Visualizzazione post con etichetta Papà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Papà. Mostra tutti i post

martedì 10 ottobre 2017

Elogio dell'imperfezione


La Dunhill 4124 di mio padre. La pipa sbilenca e caratteriale che mi fece innamorare delle square panel.










-

"Per essere perfetta le mancava solo un difetto".

Quando ancora collezionavo su un quadernetto grandi massime che per la loro struttura o per la loro intrinseca verità avrebbero dovuto ispirarmi nel mio lavoro di titolista, questa frase (di Karl Kraus) la piazzai al posto d'onore. O quantomeno la scrissi abbastanza calcata da restare incisa nella memoria anche ora che il quadernetto è da lungo tempo perduto.
E' bella nella sua struttura ma soprattutto contiene una grande verità, perlomeno una verità che è vera per me. Benché la ricerca della perfezione sia doverosa, la cialtronaggine irritante, nulla che vale si ottenga senza fatica, senza desiderio, senza cercare ossessivamente di migliorarsi, la perfezione è qualcosa di profondamente diverso dall'assenza di difetti formali. Non la puoi verificare con un compasso o con un computer. E se la prova strumentale riesce, se tutto è a posto, centrato, misurato, perfetto, è quasi certo che quello che hai davanti è qualcosa che non parla, non canta, non dice niente. Un assolo perfetto. Un quadro perfetto. Una donna perfetta. Ogni cosa, ogni nota, ogni pennellata, ogni dettaglio, proporzione, angolo al suo posto. Difficile immaginare qualcosa di più misero e di più mediocre di una "perfezione" così.
Tutto questo non l'avevo ancora messo bene a fuoco quando mio padre un giorno tornò da Noli portandosi questa panel. La prima panel che avessi mai visto. Una pipa quadrata. Mi ricordava alcune storie a fumetti ambientate in un mondo quadrato, con uova quadrate, teste quadrate. Io ero un ragazzo, la pipa non la fumavo. Ma mio padre mi parlava spesso di pipe. Mi mostrava le forme, mi spiegava perché alcune erano belle e altre no. Perché amava le Dunhill, che non avevano il bocchino orribile che lui definiva "ciucciato" tipico delle Savinelli (che pure per il resto apprezzava. Pensava che spesso fossero disegnate anche meglio). Le Dunhill avevano questo bocchino dritto, tirato. Non erano sempre e necessariamente più belle ma la loro superiorità era evidente. Costavano anche in modo irragionevole e per questo se ne permetteva poche. E poi aveva questa idea che qualcosa di raro, di prezioso, di assoluto, non andasse inflazionato. Di pipe non ne aveva tante quante ne guardava e di Dunhill tanto meno. Non ne comprava in modo compulsivo come fanno molti di noi e io per primo. Non le ordinava online e non solo perché i computer erano di là da venire. Non si metteva in casa cose che gli piacessero a metà, per un quarto, per un dettaglio, come curiosità. Quando sceglieva una pipa pensava e ripensava,  la rigirava in mano all'infinito, tornava a vederla, soppesava il suo grado di affinità, nel dubbio non la comprava. Si tratteneva credo apposta con una temperanza zen che aveva per alcune cose sì e per altre no. Per le pipe, sì. Perché alle pipe ci teneva molto.
Così un giorno tornò a casa trionfante con questa pipa. Le Dunhill che aveva erano dei mezzi cimeli, me le mostrava con orgoglio ma erano parte di un mondo in cui io ancora non esistevo, o stavo in un passeggino e avevo tutt'altri interessi. Questa era una Dunhill nuova, o meglio seminuova, presa da Noli d'occasione ma quasi infumata. Una pipa che l'aveva catturato, che gli aveva fatto fare dopo molto tempo questa follia. Non aveva mille panel. Ne aveva una sola, questa. Una cosa che amava di questa pipa quadrata era la sua personalità. Mi faceva vedere il fianco sinistro dove la sabbiatura si era mangiata un po' una faccia. Diceva che sembrava modellata con una ditata. Era un misto eccitante di perfezione e di imperfezione. Un bocchino geometrico, con angoli taglienti, tirato con precisione ossessiva, completava una testa dove non c'era una linea che fosse davvero parallela all'altra. Guardava la sua pipa e ci vedeva una potente scultura cubista, una pipa che avrebbe potuto fare Braque.
Quella pipa ipnotizzava anche me e la sua ossessione sarebbe nel tempo diventata la mia ossessione per le panel. La sera quando la fumava la guardavo e le sue linee vagamente scalene chiamavano il mio sguardo attirandolo in un gorgo. Più tardi, quando la pipa più o meno di nascosto cominciai a fumarla pure io, mi capitò anche di aspettare che se ne andasse a letto, dopo il film, per caricarmela e tirare qualche boccata, con il suo tabacco. Io avevo le mie pipette mediocri. Ma quella era la Dunhill. E col terrore che mio padre riapparisse improvvisamente dalla porta del salotto, godetti insieme a lei più di un momento di piacere clandestino.
Se avessi una pipa che mi rappresenta, se dovessi avere soltanto uno shape, quella forma sarebbe certamente la panel. E non c'è nessun dubbio che questa monomania sia nata in me ammirando all'infinito quella pipa.
Ho cercato di ricomprarmela mille volte senza riuscirci mai. Ho comprato panel di Dunhill e di altri in quantità, alcune belle, altre bellissime. Ma nessuna come questa, e non credo che il suo fascino sia solo nel fatto che era la panel di mio padre. 
A forza di guardare e spesso comprare panel ho imparato almeno una cosa, che è valida per tutte le pipe ma lo è particolarmente per questo shape, che attira verso il disastro il pipemaker privo di talento. Anzitutto la sua perfezione ideale è del tutto indefinibile. Gli angoli "giusti" non sono quelli che ti aspetteresti. Se la metti davvero in squadra e fai una testa perfettamente a 90 gradi, se prendi le misure di una panel bellissima e tenti di riprodurle uguali uguali, qualcosa ti sfuggirà sempre. Ci sono tanti modi di fare una panel fascinosa. Un po' più grande, un po' più piccola, un po' più slanciata o un po' più maschia e muscolata. Alta giusta o tendente alla pot. Entro certi limiti le idee valide possono essere molte. Ma per farla deve esserci un tagliatore di radica che di personalità abbia la sua. Può essere Gilli, può essere Bill Taylor, può essere Les Wood o un italiano emergente tra i pochi che stimo (e non tutti quelli che stimo sanno fare una bella panel). Insomma, per fare una bella quadrata ci vuole un artigiano con le palle.
Ci vuole perché la perfezione perfetta è terribilmente noiosa e per fare una panel occorre un uomo libero dall'ansia di trovare conferme. Capace di uscire da quella prigione quadrata e fare qualcosa di più, e non di meno di una forma geometricamente perfetta. La scelta della finitura può aiutare un po'. La superficie ideale della panel, secondo me, è quella sabbiata. La sabbiatura di per sé introduce quel pizzico di imponderabile, quella tensione tra quadratura e irrazionale che può soffiare l'anima dentro un oggetto. Si mangia un po' un angolo, scava col suo ditone una faccia liscia.
Penso che il ditone che scavò la panel di mio padre sia stato quello di dio, o meglio quello di Bill Taylor, che parlando di pipe è un po' la stessa cosa. Quando la sua panel uscì dalla fabbrica di Dunhill, Taylor lavorava ancora in prima linea e non credo che nessun altro avrebbe potuto fare e ancora di più autorizzare e marcare come Dunhill, a prezzo di lusso, una pipa che davvero ha ben poco di formalmente perfetto. Guardando la pipa con gli occhi dell'uggioso acquirente da internet di oggi, che apre il suo pacco con il terrore di essere stato gabbato, o del mediocre artigianello con riga, cad e compasso, c'è da restare allucinati. Negli angoli delle quattro facce della testa non se ne trova uno uguale. Il cannello è più rastremato da un lato che dall'altro, e nessun delle due linee è dritta (non solo per colpa della sabbiatura). La faccia superiore del cannello pende un po' da una parte in una sezione che non ha nulla di perfettamente quadrato. La testa in confronto all'insieme bocchino/cannello tende anche impercettibilmente al piccolo.
Nulla di tutto questo è stato chiaramente voluto. E' uscito così, dalla lima di un uomo per cui la forma e la radica non erano nemici, fonti di ansia, pieni di trappole e di pericoli da disinnescare, ma erano un mezzo di espressione, a cui dare forma senza paura. Un autore, per cui il carattere di un oggetto era tutto e la verifica numerologica nulla. Un uomo che sapeva dove andare, in modo così deciso che anche il caso ha partecipato un po' alla sua creazione. 
Penso davvero che pochi, se non Bill Taylor, avrebbero osato mettere nelle mani del rappresentante una pipa così, convinti che non sarebbe tornata indietro e che qualcuno vedendola se ne sarebbe innamorato. Credo che tra le pipe che ho avuto in mano questa sia quella che spinge al grado più estremo la proporzione di imperfezione che la vera perfezione deve contenere.
Mio padre che con le sue ditone spingeva, scavava, strisciava, e alle volte chiamava il caso, l'acqua, il colore a cooperare con lui, quella pipa la capì al volo.
Più modestamente, mi illudo di averla capita anch'io.





