giusta.


La busta, con l'errata nomenclatura, risale a un tempo in cui il fabbricante era ancora un nuovo arrivato in terra elvetica.


martedì 27 novembre 2012

Kendal Flake (flavoured)

La confezione di Gawith & Hoggarth, che viene dai primi tempu in cui Synjeco iniziò ad importarlo, in Svizzera. Da ciò probabilmente la grafia errata di un marchio a quei tempi non ancora familiare.


Ho raccontato in altri post della mia avventura col primo, vecchio sampler di Gawith & Hoggart, la marca cugina di Samuel Gawith. Ad esempio qui e qui. Fu, in sostanza, una delusione cocente, che ci avrei messo anni per metabolizzare e in qualche modo ripensare.
I molti flake appena odorati che sono rimasti dormienti in questi tredici anni, oltre che sospetti e ostili, erano per me come i gattini della celebre metafora notturna: tutti, più o meno, bigi. Diversi, ma difficili da distinguere nelle loro individualità, come i cinesini all'occhio di chi non ne abbia mai incontrato uno.
Pur avendo evoluto il mio gusto in misura sufficiente da cominciare ad apprezzare il genere, devo dire che questa sensazione di una forte unità tra i prodotti della marca non si è modificata, se non dopo recentissimi assaggi di prodotti molto eterodossi, come il Louisiana Flake (uno dei pochi prodotti della Casa arricchito di Perique e privo dell'onnipresente "Kendal Scent").
Nella cucciolata più tradizionale, il Kendal Flake (in versione flavored), che ho aperto e rapidamente concluso in pochi giorni rappresenta un gattino un po' meno bigio degli altri. Per cominciare, manca della nota di fondo fire cured, ovvero di quel supplemento di forza delle volte un po' brutale che colloca la gran parte dei Gawith & Hoggart nella categoria dei "working class flakes", tabacchi di gusto amabilmente proletario, fatti per gente che bada al sodo e che chiede al suo tabacco una robusta spinta nicotinica per saltare in scioltezza da una birra scura all'altra.
Anche il Kendal Flake è un Virginia arricchito di altre componenti, ma in questo caso al posto della foglia scura dalle note affumicate, il condimento è costituito da Burley. Un aggiunta più gentile, che ha l'obbiettivo (pienamente raggiunto) di smorzare la punta incendiaria del Virginia, creando un flake che si carica e si fuma senza troppe preoccupazioni per la cottura della lingua. La nota di Kendal Scent è presente ma solo in sottofondo,  forse anche grazie all'invecchiamento prolungato.
Il Kendal Flake è dolce, come è giusto aspettarsi da un Virginia in origine prevalentemente chiaro (che gli anni hanno reso più profondo e maturo), ma si tratta di una dolcezza smorzata da una cornice sobria e seria che a me ricorda i toni del cuoio, più che la noce (generalmente associata al Burley).  E' un interessante incontro tra lo spirito ruvido di un tabacco inglese con pochi fronzoli e un po' di confortevole gentilezza americana. 
Un gatto di Kendal un po' particolare, che anche un osservatore distratto riuscirà a riconoscere dal particolarissimo accento.
 
 

giovedì 27 settembre 2012

A volte la tortura funziona


La Peterson Green Spigot che sto torturando sperando di farne una pipa.
Era disgustosa con la miscela di toscano e virginia che sto usando ultimamente per i rodaggi (e non solo). Quindi ho deciso di bruciarci dentro un tabacco dolciastro che mi preoccupava dover prima o poi fumare, dopo averlo comprato vai a sapere perché. I difetti dei due per ora si stanno controbilanciando: riesco a sopportare entrambi.



