venerdì 25 ottobre 2013

Non per soldi ma per denaro




"Non ha senso comprare una Dunhill solo perché costa poco", mi è capitato di scrivere altrove.

L'idea non è certo sbagliata. Ma credo che un po' tutti abbiamo scoperto che non sempre si è capaci di vivere all'altezza dei propri saldi principi. Io in ogni caso ci sono riuscito di rado.
Tra le mie molte debolezze c'è quella di incollare molto spesso il naso ad ebay. Da quando nello scorso millennio, dopo diverse peripezie, vinsi la mia prima asta (incoscientemente, una amber root gr 5 senza foto) ho continuato a godere del brivido di incappare nell'inaspettato, nella pipa introvabile. O quantomeno in una di quelle occasioni a cui non si può proprio dire no.
A volte succede che un venditore dimentichi di indicare qualche parametro essenziale, che sbagli la grafia, che posti nella categoria sbagliata. O semplicemente che tutti i lucci famelici del mondo si siano addormentati insieme, lasciando sguazzare fin quasi alla salvezza la tenera paperella.
Non c'è cosa più bella che alzarsi da soli all'ippodromo per gioire, unici in tutta la tribuna, dell'ultimo metro di un cavallo improbabile e assurdo, che taglia il traguardo per primo. Non c'è cosa più bella che emergere all'ultimo secondo di un'asta, colpendo con esattezza premeditata, là dove un mondo incompetente, distratto o sonnacchioso, per una volta si è dimenticato di guardare.
Certo, la ricerca di questo tipo di gratificazioni può rivelarsi una dipendenza costosa. Di solito ci sono solide ragioni che spingono un cavallo verso gli inferi del 30/1. O lasciano una pipa inosservata, senza puntate, a un quarto del suo valore (teorico). Il mondo, si sa, non è sicuramente fatto di geni. Ma è molto pericoloso affidarsi alla sicurezza che tutti gli altri siano completamente imbecilli.

Però, con circospezione, cercando di bilanciare l'entusiasmo con un po' di scetticismo, ogni tanto anch'io ho comprato una Dunhill solo perché costava poco. Una è questa.

Se non fosse stato per il prezzo io questa Dunhill del 1962 ispirata alle danesine dell'epoca, non credo l'avrei mai considerata. Una Dunhill è una Dunhill. Non mi sono mai troppo interessato alle loro incursioni nel freehand (che trovo in genere poco riuscite). Meno lontana, ma non certo vicino al cuore, è sempre stata l'interpretazione Dunhill di quel tipo di design che mi piace molto quando ha il giusto pedigree (la pipa industriale danese severa e razionalista degli anni '60), ma che col puntino bianco mi è sempre parso c'entrasse poco. In questo caso comunque il vento di Danimarca deve aver soffiato in modo particolarmente lieve, appiattendo il cannello in un ovale, che si restringe dinamicamente dalla testa al dente. Modernista ma senza velleità rivoluzionarie. Non proprio la mia cosa, ma nemmeno una pipa che si potesse ignorare, a metà del prezzo a cui di solito passa una gruppo 4. E così, facendomi per una volta luccio, ho messo la rossa paperella nellla lista delle prede.

La povera Bruyere, acquistata solo per convenienza, per un bel po' di tempo ha dovuto scontare la sua origine poco nobile. Pur priva di qualunque difetto, non l'avevo bramata. Non l'avevo ammirata. Non ci avevo pensato più e più volte, chiedendomi se fosse davvero il caso di investire di nuovo in una pipa. Non era frutto del travaglio interiore. Era solo stata acquisita per freddo calcolo e così si è trovata, senza colpa alcuna, ai margini della rastrelliera. Talmente poco considerata che le affidai un compito pericoloso e poco ambito: quello di pipa da trasferta. Una di quelle che possono cadere, essere dimenticate in un albergo, perdersi per sempre in una valigia alla deriva tra i nastri trasportatori di aeroporti ignoti. Pipe che bruciano tabacchi un po' di risulta, che si portano appresso anche perché non si ha più voglia di fumarli a casa. Pipe che però, con la loro operosa efficienza in compiti sgraditi alle loro colleghe più affermate, talvolta trovano il modo di riscattarsi.