giovedì 22 ottobre 2015

Non avrai altra busta




L'unico e inimitabile Dunhill Rotator.  


Anche grazie  alla  pipa, io e mio padre abbiamo avuto molto tempo per parlare. Per un bel po’ di anni, ogni domenica, subito dopo pranzo, ci ritiravamo nel suo studio. Lui al  suo tavolo, io nella poltrona degli ospiti sotto il cavalletto. Tiravamo fuori le nostre pipe. Lui generalmente caricava la sua col mio tabacco, sapendo che fumavo bene e che poteva assaggiare qualcosa di interessante senza il rischio di buttare soldi e tempo, investendo nell’ignoto. Per il momento lo fumava. Poi, semmai, gliene avrei procurato dell’altro. Quasi mai parlavamo di noi. Si discuteva perlopiù di eventi storici piuttosto oscuri. Magari gli raccontavo di qualcosa che avevo letto ultimamente. Allora uscivano mappe, periodici in ungherese pieni di orecchie e di  post it segnalibro,  foto in bianco e nero, libri, vecchi diari… A volte la discussione procedeva incrementalmente, scavando per anelli concentrici la questione. Altre volte avevamo posizioni contrapposte: io più internazionalista, aperto alle ragioni della Corona Imperiale, austriacante, fondamentalmente labanzo; lui indipendentista senza compromessi, focosamente curuzzo. In uno di questi momenti, per fargli caricare la pipa tirai fuori dalla tasca della giacca un oggetto da poco, che mi ero appena procurato. Era una busta portatabacco in tela gommata giallognola. Un oggetto molto pratico, ripiegabile, che teneva al suo interno una quantità di tabacco rispettabile, senza ingombrare e senza farlo seccare. Costava molto poco, forse me l’avevano addirittura  regalato insieme a qualche acquisto massiccio di qualcosa. Nonostante la sua modesta, quasi misera, apparenza lo portavo nella tasca interna con la certezza di avere acquistato qualcosa di razionale, utile e ben fatto.
Mio padre, che il tabacco lo teneva perlopiù in vecchie scatole o buste ciancicate che ne avevano contenuti altri, e su cui c’era scritto a pennarello cosa contenevano adesso, lo prese in mano come si potrebbe prendere un calzino sporco appena uscito da uno scarpone. “Hai comprato quest’affare?”. Lo teneva per un angolo e, pendendo tra le sue dita, il mio portatabacco giallastro appariva  veramente disgustoso. Balbettai qualcosa cercando di trovare qualche giustificazione al mio comportamento.