Uno dei problemi che un fumatore di pipa sensato non dovrebbe mai avere è l'accumularsi di una piccola (o grande) batteria di pipe dalle qualità ancora incerte, mezze rodate, mezze no, assaggiate, posate, riassaggiate dopo qualche tempo, affiancate  da nuovi acquisti e rimaste in un limbo in cui non si è né una delle pipe "maledette", che a tutti prima o poi capiterà di possedere, né una compagna fidata, abituale.
Col tempo mi è diventato sempre più chiaro che io, purtroppo, non sono un fumatore sensato. Benché in punto di principio abbia un'idea esatta di quanto dovrebbe essere espansa la mia rastrelliera per rispondere ai miei canoni, quelli secondo cui è bello possedere pipe con le quali si è in grado di avere confidenza intima e ricordi comuni, non sono assolutamente in grado di essere all'altezza delle mie convinzioni. Ogni tanto mi piace comprare una pipa e sono ormai arrivato al punto in cui, a meno di incrementare in modo esponenziale la quantità di tabacco che sono in grado di bruciare, non sarò mai più in grado di avere con tutte le mie pipe quella frequentazione abituale che impedisce di lasciare a metà un rodaggio. Ci sono diverse ragioni che possono spiegare questo comportamento di ben scarsa gentlemanship. Ma il fatto è che una pipa poco fumata non diventerà mai una grande pipa, e se non lo diventa, affrontando la dura concorrenza di consorelle più navigate e soddisfacenti, rimarrà una pipa poco fumata, in una spirale di insoddisfazione reciproca che rischia di degenerare e che quindi è assolutamente meglio evitare.
Della presenza di questa piccola ma crescente legione di pipe insoddisfatte della mia cooperazione, ho cominciato a prendere coscienza ultimamente, ragion per cui ho deciso di trovare un rimedio radicale: la coabitazione forzata fino agli estremi della tortura. Si tratta di scegliere una pipa, portarsela in giro dalla mattina alla sera e fumarla una, due, tre, quattro volte al giorno, avendo solo cura di tenerla sempre ben pulita. Fumarla e rifumarla agli estremi limiti della sopportazione reciproca, fino al momento in cui uno dei due cede di schianto. Normalmente, è la pipa che dopo aver opposto crescente resistenza improvvisamente si "apre" e comincia a cantare. A quel punto si può rallentare il ritmo, posarla sulla rastrelliera e dargli un altro paio di fumate ad intervalli di un giorno o due, prima di concederle il meritato riposo, dopo il quale la sua capacità di richiamo sarà considerevolmente aumentata.
Non so bene quali siano i fenomeni fisici che permettono di arrivare in una settimana laddove anni di fumatine intermittenti non riuscerebbero a portare, fatto sta che succede e quindi ci ho lavorato un po' di immaginazione. Penso che le cattive prestazioni di una pipa siano dovute essenzialmente a una eccessiva quantità di resine o linfe disseccate che rendono la radica "immatura", oppure alla presenza di qualche vernice o colorante  che contamina il legno. Anche in una buona pipa, quantità infinitesimali e fisiologiche delle due componenti devono essere distrutte nel corso delle prime fumate, prima che la pipa cominci ad essere realmente buona. Fumare ininterrottamente, forzando calore, umidità, residui di combustione tra le fibre rappresenta forse una variante o un prolungamento delle cure col calore (e talvolta con componenti come l'olio) usate dai fabbricanti per far maturare le proprie radiche. Succederebbe comunque, ma la tortura funziona di più. E' un fatto che mi sento di passare come tale.
Giorno dopo giorno, mentre procedo, annuso sempre l'esterno del fornello mentre fumo, e lo sento sprigionare le cose più strane. A volte un acido nicotinico, a volte qualche traccia dell'aroma di un tabacco che ho fumato cinque giorni fa, a volte odori strani di vernice imprigionati nella radica e che il calore e la dilatazione hanno permesso di liberare.
E' una strada impervia. Ma porta dove si vuole arrivare.
Impegnarsi un po' per rendere la propria nuova pipa una buona pipa, è il minimo che le si deve, dopo averla prelevata dal suo confortevole riposo, sulla scaffale di un negozio. Ed è uno sforzo il più delle volte ricambiato.