Ci pensavo proprio stamattina, venendo in ufficio, in una mattina piacevole. Fumavo Embarcadero di Gregory Pease, godendomi il clima mite e le ultime risonanze del latakia provenienti dalla pipa, sotto la spessa struttura di virginia e orientali di questo notevole tabacco. L'avevo scelta proprio per questo. Una pipa ancora fresca di latakia per un virginia un po' arricchito che comincio a conoscere bene. E' una contaminazione che delle volte può essere piacevolissima, ma riesce bene solo nelle pipe con cui si ha maggiore confidenza. E questa è una pipa leggera, che col suo bocchino razionalista risulta particolarmente adatta ad accomodarsi in bocca. Buona, come una buona Dunhill può essere.

L'ho scelta solo per denaro. Eppure, un giorno, quasi senza che me ne accorgessi, deve essere scattato l'amore.



La mia Dunhill Bruyere 104 del 1962. Mentre il design nordico impazzava e la pipa danese viveva la sua fase di boom modernistico e austero, Dunhill si faceva anche un po' scandinava con modelli così.

mercoledì 9 ottobre 2013

Da dove inizio?

Andre Kertesz - la pipa di Mondrian, 1926


Questo potrebbe essere il post più inutile mai scritto. E' dedicato a un problema  teorico-pratico sul quale ogni fumatore di pipa ritiene di avere risposte infallibili. Ma  è un problema che chi legge queste righe ha con ogni probabilità già affrontato, scoprendo a sue spese quanto l'infallibilità della teoria sia fragile, di fronte al duro impatto della pratica.
La questione annosa è: "qual è il primo tabacco che dovrei fumare? Qual è il tabacco più adatto per un principiante? Mi consigli qualcosa di non troppo difficile, ma buono?"

Sarebbe sempre bene sapere qualcosa del campo in cui ci si muove, prima di chiedere consigli. E per un primo inquadramento, veramente preliminare, della materia, rimando a questo post. Resta il fatto che l'urgenza di provare quasi sempre precede il desiderio di sapere. E per questi casi occorre una risposta breve, che si sforzi di semplificare la questione invece di complicarla. 

La risposta in versione abbreviata, per me, è: Rattray's Red Rapparee.

E' una risposta non ortodossa, che nasce da una convinzione che ho maturato in qualche anno di attività sui forum, vedendo ciò che viene proposto e i suoi risultati statistici. Fondamentalmente, i fumatori che si ritengono esperti, ritengono anche che chiunque debba ripetere il loro percorso, incluse le sofferenze che sono state inflitte a loro quando altri esperti più vecchi di loro, anziché consigliare qualcosa di buono, hanno consigliato (con una ideale pacca sulla spalla) qualcosa di "buono per iniziare".  Purtroppo, la caratteristica che unisce un po' tutti i tabacchi "buoni per iniziare" è quella di essere piuttosto cattivi. Si va dalle miscele aromatizzate che il consigliere generalmente non ama (ma ritiene buone per il malcapitato novizio) ai tabacchi "neutri" come l'amphora marrone o l'allegro che, con la scusa di non offrire emozioni troppo estreme, finiscono per non offrirne nessuna (perlomeno a colui il quale, alle prime laboriose accensioni, avrà tutto il diritto  di chiedersi se valga la pena impegnarsi in quel modo per una ricompensa organolettica così modesta).