“Adesso sei fregato”

La sentenza calò come una mazzata. Non solo la busta gommosa era stata condannata, ma avrebbe rappresentato una maledizione perenne che mi sarei trascinato dietro per sempre. Cercai di capire meglio quali fossero le caratteristiche malefiche di quella busta, che io evidentemente avevo trascurato totalmente, nella mia inesperienza. “Quante buste portatabacco puoi avere?” mi chiese, e lì cominciai a capire. Effettivamente, si possono avere decine di pipe, di scatole di tabacco. Ma la busta portatabacco, oggetto di utilità non proprio strettissima, è un piccolo accessorio personale, una minuscola gratificazione che si può scegliere o meno di concedersi, ma resta qualcosa di piuttosto intimo e unico. Anche quella busta gommosa lo era. I tabacchi che possono andarci dentro sono infiniti, la busta –maledizione- è una.  Aveva in faccia quel mezzo sorriso a presa per il culo che conoscevo così bene. “Una. E tu adesso hai questa. Non potrai mai averne una veramente bella”. Era molto meglio non avere niente che avere una busta come quella, ad occupare l’unico slot sensatamente concesso alla busta portatabacco. Provai a controbattere qualcosa, e non saprei dire cosa visto che la sua ragione era schiacciante.
Così cominciai a odiare la mia busta. Trovai persino che il tabacco lì dentro prendesse un sentore di piscio di gatto. Poco tempo dopo, grazie al cielo, la persi. E' difficile capire come si possa perdere onestamente e sinceramente una busta portatabacco. Comunque mi riuscì.

Memore della dura lezione, potendo grazie a un colpo di fortuna comprare di nuovo la mia prima, e per sempre unica, busta decisi che dovesse essere la più bella, la più morbida, la più sobria, ben fatta busta del mondo. Una che non solo funzionasse meglio di qualsiasi altra busta ma fosse una gioia per gli occhi e per le dita. Una busta che sarei stato sempre più felice di trarre dalla tasca anno dopo anno, invecchiando con lei. Quando l’esigenza è questa, non sono i pochi euro in più o in meno a contare, ma solo ed esclusivamente la soddisfazione che si trae dal proprio investimento.
Un minimo di ricerca e insistenti analisi dei principali negozi mi rivelarono quello che avrei dovuto sapere da prima. Non esiste al mondo una busta così semplicemente perfetta come la Dunhill rotator. Sulla sensatezza del prezzo di una pipa Dunhill si può discutere, ma quando si parla di pelletteria la differenza balza alle dita: è palpabile. Ci sono molte marche quasi altrettanto buone, ma sono sempre un micron troppo spesse, o troppo sottili, o troppo molli, o troppo coriacee.  Una busta Dunhill sta su quel confine sottilissimo dove la morbidezza produce brividi di piacere al contatto, celando però un po’ di nerbo e di consistenza. La rotator di tutte le buste Dunhill è la più geniale: si piega semplicemente in tre, senza zip né orrendi bottoncini. Pulita, essenziale, funzionale, bellissima: “sleek”, come direbbero gli inglesi. Il tabacco va nel tascone dietro ed emerge poco a poco nel taschino davanti, man mano che ti serve. Puoi portarne anche un buon 20 grammi, se devi stare via qualche giorno, sapendo che il tabacco resterà fresco sorprendentemente a lungo. A meno che tu la dimentichi mezza piena in un cassetto, farai sempre prima a finire la scorta che a seccarla.
Soprattutto è un piacere averla, usarla, persino pensarci.
La vita è una. La  busta anche. E’ stupido sprecare la propria unica occasione scegliendo in partenza la mediocrità.

(in realtà oggi di buste ne ho due, l'altra ingegneristicamente diversa la uso per  flake. E' piuttosto buona, quasi buona come la Rotator. Ma non è la Rotator)
 


martedì 22 gennaio 2013

Il coglione



Ci sono due pipe che mio padre voleva sempre vedere, ogni volta che veniva a pranzo a casa mia. Una era la Savinelli "Giubileo d'Oro Occhio di Pernice" shape 101(la chubby billiard , detta anche "Maigret", che era una delle mie forme predilette di qualche anno fa). Trovava che quella fosse la mia pipa più bella.

L'altra era questa, che stava all'estremo opposto dell'apprezzamento estetico. Tanto che, poco affettuosamente, l'aveva soprannominata "il coglione".