Attenzione:
Mi è stato fatto giustamente notare che la tortura è una pratica rischiosa, se a condurla è un fumature non ancora completamente padrone della tecnica necessaria per fumare senza pericoli per la propria lingua. Prolungate sessioni con una pipa sempre più umida e un tabacco sbagliato possono portare alla cottura delle mucose di tutto il cavo orale.
Se la lingua comincia a pizzicare, anche il fumatore più stagionato farà meglio a lasciar perdere e a lasciare momentaneamente partita vinta alla sua pipa riottosa. Nessun problema: prima o poi ci sarà la rivincita. Come tabacco, meglio scegliere quelli asciutti, sobri, poco aromatici: Trinciato Comune, Toscano Garibaldi puro o in miscela sono l'ideale. Con le miscele al latakia ci andrei piano, a questo livello di ossessione possono disgustare. Il Black Ambrosia della foto (che ho adottato per disperazione in questa occasione) è una scelta spericolata. Ma ancora peggio sono i tabacchi che oltre che dolci sono pesantemente aromatizzati. In aggiunta al rischio di nausearsi c'è quello di appestare la pipa, invece che salvarla.

lunedì 16 luglio 2012

Ennerdale Flake Gawith & Hoggarth



Se vi siete mai lavati la faccia con Camay, l'Ennerdale Flake lo conoscete già. L'Ennerdale Flake è in effetti un po' il principino dei soapies, categoria che conta anche prodotti più diffusi, ruvidi e proletari, come il Condor e il St.Bruno (forse l'ultimo tabacco inglese largamente disponibile nei supermarket del tabacco che vi aspettano oltre i controlli di sicurezza degli aeroporti).

Ma cos'è un soapie? Sostanzialmente un tabacco (generalmente un virginia flake, e anche uno molto buono in questo caso) che è stato aromatizzato, o se vogliamo profumato, con essenze di tipo non alimentare. Quindi niente whisky, ciliegia, mandorle o cacao. Ma fiori, erbe e tutto quanto vi aspettereste di trovare più nell'acqua di toeletta della vostra signora che non nella vostra pipa.

Per quanto il concetto possa sembrare curioso, a molti inglesi piace così. A me un po' meno, come ho scritto anche in questo post.



Ennerdale Flake Gawith & Hoggarth nella sua busta di Synjeco.
Come curiosità collezionistica (o quasi) vale la pena di notare la grafia errata "Gawith Hoggard", dal suono settecentesco. Un confezionamento che risale ai primissimi tempi in cui i prodotti del "secondo Gawith" furono introdotti in catalogo dall'importatore svizzero.

Un tempo ero un fumatore molto più schizzinoso di oggi. E così, quando decisi di acquistare tutta la gamma di Gawith & Hoggarth che Synjeco aveva reso finalmente disponibile, fui stupito e affranto dagli effluvi di deodorante per bagno che metà abbondante dei miei acquisti esalava. Li chiusi in una scatola ermetica perché non contaminassero il resto della mia riserva e li lasciai lì, non abbastanza coraggioso per buttarli ma nemmeno sufficientemente avventuroso per fumarli. Dopo qualche anno di riscaldamento, forse cresciuto moralmente, forse corrotto irrimediabilmente da alcune recenti divagazioni tabagistiche nel mondo degli aromatizzati in busta, ho trovato la forza di provarne qualcuno, con risultati alterni che ho descritto anche qui.
Tra tutti gli affettati della scatola, l'Ennerdale è uno di quelli che, ad anni di distanza, esala ancora i profumi più minacciosi. Il Lorenz, un amico frequentatore di flp, sostiene di non essere mai più riuscito a sradicarlo dalla pipa in cui l'ha fumato.
Ho quindi deciso di approcciarlo con le molle e con l'ausilio di una delle due pipe in schiuma che mi sono rimaste e che un giorno o l'altro dovrò pur riuscire a culottare. Confidavo che la schiuma funzionasse da ammortizzatore sensoriale, e l'ha fatto. Conto anche sul fatto che la sua scarsa memoria riesca a confutare il mito secondo cui l'Ennerdale è per sempre. Questo lo scoprirò col tempo.