Chi comincia con la pipa non ha abitudini. Non fuma cinque volte al giorno. Non ha bisogno di un rifugio sereno, meglio se un po' noioso. Ha bisogno di emozione. Ha bisogno di un tabacco che sappia di qualcosa e che restituisca, in cambio della fatica, un po' di divertimento. Un "buon"aromatizzato potrebbe anche essere un'idea, per chi ama il genere-caramella. Sfortunatamente l'aromatizzato è pressato, intriso di sughi e di zuccheri estranei e a dispetto del suo profumo invitante da crudo è un tabacco difficile, che offre quello che promette solo a chi è in grado di fumarlo con una certa abilità. Diversamente, non brucia, non dà aroma, ustiona la lingua, crea tappi caramellati che rischiano di respingere per sempre  l'incauto novizio nel limbo dei non fumatori (o peggio).

Anche le English Mixture al latakia sanno di qualcosa. Sono il centro del mondo dei tabacchi da pipa "seri". Sono ricche, complesse. In sostanza, quando sono buone, sono veramente buone. Chiunque sia interessato a fumare nella pipa prima o poi ne proverà, delle volte (spesso) le amerà, talvolta finira altrove, perlopiù nel mondo dei cosiddetti "naturali". Eppure nessuno le consiglia mai a chi inizia perché si teme il loro effetto repulsivo. O semplicemente perché a quasi tutti è stato insegnato che il latakia e il suo penetrante profumo di affumicato sono un punto di arrivo. Prima si soffre, poi finalmente si arriva alla meta.

Ecco, io la penso diversamente. La English mixture non solo è buona ma è un tabacco relativamente "facile". Brucia la bocca molto meno dei tabacchi dolcificati. Il latakia e gli altri orientali agiscono da calmieratore della furia incendiaria del virginia. Una buona EM perdona anche qualche eccesso di riscaldamento. Domato l'incendio, la mixture torna a sapere di buono (mentre una pipa aromatizzata è rovinata una volta scaldata, da buttare). E poi è interessante. O almeno molti trovano che lo sia. Non necessariamente ti piace. Ma ti ricompensa comunque degli sforzi che stai facendo per dominare la dannata pipa. 
Perché soffrire? Perché infliggere a chi già deve combattere con i primi limiti tecnici tabacchi impossibili? Io non l'ho mai capito. E tranne rarissime ecccezioni ho sempre visto che chi comincia da una buona mixture raramente molla la pipa annoiato. Al massimo, se il latakia non è la sua cosa, passerà ad altro. E il Red Rapparee è buono, è una eccellente mixture media, né troppo latakiosa né troppo poco, fatta con ingredienti di qualità, adattissima a rappresentare il suo genere di riferimento.

Siamo davvero condannati a ripetere all'infinito gli stessi errori e ad infliggerli a chi viene dopo di noi? Forse no. Forse nella pipa e nel suo fumo capriccioso si può trovare anche una scintilla ribelle. 

Se stai cominciando con la pipa, vale la pena di farlo. Per me.





giovedì 19 settembre 2013

White for coolness


Charlie Parker 1920-1955


 Dall'alto: Rinaldo Sahara YYY (pallina), Mauro Gilli ** (canadese), Castello Castello KKKK (pot), Dunhill Bruyere 4203 (billiard saddle)



Non sempre l'emozione e la ragione viaggiano in sincronia. In fatto di percezione termica, per esempio, ci sono immagini, colori, materiali, che rinfrescano le idee, prima ancora che il corpo. Una tenda di lino che sventola gonfiata da una finestra aperta, un cappello panama, un bocchino bianco...
Non occorre averli addosso. Basta guardarli per sentirsi raffrescati: il potere della mente è più forte di quello dei condizionatori.

Il bocchino bianco è come un'insalata di pasta fredda, un pernod lattiginoso nel bicchiere velato di condensa. Il bocchino bianco è qualcosa senza il quale, per me, sarebbe difficile immaginare l'estate.
Eppure, se penso alla prima volta che ne acquistai uno, so che il desiderio di frescura non è stata la spinta principale. Era montato su una pot Castello, quella che appare nella foto poco sopra. La pipa occhieggiava dietro un vetro da Noli. Il design era severo e geometrico, tipicamente Castello. Le proporzioni però esprimevano simpatia, aveva un colore mielato che me ne faceva pregustare la dolcezza. Soprattutto aveva questo bizzarro bocchino di colore bianco. Il primo che avessi mai visto montato su una pipa seria.