E' una raindrop molto massiccia di Julius Vesz, pipemaker fuggito come mio padre dall'Ungheria del 1956, ma approdato a Toronto. Pare che una volta in Canada, Vesz sia in qualche modo incappato in un magazzino (la leggenda dice un garage pieno) di radica ultracentenaria, l'abbia acquistato e su questo straordinario tesoro, abbia deciso di fondare la sua nuova vita nel Nuovo Mondo. Vesz ha il negozio/laboratorio nella galleria di uno dei più lussuosi hotel di Toronto. In Nord America, le sue pipe sono poco meno che mitologiche e questa fu acquistata da un mio amico americano direttamente dalle mani di Julius nel 1976, durante un viaggio al nord. A quei tempi, come riporta la stampigliatura, la pipa veniva venduta alla cifra stratosferica di 600 dollari canadesi. Era un grado 4, altissimo, dei tempi in cui la produzione di Vesz non si era ancora differenziata in "hand made" (radica normale, sbozzata al tornio e finita a mano) e "hand cut" (radica centenaria, fatta a mano dal principio alla fine), com'è oggi. Non ricordo esattamente i termini dello scambio col mio amico americano e tantomeno quello che ho dovuto dare in cambio. E sicuramente è meglio così.

Ad ogni modo, né la storia comune né il valore collezionistico contribuirono a far apprezzare da mio padre la mia Julius Vesz, che anzi diventò il laughing stock della mia rastrelliera. La pipa, in verità, fuma tanto bene quanto può fumare una radica. E' dolce, pulita, analitica. Con un peso di circa un etto e le dimensioni di una palla da tennis, non si può dire che sia una piuma da passeggiata. Ma in poltrona e caricata con una mezza scatola di qualche Virginia, regala bellissimi momenti. E' levigata, calda, setosa: un piacere da tenere in mano. Per averla, c'è voluto uno stipendio quasi intero di un redattore del New York Times.

Eppure niente. Mio padre l'ha distrutta. La guardo, cerco di ricordarmi quanto sia unica e straordinaria. Ma non riesco più a vederci nient'altro che un grosso coglione...





La stampigliatura del tempo prevedeva sia il grado che il prezzo in dollari canadesi.
Credo che l'inflazione seguita alla crisi petrolifera del 1973 abbia poi fatto giustizia di questa pratica. Qui il "400" era già stato ri-stampigliato in "600".


L'anno di produzione: 1976



Due ulteriori angolazioni della pipa

sabato 15 dicembre 2012

La pipa dello zio

La pipa dello zio Alberto.  Una "Real Briar" che a giudicare dalla losanga sul bocchino potrebbe essere una Brebbia


Poche persone sono state più diverse e più simili di mio zio e di mio padre.
Due mondi agli antipodi: uno di solido ceppo tosco-piemontese, l'altro nato da un ibrido e instabile brodo primordiale multinazionale; uno artista, l'altro uomo di azienda e di banca; uno pratico e pianificatore, l'altro quasi sempre perso oltre i confini del suo foglio di carta. Eppure due uomini profondamente uniti da qualcosa che non saprei come chiamare se non solidità caratteriale. Che si guardavano da due lati opposti dello specchio e si riconoscevano.
Tra le cose che li univano (ma anche per certi versi li differenziavano) c'erano la buona cucina, il gusto per il vino e le pipe. Quando le nostre famiglie si incontravano, si era sicuri che in mezzo ci sarebbe stata una tavola, e una di quelle intorno alla quali vale la pena stare.
In effetti ho molte zie. Ma ce n'è solo una che abbia mai rivaleggiato con mia madre nella capacità di allestire un pranzo, e specialmente un pranzo festivo. Anzi devo dire che i pranzi delle feste erano veramente la specialità della zia e che l'incrocio di tradizioni piemontesi, toscane e ungheresi produceva risultati portentosi, imprevedibili, inimmaginabili. Sia mio padre che mio zio (e questo era un altro aspetto che li univa) nella cucina delle loro mogli hanno avuto il ruolo che in un teatro spetterebbe a un direttore artistico. Ricordavano, immaginavano, proponevano, talvolta pretendevano. Trovavano fonti, rivedevano i copioni, allestivano il cartellone della stagione. Comunicavano entusiasmo, e non facevano mancare alle loro artiste il supporto di un esigente spirito critico. Quando salivo in macchina per andare a casa degli zii ero pronto a vedere e assaggiare cose che non avrei mai trovato altrove. Lì, ad esempio, scoprii il tramezzo. Una portata aggiuntiva, generalmente una qualche specie di trionfo a base vegetale, che segnava il confine tra il primo e il secondo, non essendo nessuno dei due ma accompagnando i commensali dall'uno all'altro. Mia zia sapeva fare una delle poche cose in cui mia mamma non è mai ruscita: il rétes (una specie di strudel ungherese di pasta sottilissima) e un giorno ha anche cercato di insegnarmelo. Erano giornate meravigliose quelle delle feste. E non credo che me lo sembrino solo adesso che le rivivo nella memoria. Eravamo ragazzini. Non avevamo né game boy né telefonini a separarci dalle storie e dalla chiacchiere dei grandi. Ed erano storie fantastiche anche perché venivano da mondi diversissimi da quello in cui vivevamo noi. Dopo pranzo, seduti al tavolo da caffé, papà e lo zio accendevano sempre le loro pipe. Io non immaginavo nemmeno che un giorno ne avrei fumata una ma mi divertivo un sacco a guardare quelle dello zio. Erano pipe come quelle di papà, ma erano anche completamente diverse. Mio padre era un artista che amava il design rigoroso, severo, le sue pipe erano classiche appena animate da un accento creativo che vibrava sotto pelle. Lo zio invece aveva anche qualche pipa veramente strana: di forma mai vista, col coperchietto... e specialmente una che si è fissata nella mia memoria in modo indelebile. Una specie di calamita degli occhi: una pipa quasi arancione, né liscia né di un rugoso normale, con delle specie di pennellate nere. Papà e lo zio ogni tanto ci scherzavano sopra. Me la ricordo appoggiata tra le altre sul portapipe, o alle volte sul tavolo. Dovunque fosse la pipa dello zio, mentre i grandi si scambiavano tabacchi, fumavano, bevevano caffé o qualche liquore, i miei occhi la cercavano e la trovavano. Qualche volta l'ho persino maneggiata.