Il ricco color bruno rossastro di un Ennerdale d'annata

Per ora posso dire che l'Ennerdale non è affatto tremendo come lo dipingevo. Forse recentemente sono davvero impazzito, perché le prime boccate saponose mi sono addirittura piaciute. Anzi a metà fornello ho addirittura sentito la mancanza dell'aroma da toeletta, benché abbia presto potuto consolarmi con un robusto sottofondo di Virginia corposi. E' anche piuttosto avvertibile il contorno di fire cured leaf. Il Burley, usato per le sue capacità di "flavour carrier" non l'avevo sentito. Ma compulsando la pagina di Synjeco dedicata ai virginia scented di GH ho verificato che c'è anche quello.
Se mi chiedete di cosa sappia, non saprei veramente dire. Posso però testimoniare che la persistenza, persino in schiuma, è notevole. Fumando dopo la carica di Ennerdale una miscela al 1792 flake (cioè uno dei tabacchi più potenti e caratterizzati del mondo in fatto di aromatizzazione), sono ancora riuscito a sentire un fantasma saponato. Un fantasma gentile, formalmente inappuntabile. Ma con un forte, riconoscibilissimo accento. Un fantasma molto britannico. E dalla faccia decisamente pulita.

giovedì 12 luglio 2012

Britishness per giorni di pioggia

Il Cob Plug  di Samuel Gawith altro non è che il 1792 flake in forma di blocchetto. Tabacco difficile e a me poco amico, in qualsiasi forma e confezionamento.


Con rare eccezioni, sono un anglofilo convinto per tutto quello che riguarda pipe e tabacchi. Ma anche in questo amato universo pipario ci sono aree nelle quali mi avventuro con un po' di prudenza. Una è quella dei tabacchi da marinaio o da minatore: rope, twist e plug ad alto tasso di foglie violentemente nicotiniche. Oggi riesco a dominarli un po' meglio di qualche anno fa, specialmente se confortato da uno stomaco pieno e da qualche acquavite. Ma con tutta onestà non potrei dire siano un piacere da fumare.

L'altro pianeta ostile è quello dei virginia scented, aromatizzati (o meglio sarebbe dire profumati) con sostanze  che spesso trovo alquanto sconvolgenti. Pare che agli inglesi piaccia da matti, io invece non riesco a godere appieno un tabacco ai fiori o ad altre essenze che saranno pure nobilissime ma a me ricordano un deodorante per bagni.

Il famoso 1792 flake di Samuel Gawith si potrebbe definire il punto di incontro tra queste due mie idiosincrasie. Una versione concentrata e potenziata di quello che amo meno nel mondo del tabacco inglese. Da un lato ti tramortisce con un calcio di nicotina che stenderebbe uno yak. Dall'altro ti affoga negli effluvi cumarinici della fava tonka, producendo un livello di violenza aromatizzante ineguagliato da qualunque altro tabacco a me noto. Se nelle taverne inglesi del XVIII secolo si fumava roba del genere, sono felice di non averle frequentate.

Il Cob Plug altro non è che il 1792 flake in forma di blocchetto. Generalmente, i plug si trovano in piccole confezioni da poche decine di grammi, 25, 30 o 35 massimo, pesate una per una e prezzate di conseguenza. Il mio Cob Plug, sfortunatamente, di grammi ne denunciava ben 51. Ce l'ho, lo sto affettando un po' alla volta e lo fumo con un misto di timore e disgusto a ore impossibili oppure ogni volta mi trovi in condizioni di scarsa lucidità, quando un altro tabacco sarebbe sprecato. Per cercare di arrivare alla fine della sofferenza nel minor tempo possibile ho adottato anche una strategia che si è già rivelata di successo con i cordoni. Utilizzarlo come condimento, più o meno in dose del 30 per cento, per dare un po' di pepe a qualche tabacco altrimenti un po' scialbo e neutro, come ad esempio la Mac Baren Scottish Mixture, oppure certi virginietti di poca sostanza. In questo modo, il blocchetto si sta un po' assottigliando, senza torturarmi in modo insopportabile.