Tra tutte le pipe del terrificante display di quel negozio, nato per torturare l'appassionato dal budget moderato, o pressoché nullo, come quello che avevo allora, la pot col bocchino bianco mi attirò inesorabile, irresistibile, nel suo gorgo. Quello che sentivo nel profondo, però, non erano cicale. Era il gracidare del sassofono di Charlie Parker.

Tutti hanno avuto le loro ossessioni musicali giovanili. Io da bambino molto piccolo ho avuto Adriano Celentano. Il primo cantante di cui abbia comprato dei dischi. Non sapevo nemmeno cosa fosse il jazz finché mio padre un giorno, avrò avuto 14 anni, portò a casa degli audiolibri mondadori di cui aveva fatto la copertina. Era la storia del Jazz di Arrigo Polillo. Per ragioni che non ricordo cominciai ad ascoltarli dalla quarta delle cinque cassette. E' lì, subito,venni investito da "Bird", cioè appunto da Charlie Parker. L'uomo che cancellò tutto il resto.
Inutile spiegare cosa sia la sua musica. Chi odia il jazz (ovvero quasi tutti) se ne annoierebbe. Per chi ne sa qualcosa, sarebbe superfluo. Ma Bird diventò per me una specie di alter ego. Leggevo tutto ciò che fosse mai stato stampato su di lui in italiano, ascoltavo incessantemente tutto il possibile. La sua figura eroica, modellata dalla mia mente adolescente con le parole delle sue agiografie, si stagliava titanica mostrando la via della grandezza. 

Le sue foto non sono molte. Gira e rigira ti trovi davanti sempre le stesse. E nella maggior parte, Charlie Parker monta sul suo sassofono contralto uno sfizioso bocchino bianco. Nelle altre, è probabile che lo strumento non sia il suo: chiuso al banco dei pegni, sequestrato da qualche spacciatore o dimenticato sul sedile di un taxi. Quando cominciai, inevitabilmente, a suonare il sax anch'io non pensai nemmeno di cercare il bocchino di Bird. L'idea mi avrebbe terrorizzato. E poi nessuno dei musicisti veri ne usava uno simile, né lo vidi mai in un negozio. Rimase una figura mitica, astratta.

La rividi per la prima volta, trasfigurato, sulla Castello di Noli. E' ovvio che nessuna ragionevolezza avrebbe potuto trattenermi dal comprarlo.

I miei assoli con quella pipa sono stati molto più soddisfacenti di quanto sia mai riuscito ad ottenere dal mio sassofono, benché mi ci sia dedicato con impegno. Ognuno ha la sua strada. Io non ero fatto per essere Charlie Parker. Del resto, nemmeno lui era capace di fumare la pipa.



Ko-Ko. Forse, il capolavoro assoluto.



I due bocchini bianchi di Charlie Parker: sopra Runyon 22,  sotto Brilhart Streamline