L'ho rivista circa un anno fa nella collezione di mio cugino Andrea, a cui sono passate tutte le pipe del suo babbo. E' stato un giorno in cui, dopo molti anni, ci siamo ritrovati ancora, per un pranzo con gli zii e con la mamma. E gli ho raccontato esattamente questo. Alla fine del pranzo, con mia grande sorpresa, me l'hanno regalata.
E' una delle pipe che tengo sempre in vista. Ma non credo che la fumerò mai. E' la pipa dello zio. Ogni volta che la riprendo in mano, la rivedo a casa sua. E le voci, le immagini, le sensazioni di quei momenti tornano per un attimo a vivere. Non è solo una pipa. E' un oggetto magico.

O forse una madeleine.

giovedì 11 ottobre 2012

Andrea Gigliucci. Un cuore danese a Scarlino.

Circa un anno fa cercando, se non sbaglio, qualcuno che mi vendesse degli abbozzi di radica per degli esperimenti di sabbiatura che stavo facendo insieme a mio cugino, sono arrivato per le vie dell'ipertesto al sito di Andrea Gigliucci un artigiano della pipa di Scarlino che non avevo mai sentito nominare prima. I siti dei nuovi "maestri della pipa" sono spesso inutilmente pomposi oppure dilettanteschi, se non talvolta le due cose insieme. Generalmente mi inducono a cliccare via il più velocemente possibile. Quello di Gigliucci invece era diverso: bella foto, grafica di buon gusto, un racconto di sé sincero, senza le solite chiacchiere a vanvera in inglese maccheronico. Prima di tutto, il sito di una persona intelligente: mi ha subito incuriosito. 
Gigliucci, con grande onestà, si raccontava come un nuovo arrivato nel mondo della pipa. Un restauratore che da qualche tempo, visto che amava fumare la pipa, si era deciso a  unire due passioni e realizzare dei modelli suoi. Ancora più della storia mi interessarono le pipe. C'era una bellissima curva molto snella e flessuosa, che mi faceva pensare a una reinterpretazione leggera e nordica del famoso sassofono di Radice/Ascorti. Purtroppo l'aveva già venduta. Ma mi piacevano altrettanto una serie di bulldog un po' cubiste e scalene, veramente strane, quasi inquietanti nella loro finitura nera rusticata che ricordava la pietra appena sbozzata di una scultura in progress. Le guardai e riguardai per qualche giorno, tornando sul sito, finché a un certo punto mi sentii chiamare da una delle tre o quattro disponibili. Era una pipa abbastanza strana per me, ma più la guardavo più mi piaceva. Un  giorno mi decisi a prendere il telefono e chiamare Gigliucci, per accertarmi che la mia Dark Hull Bulldog fosse sempre là al suo posto, e per capire come ordinarla. In quella telefonata, avrei scoperto due cose interessanti:  la prima era che Gigliucci era incredibilmente uno dei primi lettori del mio blog (a quei tempi ai primissimi post). La seconda, che io ero il primo ad acquistare una pipa di questo tipo. 

Evidentemente, il Destino si era messo pesantemente al lavoro.



 La mia prima Gigliucci. Una Dark Hull rusticata bulldog. Gigliucci è un appassionato velista, e il nome del modello nasce dalla somiglianza tra  la "chiglia" di questa strana bulldog e quella di una barca. 

Su "Fumare la Pipa" ho raccolto diversi pareri positivi sul mio nuovo acquisto e ho scoperto di non essere stato l'unico a notare i primi passi di Gigliucci, né il primo in assoluto dei presenti a possedere una sua pipa (in realtà, ero il terzo). Tra la mia prima telefonata con lui e quello che lessi su flp, scoprii che Gigliucci aveva studiato, per così dire, con Massimo Musicò ed era già stato presentato a Cagli l'anno precedente. Una sua limitata gamma era visibile ed acquistabile nel negozio di Roma, nel quale però non ero ancora mai stato (pur avendone letto infinite meraviglie). Tutto ciò mi fece piacere. Ma ancor più mi piacque come fumava la mia pipa. 
Me la sentivo bene in mano, la rusticatura mi divertiva: sembrava eseguita con furore nel corso di un raptus. Ma soprattutto la pipa aveva un che di magico nel modo in cui trattava alcuni tabacchi. Era l'unica in cui riuscivo a fumare l'HH Vintage Syrian trovandolo quasi buono. Anche il "gusto drugstore" di una busta di 7 Seas acquistata per amor di scienza, risultava tutto sommato godibile. Preoccupato di un possibile contrappasso, ci bruciai qualcuno dei miei Virginia preferiti, temendo che il risultato si invertisse e che le capacità stregonesche della pipa agissero in questo caso a mio danno. Nonostante la capienza abbondante, non proprio classicamente da flake, anche i Virginia ne uscirono bene. Da allora la Dark Skull Bulldog l'ho fumata molte volte, senza riuscire ancora a dedicarla a nessun tipo di tabacco talmente riesce bene con tutti. E' una delle mie pipe-jolly migliori.

Con l'avvicinarsi dell'estate, approfittando del fatto che Scarlino è quasi di passaggio sul tragitto per l'Isola d'Elba, ci siamo messi d'accordo per la visita che fino a quel momento era rimasta solo nell'aria. La cosa si faceva pressante anche perché nel frattempo Gigliucci aveva realizzato alcune divagazioni sul tema della Dan Reformed Chimney, tra cui ne avevo identificata immediatamente una che sarebbe diventata la mia seconda pipa firmata da lui.