A chi ha modelli adeguati, il Cob Plug insegna a soffrire con dignità


Ho sempre saputo che un ufficiale britannico in giubba rossa, chiamato a rappresentare l'Impero ai confini estremi della civiltà e talvolta oltre, deve saper accettare col sorriso sulle labbra, per il supremo interesse della Corona, anche le profferte di ospitalità tribale più inusitate. Ogni volta che accendo la mia pipa carica di Cob Plug cerco di farlo con la stessa impassibile signorilità con cui Michael Caine, di fronte al generoso banchetto di un qualche re selvaggio, avrebbe affondato il suo cucchiaio nel cranio scoperchiato di una scimmia, per gustarne il cervello ancora pulsante.

La britishness non è fatta solo per i giorni di sole.






sabato 3 dicembre 2011

Il giorno del fuoco

Il plug di Samuel Gawith Grouse-Moor, tornato alla vita, è pronto ad affrontare la sua prova definitiva

Diverse settimane fa, deciso a scoprire a quanto e a cosa ammontassero le mie riserve di tabacco, ho trovato in uno dei ripiani più remoti della mia camera oscura il più dimenticato dei contenitori. Da circa dieci anni ospitava alcuni pacchetti di plugs di Samuel Gawith che avevo lasciato perdere per sempre sia al mio desiderio che alla mia memoria. Il primo impatto mi aveva disgustato in modo pensavo irrimediabile. Avevo prudenzialmente infilato in una Kirsten (orrida macchina da fumo in alluminio) un pezzo di Cannon Plug: uno di quelli più pestilenziali, avvelenato  con dosi da cavallo di un aroma tipo la Fava di Tonka (quel tipo di additivi tradizionali tra gli inglesi, che talvolta pare amino violentare sadicamente del Virginia altrimenti squisito).

Ma da un po' di tempo ho ritrovato nella pipa il gusto dell'avventura. Ho provato tabacchi italiani che non avevo mai sperimentato prima, e mi sono piaciuti. Sto fumando del Semois, che temevo fosse velenoso e invece trovo delizioso. E così ho deciso di dare una seconda chance a questi plugs, che dopotutto devono avere un loro perché, se provengono dalla impareggiabile casa che produce i più squisiti del tabacchi del mondo.