mercoledì 14 agosto 2013

Voilà, la Ropp Merisier


La mia Ropp Merisier nella sua singolare bellezza squadrata


C'è una pipa per tutti ma non è detto che ognuno di noi debba avere soltanto una pipa. O anche solo un genere di pipa. Nulla è più terribile che trasformare una passione in un'ossessione. Cosa che può accadere quando il momento felice, libero, un po' folle, in cui si decide di acquistare viene imbrigliato nelle catene della logica.
Pochi di noi, per dir le cose come stanno, comprano una pipa perché hanno carenza di strumenti nei quali dar fuoco al proprio tabacco. Le compriamo perché ci piacciono, perché ci divertono, perché in quel momento inseguiamo una piccola mania. Eppure succede che a un certo punto della propria vita si cominci a restringere sempre più il proprio spazio di movimento: "mi piacciono le billiard, quindi devo comprare una billiard", e così mentre si trasforma una pulsione gioiosa nell'ennesimo momento di autoricoscimento, e ci si cerca di specchiare in un'immagine che ci siamo costruiti da soli, senza accorgercene abbiamo distrutto una piccola parentesi di felicità.
Non so se queste elucubrazioni abbiano qualche senso. Fatto sta che ogni tanto occorre darsi delle motivazioni logiche per fare qualcosa di completamente insensato.

Io amo le Dunhill, le vecchie pipe inglesi. Amo talvolta il classico un po' rivisitato. Vedo nella pipa un piccolo oggetto di design, però nobile, che esprime cultura attraverso la sua essenzialità.  Eppure un giorno mi sono aggiudicato questa Ropp Merisier. Pipa nobile, a suo modo. Ma estremamente lontana da tutto quanto io abbia mai apprezzato in una pipa: la leggerezza, l'equilibrio. E persino la buona radica.
La Merisier è una pipa di marasca, nipotina industrializzata di grezze progenitrici fatte a mano dai loro stessi proprietari, per bruciarci qualcosa purchefosse. Ne è appassionato Sinan, uno dei moderatori di flp e parlandone un po' insieme, la curiosità si è attaccata anche a me. Questa che ho preso non era in grandi condizioni estetiche soprattutto a causa del bocchino opaco e ingiallito. Ma ho verificato (grazie all'esperta consulenza del mio mentore) che fosse intatta la parte funzionalmente più delicata: la vite con la quale il cannello si inserisce nella testa, concettualmente simile a quella dei manici di scopa.
La testa in marasca trasmette al tabacco un vago sentore dolciastro che si combina a meraviglia col Kentucky del Garibaldi oppure con il Toscovirginia (che preferisco, essendo un po' viziato).
Non è una pipa confortevole, a meno che abbiate facilità a tenere un tronco sospeso per i denti. Non riesco a immaginare i suoi originari proprietari intenti a lavorare la terra fumando la loro pipa. E' decisamente una pipa da fine giornata. E allora, carica di tabacco nero, con un bicchiere o due davanti, penso che possa trovare il suo senso.
Ce n'è di varie tipologie. Spellate e con la corteccia. Inevitabilmente io, quasi senza accorgermene, sono caduto vittima della versione De Luxe, la square panel delle Ropp Merisier.
Per quanto si cerchi di spezzare le proprie catene, anche nel modo più vigoroso, non riusciremo mai a liberarcene del tutto.





mercoledì 7 agosto 2013

Don't leave home without it

La busta monopipa di Al Pascia che ho dvuto comprare due volte


Fumare la pipa è una questione tutto sommato semplice. Ma a chi non è stato dotato di una mente particolarmente attenta e ordinata capita di dimenticare a casa uno dei componenti essenziali al successo dell'operazione. Talvolta può risultare frustrante.
Per questo sono nati gli astucci portapipe e accessori. Sempre che ci si ricordi di metterci tutto dentro, dimenticare parte del proprio armamentario comincia a diventare meno facile. Io ne posseggo uno da due pipe, Castello, di rara bellezza e che nonostante lunghi anni di servizio è solo diventato più morbido e più bello.
E' talmente bello che un mio amico si è dimostrato interessato all'idea di cominciare a fumare la pipa al solo scopo di avere una cosa così. Purtroppo però è ingombrante nell'uso quotidiano. E' decisamente troppo voluminoso per la tasca di una giacca.
Dopo aver litigato per qualche settimana con vecchi sacchetti da pipa ed elastici per assemblare un mini-necessaire integrato monopipa e tabacco, con scovolini, ferretto ceko e accendino, ho deciso che era di gran lunga meglio attraversare la strada dal mio ufficio, e comprarne uno da Al Pascià. Ne sono assolutamente felice e quando ce l'ho con me, cioè praticamente sempre, sento la rassicurante consapevolezza di avere almeno il minimo indispensabile per fumare la pipa, dovesse venirmene voglia
. Lo porto con me dovunque io vada. Col cappotto, l'impermeabile o la giacca, c'è sempre posto per il mio portapipe. E il suo colore sfizioso mi mette allegria e mi richiama all'estate. Nella sua tasca pieghevole, preserva l'umidità del tabacco per un tempo imprevedibilmente lungo. Insomma è un grande piccolo portapipe.
E' talmente indispensabile che uno di questi capolavori l'ho già perso in taxi. Fortunatamente era vuoto della sua pipa (cosa che non dovrebbe succedere, ma che in questo caso è caduta a fagiolo).
Dopo un paio di giorni di telefonate inutili mi sono rassegnato all'inevitabile e ne ho comprato un altro.