 Gigliucci liscia, una rielaborazione a partire dalla Dan Reformed Chimney

Mia moglie ricorda sempre con piacere le sue (e talvolta nostre) vacanze nei dintorni di Follonica. Così la convinsi senza fatica che una deviazione per Scarlino si rendeva necessaria e una volta giunti lì, Gigliucci ci condusse nel suo antro fiabesco. Senza alcun dubbio, il più bel laboratorio tra quelli che abbia visto (vale la pena visitarlo virtualmente sul suo sito). Ho trovato un giovane uomo colto e appassionato, quasi ossessionato dalla ricerca. Un uomo preparato e  intelligente, che insieme ai suoi strumenti, ai ciocchi, alle pipe abbozzate e finite ha uno scaffale di stampe di vecchi cataloghi sui quali studia ed estrae ispirazione per le proprie elaborazioni. Come succede da Becker & Musicò, il classico è presente e si riflette, rinnovandosi, nelle pipe che nascono non tanto seguendo i capricci della radica (un modo di fare pipe che personalmente mi lascia indifferente), ma anzi cercando di spingere nel legno adatto il frutto della propria visione del momento. Nel caso di Gigliucci, ogni pipa nasce da abbozzi grezzi, prima sgrossati e poi lavorati con l'uso di pochi strumenti essenziali. Molti sono gli stessi che si troverebbero in un laboratorio danese. Forse con l'eccezione del segaossi da macelleria, che Gigliucci ha riadattato a strumento per plasmare il dente del bocchino (una delle mie fissazioni, tra l'altro). Un'altra innovazione che mi ha fatto immensamente piacere è stato il passaggio di Gigliucci dal bocchino in metacrilato (pur ben fatto, come sulla mia bulldog) all'ebanite tedesca tornita dalla barra e tagliata a mano. Un passaggio credo suggerito dalla frequentazione con Massimo Musicò, un artigiano con cui condivido la convinzione che il bocchino rappresenti la metà del valore di una pipa.

I classici intorno ai quali Gigliucci lavora mi sono sentimentalmente cari, perché sono gli stessi che ho visto, ormai consunti e fumati fino alla resistenza estrema, nelle mani di mio padre. Le sue prime pipe degli anni '60: forme danesi allora moderniste alcune delle quali disegnate dal Conte Bernadotte. Una pipa come la sua prima Kriswill la cercavo da un po' di tempo, e avevo anche consultato qualche collezionista tra quelli che frequentano flp (l'ho poi trovata poche settimane fa su ebay, in versione liscia). Al momento in cui entrai nel laboratorio di Gigliucci, la ricerca era ancora in corso.

La Kriswill sabbiata che fu una delle prime pipe serie di mio padre. E' la forma a cui si ispira la Gigliucci che ho comprato io.

 Si può quindi immaginare quale sia stata la mia sorpresa quando in mezzi agli strumenti e alla segatura, sul banco di Gigliucci ho visto il catalogo Kriswill aperto proprio sulla pagina che ritraeva la pipa che mi era sfuggita fino a quel momento. Una pagina di questo catalogo Kriswill 1970, che mi ero già studiato con attenzione.
 Tra le ultime realizzazioni di Gigliucci c'era già pronto il frutto della ricerca partita da quella vecchia pagina. Totalmente diversa dalla pipa che avevo visto tante volte. Ma anche chiaramente imparentata: una specie di nipote maremmana della principessa danese che continuava a sfuggirmi. Una pipa che mia mogli gradì immediatamente, facilitandomi il compito di non scegliere quale delle due dovessi acquistare, tra la pipa per cui ero arrivato fin lì e quella mi aveva così piacevolmente sorpreso.

Gigliucci sabbiata, una personalissima rielaborazione, a partire dalle forme della vecchia Kriswill che avevo inutilmente cercato.

In generale, devo ammettere di essere piuttosto frigido verso le creazioni più estrose ed azzardate della "scuola danese". Non amo in modo particolare le pipe a serpente, a chiocciola, a lumaca, che ricordano un'ascia vichinga o un disco volante. Pipe magari in sé bellissime, per chi è in grado di apprezzarle, ma che a mio avviso hanno rovinato con il loro esempio non pochi artigiani. Sono invece sempre stato affascinato dagli esordi della pipa danese: quelle pipe industriali ma innovative che hanno a lungo ispirato anche le migliori creazioni di Achille Savinelli.
Il mio vero genere, forse, sarebbe ancora più classico. Ma di questa reinterpretazione modernista sento profondamente l'attrazione, non solo affettiva. Scoprire nel laboratorio di Gigliucci un uomo che si arrovella con gusto intorno a questo delicatissimo equilibrio tra classicità e design, tra forma e funzione, senza mai dimenticare che una pipa è una pipa e non una scultura da soprammobile, mi ha fatto immensamente piacere.

Ero arrivato fin lì per la reformed. Ma non avrei potuto uscire senza la nipotina della Kriswill Bernadotte. E così è stato.

Gigliucci sta crescendo nella stima di molti appassionati. Oggi le sue pipe si possono acquistare a Roma da Becker & Musico (per cui realizza anche le Foundation riconoscibili dalla sigla AG) ma anche a Bologna e a Follonica. In questi mesi  si è parlato parecchio di lui tra gli appassionati che frequentano flp e che hanno visto per la seconda volta a Cagli le creazioni toscodanesi di Scarlino. Gigliucci è stato definito il più promettente artigiano della nuova generazione. Un uomo che unisce l'inventiva e il gusto a una invidiabile capacità tecnica. Io non ho nessun dubbio che sia realmente così.