Capitolo 1: Il ritorno alla vita
Il caso ha voluto che tra i plug della mia scatola ce ne fosse uno di cui avevo aperto la bustina. Una ricerca di Google mi ha rapidamente rivelato che tra i plug in mio possesso, il Grouse Moor poteva considerarsi un nuovo inizio non troppo violento. L'aromatizzazione leggera, a dir di chi l'ha provato, accarezza la dolcezza del Virginia e gli conferisce qualche sfumatura, più che prenderla a calci nelle gengive, come il mio primo plug sembrava preferire. Pur con la prudenza dettata dall'esperienza ( è un fatto che c'è chi trova gradevole roba che io non butterei nemmeno nella stufa) ho deciso di tentare di fumarlo, dedicandogli una pipa un po' migliore della Kirsten che, con ben scarsa generosità, avevo riservato anni fa all'operazione. Il plug però, dopo dieci anni di abbandono appariva fossilizzato e inutilizzabile. Per riportarlo alla vita l'ho messo in un piccolo vaso Bormioli insieme a un umidificatore (io uso un contenitore di pellicola 35 mm, bucherellato col Dremel e riempito di carta da cucina umida, ma qualsiasi cosa tenga separato l'agente umidificante e il tabacco può andare bene), e mi sono preparato a un'operazione di lunga lena. Il plug è un cubo di tabacco pressoché solido e tanto quanto fatica a perdere umidità, rendendosi comodo nelle traversate in veliero, così fatica a riassorbirla. Periodiche ispezioni mi hanno però convinto che l'operazione rischiava di andare ben oltre i limiti della pazienza e così ho cominciato a trovare qualche variante per accelerarla. La prima è stata quella di lasciare per qualche giorno il vaso su un calorifero. Il calore aumenta la pressione osmotica del vapore e nelle ore di riposo, raffreddandosi,  l'umidità si condensa e penetra più velocemente nel tabacco. Successivamente ho rimosso l'umidificatore, temendo che potesse cominciare a fare muffa, e ho cominciato a vaporizzare gentilmente, delicatamente un po' d'acqua filtrata sul mio cubo di tabacco. Poi lo rimettevo in vaso, che rimettevo sul calorifero, e ho ripetuto l'operazione per giorni e giorni, fin quando mi è sembrato che l'acqua continuasse a penetrare. A un certo punto il plug è finalmente apparso saturarsi. La condensa che si formava nel barattolo non penetrava più all'interno nelle ore calde del termosifone, ma tendeva a ristagnare. A quel punto ho aperto il barattolo, ho lasciato evaporare la condensa in eccesso e poi ho richiuso il tutto, lasciandolo a riposare e uniformare in un cassetto fresco per un paio di settimane, sorvegliando ogni tanto che l'insieme apparisse e "suonasse" morbido e grasso, ma senza che gocce d'acqua malandrine si formassero da nessuna parte, come in effetti non si sono formate. Benché la curiosità mi rodesse, ho lasciato il barattolo sul fondo del cassetto, aspettando una mattina serena e lontana in cui tornare al mio Grouse Moor plug, perfettamente rinfrescato e rivitalizzata. Oggi è stata quella mattina.


Capitolo 2: la scelta del taglio. 

Ci sono mille modi di gustare un plug: dall'estremo dello shag (tagliare a fette sottili, poi disfare tutto in mano, fino ad ottenere capelli di tabacco da caricare nella pipa, dopo averli lasciati ad asciugare un po'), passando per il broken flake (fette come quelle dei flakes che si trovano in scatola, grossolanamente rotte e caricate), fino ad arrivare al flake puristico (fette intere arrotolate e caricate nella pipa). Io ho scelto il cube cut: una bella fetta grossa, tagliata prima a strisce, poi fatta a cubetti.
L'ho fatto per varie ragioni. La prima è che non maneggio un plug da parecchio tempo, e avevo voglia di scegliere una modalità che fosse possibile solo ed esclusivamente partendo dal plug. La seconda è che, essendo ignoto (ma probabilmente alto, come deve essere nel plug) lo stato di umidità, molte tra le forme di cui sopra potevano portare ad otturare la pipa con il minimo errore di caricamento. Il cube cut da questo punto di vista è il toccasana. Magari sarà un po' ignifigo in partenza e richiederà qualche riaccensione in più strada facendo, se proprio il tabacco è molto umido. Ma a meno di voler sbagliare a tutti i costi è impossibile cementare una pipa col cube cut, che si carica per semplice gravità.


Al primo taglio il plug si è rivelato uniformemente morbido, gustosissimo. Della consistenza di un panforte. Più che fumarlo, veniva voglia di mangiarlo.


Le strisce mostrano tutta la gamma di deliziosi Virginia di cui il Grouse Moor plug è formato. L'aspetto ricorda molto quello del Full Virgina Flake,

E finalmente i cubi, pronti ad essere lasciati cadere nella pipa e accesi.