 
Mio padre in una foto scherzosa del 1971, con la sua Kriswill Bernadotte.


domenica 23 settembre 2012

Le Savinelli di Achille (e di mio padre)

Il desiderio di apprezzare una bella pipa fa parte del mio lessico familiare. Per anni, andando a chiacchierare nello studio di mio padre, mi è capitato anche di parlare di pipe, per sentire cosa pensava lui di ciò che era bello o no. Perché una forma era ben disegnata e perché un'altra mancava di grazia. Ancora prima, quando ogni tabaccaio decente aveva la sua piccola o grande esposizione di pipe, qualsiasi passeggiata per qualsiasi città italiana era un pellegrinaggio con numerose fermate, una per vetrina. Ognuna delle quali studiata e commentata. 

Se c'è una cosa che ho capito è che cosa a mio padre piaceva in una pipa.

Non amava le Autograph, né le freehand in genere. Gli piacevano invece le pipe classiche ma con un twist personale e vagamente modernistico. I suoi primi acquisti giovanili erano state danesi proprio di questo tipo, ad esempio la Kriswill che ha quasi consumato. Ma col tempo, a parte le sue preziose (e quindi poche) Dunhill, era diventato un appassionato del design Savinelli. E specificamente di quelle forme che Achille Jr. aveva creato combinando shape immortali con cannelli leggermente angolati, sottili e geometrici: schiacciati, ovali, triangolari o persino di forma curiosissima (un ovale sopra e sotto con due brevi lati a fianco) come nella 816 KS. La Punto Oro era il suo punto di riferimento, la Giubileo un lusso raro quasi proibito, la Silver (specialmente sabbiata) una bella pipa dall'eccellente rapporto qualità prezzo. Non aveva nulla al di sotto (l'unica "extra" l'aveva regalata a me, da usare se mai mi fosse successo di capitare a casa senza pipa). Non ha avuto per molti anni nessuna altra pipa italiana. Per lui il design era tutto e non c'era nulla che gli piacesse come le Savinelli che gli piacevano di più.

Oggi quasi tutte le forme più personali di Savinelli sono cadute dal catalogo a causa del mai abbastanza deprecato filtro, ormai presente su tutte le pipe. La sua presenza intrusiva e inutile obbliga a cannelli di sezione importante e uccide la creatività del designer. Quando mi fermo di fronte alla vetrina di Via Orefici, vedo ben poche pipe che sarebbero piaciute anche a mio padre. Le forme si sono intozzite e omologate e le più strambe verette (che mio padre aborriva) sono arrivate persino a contaminare le serie alte con il loro cattivo gusto (orribile, ad esempio, la Onda).

C'è ancora la 101. La robusta "maigret" che io acquistai in Giubileo e che lui ha sempre trovato fosse la mia pipa più bella. Ma delle sue Savinelli, alcune delle quali ho fotografato oggi prendendole dalla rastrelliera dove stanno ancora, credo non sia rimasto praticamente nulla.

Peccato. Io non cesserò di sperare che Savinelli si ravveda. Ma finché non lo farà non ne acquisterò più una.



 
Savinelli Punto Oro 811 KS, cannello ovale schiacciato, con spigolo e mezza sella. Deliziosa.

Savinelli Punto Oro Sabbiata 811 KS, la stessa forma in finitura sabbiata


Savinelli Punto Oro 123. Una pot con cannello triangolare.

Savinelli Silver Sabbiata 130 KS, chimney con cannello ovale "a spigolo"

Savinelli Punto Oro 816 KS, una billiard che definirei "deco". Il cannello è vagamente rettangolare, la parte superiore e inferiore sono bombate e le due faccette laterali piatte.


Savinelli Punto Oro Sabbiata 413 KS, una bent dublin / zulu di dimensioni importanti e canello ovale. Non l'ho ancora ripulita.


venerdì 2 dicembre 2011

"Questa pipa me l'ha regalata Jean Paul Sartre"



La Gbd Conquest Square Panel che ho comprato per sbaglio, ma fortunamente, provando un software di puntate automatiche su Ebay.

Mio padre è stato un giovanotto nell'Ungheria staliniana degli anni '50. Voleva diventare cartellonista e studiava al Liceo di Arti Applicate di Budapest, dietro Piazza Calvino. Era un ambiente frizzante di stimoli artistici e un po' alternativo e ribelle, perlomeno per gli standard di un regime carcerario come quello. C'era chi portava una frangia un po' fuori ordinanza, chi metteva pantaloni a coste larghe di velluto, chi addirittura osava indossare scarpe con suola di para provenienti da qualche zio americano. Segni che denunciavano a prima vista la mancanza di adesione ideologica e la scarsa propensione all'obbedienza. Ma quello che era ancora possibile a un ragazzo (possibile ma costoso, indizi di insubordinazione come questi sarebbero costati a mio padre la non-ammissione all'Accademia di Belle Arti) era del tutto impensabile per un professore. A quel livello, i segni esteriori del temperamento artistico andavano giocati in modo politicamente più cauto. 
Un docente, quindi un artista affermato, quindi un esempio, aveva delle responsabilità. Però aveva anche delle possibilità. Ad esempio, poteva realizzare un sogno impossibile per quasi chiunque altro: attraversare la cortina in occasione di Fiere, mostre ed altri eventi legati ad una di quelle attività che il regime aveva scelto come vetrina. 
Un giorno un giovane professore di mio padre tornò da qualcuno di quegli incredibili viaggi in Occidente e apparì in classe stringendo in bocca uno stranissimo oggetto vagamente imparentato con una pipa. Ma dall'apparenza molto strana, inconsueta, cubista. Un oggetto evidentemente alieno, proveniente da un universo lontano ed eccitante. Una specie di cosa che nessuno in Ungheria aveva ancora visto a quell'epoca. I ragazzi incuriositi gli chiesero che razza di pipa fosse quella. E lui alzando spallucce disse con noncuranza: "Non so... me l'ha regalata Jean Paul Sartre...". Il filosofo esistenzialista, voce libera di un mondo dove tutto sembrava possibile, epperò certificato comunista, era il personaggio ideale per avere qualcosa a che fare con una folle pipa del genere. Una scelta perfetta per associarsi ad un oggetto che con la sua sola presenza evocava una vita intellettuale diversa e meravigliosa, però con astuta cautela politica.
La pipa, in realtà, era solo un abbozzo di radica grezza da hobbista che il giovane professore aveva probabilmente adocchiato in qualche tabaccheria e pensato di riportare a casa, spacciandolo per testimonianza delle sue frequentazioni intellettuali. Il suo fascino era dovuto interamente alla sua spigolosa, esotica ed irrazionale cubicità. E quell' abbozzo squadrato mi è tornato in mente quando da uno dei pacchetti che ogni tanto mi arrivano da Ebay è uscita questa GBD. L'ho comprata quasi per sbaglio, provando un software che piazza automaticamente la puntata. Stavo sperimentandolo su una pipa che, come amante delle square panel mi interessava vagamente. Ma che non avevo davvero intenzione di comprare. Meglio così. E' bella oltre ogni ragionevole aspettativa (e certamente più di quel grezzo cubo di radica). E' leggera, geometrica, con due facce di splendido occhio di pernice. Ma ha qualcosa di irragionevole che persino in questo mondo così privo di limiti, e così lontano dall'Ungheria di mio padre, porta un tocco di avanguardismo artistico anticonformista. E questo, anche se a regalarmela non è stato un filosofo. Ma solo un pezzo di software pazzo e indisciplinato.


 Did you say "Bird's eye"?


 Nomenclatura. Il Modello (?) è il  9579


Una specie di sogno per l'amante delle Square Panel

domenica 6 novembre 2011

La capostipite

Mio padre aveva molte belle pipe, ma ce n'era una che mi piaceva più di tutte ed era la Dunhill Shell Square Panel, che anche lui fumava un po' più spesso di tante altre. Mi spiegò perché piaceva a lui ed erano le stesse ragioni per cui quella pipa continuava ad attirare anche il mio occhio nel suo cerchio magnetico.  Era una Dunhill, per cominciare, e questo ne faceva per definizione una gran pipa, da prendere sul serio. Ma poi il fatto che una billiard avesse le facce quadrate, eppur rimanendo slanciata ed elegante, ti faceva pensare a quei manifesti un po' cubisti di Cassandre... Aveva qualcosa di indefinibilmente artistico e avanguardistico, però retro'. Un cortocircuito estetico, che però (non dimentichiamolo) era una Dunhill.
La Shell aggiungeva anche la superficie rocciosa a tutto questo. E la Shell di mio padre era sabbiata in modo che una delle superfici fosse anche leggermente incavata, come se una ditata avesse portato via un po' di materiale,  una nota scalena che rendeva (e rende) quella pipa, a tutt'oggi la vera capostipite della mia piccola ossessione per le square panels.
Da quando cominciai a comprare le prime pipe serie, cercai una square panel. Setacciai il catalogo Savinelli, che avrei potuto permettermi. Andai anche a vederle in Via Orefici. Ma purtroppo le square panel di Savinelli mancavano totalmente delle proporzioni magnetiche della square panel di mio padre. Che a quel punto, ogni tanto, mi era capitato di fumare di nascosto, innamorandomene ancora di più.
Quando vidi questa pipa sotto il tavolo di vetro in cui Noli a Milano tiene l'usato Dunhill pensai di toccare il cielo con un dito. Non era una Shell... però era una Root! Aveva qualcosa in meno di quella di mio padre. Ma anche, per la miseria, qualcosa in più! Restava il fatto che benché il mio budget si fosse leggermente allargato rispetto alle prime paghette da fame, continuavo a non potermi permettere una pipa del genere. Di tutto ciò parlai a mio padre con tale entusiasmo da matto, che alla prima festa quella pipa me la ritrovai in un pacchetto (un fatto notevole, considerato che lui non si era mai permesso la spesa di una Dunhill Root Briar).
Fortunatamente, vista la mia reazione quando non la ritrovai più sotto il vetro, Noli mi avvertì di chi avesse requisito la square panel. E così anziché farmi prendere dalla depressione, passai un paio di mesi a pregustarmela, sapendo che prima o poi sarebbe arrivata. E ricordo come fosse adesso il momento in cui la vidi e l'incredulità con cui continuavo a guardarla nel taxi che mi riportò a casa quella sera...
Da allora ho approfondito le conoscenze tecniche sul fornello pannellato, imparando che è un esercizio artigianale piuttosto difficile che merita di essere apprezzato anche sotto quell'aspetto. E soprattutto ho aggiunto qualche nuova square panel al mucchio di pipe che tengo in giro per casa: tre Ashton, un'altra Dunhill (shell, ma diversa da quella di mio padre), una splendida Sasieni nel suo astuccio, una Mark Tinsky... alcune belle, alcune così così. Ma nessuna come questa. Una pipa che mi fa ancora e sempre impazzire tutte le volte che la guardo e che la fumo.