Ma insomma... Com'è?
In queste settimane, maneggiando il mio plug di dolci e grassi virginia, il desiderio di fumarlo si è accentuato. La fragranze era veramente leggera, appena appena avvertibile. Nulla di violento e invadente. Tagliandolo poi, mi è quasi venuta l'acquolina in bocca. Quanto all'accensione e alla capacità di tenere il fuoco, la scelta del cube cut si è dimostrata abbastanza azzeccata, ma andrà migliorata. La prossima volta, esattamente come faccio con i flake, creerò uno strato superiore di tabacco totalmente sbriciolato, che dovrebbe prendere meglio il fuoco e garantire una combustione uniforme di tutto il fornello con più facilità di quanto i miei cubetti da purista abbiano fatto. Non ho comunque otturato il fornello, che era il timore principale.
A dispetto di qualche litigio con l'accendino, la mia pipata di Grouse Moor si è rivelata eccezionalmente piacevole. L'ho acceso la mattina, a bocca pulita, con una tazza di thé, caricando la pipetta di schiuma ben fatta e confortevole, ma del costo di pochi euro, che ho destinato agli assaggi dei flake aromatizzati. E' stato come fumare del Full Virginia Flake a cui sia stata aggiunta, se dovessi sbilanciarmi, una goccia di acqua di rose. Nessun fastidio, anzi. Personalmente gradisco molto la combinazione tra i due aromi tanto che in passato, in momenti di particolare perversione tabagistica, amavo fumare sigari avana dopo essemi dato sul polso una goccia di acqua di rose inglese, che mi ero per giunta dovuto comprare, non essendo nessuna delle mie donne di casa particolarmente amante di quella fragranza. A fumare essenza di rose non avevo mai pensato, ma i blender di Samuel Gawith hanno finito per soddisfare anche quella curiosità.  Il Grouse Moor l'ho assaggiato così e non vorrei essere sotto l'influsso di qualche forma di imprinting animalesco, ma lo vedo molto come un tabacco da prima mattina a dispetto della indubbia rotondità del Virginia sottostante. E soprattutto da mattina del weekend. L'essenza fiorita si libra nell'aria e mi pare fatta per cominciare una giornata piena di promesse piacevoli, molto più che per concluderla.
Procedendo nella fumata, e con una seconda tazza di té a fianco, il Grouse Moor cresce, si concentra. Il Virginia scuro canta e spinge con voce baritonale, ma l'essenza fiorita non si fa completamente sopraffare e ricama il suo controcanto in sottofondo. In conclusione un tabacco che in teoria è totalmente contrario a tutti i miei principi, ma che non mi pento affatto di aver riportato alla vita e che potrei persino arrivare a ricomprare. Sì, nella vita si cambia.

sabato 12 novembre 2011

Operazione rinascita: Samuel Gawith Grouse-Moor Plug



Il Grouse Moor Plug di Samuel Gawith, dopo anni di oblio nel profondo di uno scaffale. Ho deciso di farmi forza e riprovarlo. Qui il risultato, tre settimane dopo.

Benché cercando tabacco in casa sia rimasto sorpreso dalla quantità che è saltata fuori dai cassetti, e soprattutto dai contenitori infrattati in ogni dove, giorni dopo questo post continuo a trovarne. Nel più oscuro e dimenticato e inaccessibile dei miei scaffali giace un contenitore ermetico con molti plugs di Samuel Gawith che alla prima prova mi disgustarono profondamentemente per la loro assurda aromatizzazione. Naturale finché volete, ma per me insopportabile. Preso da un impeto eroico ho deciso di riaffrontarli, ripartendo da quello che, per quanto ricordo, era il meno micidiale. In questi anni di abbandono si sono pietrificati. Sarà anche un esercizio tecnico di restituzione alla vita di un plug. Chissà che un giorno almeno la tecnica possa venirmi buona. Sul tabacco ho molti più dubbi. Ho già individuato la pipa da sacrificare. I primi tentativi li feci, prudenzialmente, con una Kirsten (macchina da fumo in alluminio con fornello avvitabile) contando di poterla quantomeno lavare. Non è stata una buona idea. Anche se i tabacchi fossero stati meravigliosi (e non lo erano) in quella pipa sarebbero stati un inferno. Stavolta ho individuato la più popolare delle mie pipe di schiuma, una cosetta veramente da poco che comprai non so perché su ebay per l'equivalente di cinque o sei euro. Una lavoratrice onesta, comunque. Non sarà una gran perdita, ma perlomeno è una pipa.
La Meerschaum sacrificabile