Spero che la saggezza popolare per questa volta si dimostri inattendibile.
Dopo il due, spero che non venga il tre.

mercoledì 31 luglio 2013

I misteri dell'oil curing


Teste Radice sottoposte a oil curing. Un procedimento che Radice aveva introdotto per una serie speciale, in seguito dismessa. L'immagine viene dal sito di R.D. Field, importatore americano di allora e, immagino, ispiratore del progetto.


C'è chi ama l'aroma di fritto misto di una Ashton nuova, appena accesa. Un sapore abbastanza inconfondibile e imperdibile per i viziosi dell'oil curing.
Il procedimento fu inventato, o adattato alle fabbricazione di pipe, dal genio commerciale di Alfred Dunhill. Si è sempre pensato che l'idea nascesse dall'esigenza di far maturare la radica privandola dei tannini e rendendola buona alla prima fumata (o quasi), in un'epoca in cui la maggior parte delle pipe di produzione corrente erano amare e allappanti. Leggendo i brevetti, potrebbe anche sembrare che la cura avesse una funzione estetica e che rendesse in qualche modo migliore la sabbiatura e l'aspetto della pipa.
Comunque sia, in questo interessante post dal blog "il collezionista",  c'è la descrizione dei diversi brevetti Dunhill e Sasieni per l'estrazione dell'olio dalle teste oil cured. Il mistero sul trattamento in sé resta abbastanza fitto, ma qualche lampo di luce sul post-trattamento aiuta.


venerdì 19 luglio 2013

La trilogia


La trilogia di Mauro Gilli.
"La lunga, la corta e l'albina"


Una delle ragioni per cui amo molto le pipe di Gilli è il divertimento che mi procura avere pipe fatte solo per me, sposando il piacere dell'immaginare (cosa di cui sono, limitatamente, capace) con quello di maneggiare una pipa perfetta fatta con arte che lascia a bocca aperta (cosa che non potrei mai sognare di realizzare). Approfittando della pipa dell'anno di flp, che stavolta era una canadese di Gilli, ho messo insieme diversi desideri che avevo in mente: una brucianaso, una schiuma da  plug. E mi è nata l'dea di comporre un trittico in cui l'insieme valesse più della somma, pur notevole, delle singole parti.
La schiuma l'ho trovata da Al Pascià. Il suo bocchino non era poi male (almeno in confronto alla media delle realizzazioni su pipe turche moderne), ma soprattutto mi piaceva la testa, molto aggraziata e leggera, di forma misura ideale per i miei cubetti di Grousemoor e RB. Speravo che il tocco di Gilli e del suo cumberland ripetesse

 risultati simili a questi, e non sono rimasto deluso. Sulla brucianaso ho dato a Mauro e Simone libertà assoluta, e ne è uscita una mini-LB le cui dimensioni, in assenza di riferimenti, sono assolutamente impossibili da immaginare in foto. Per chi non ha la fortuna di averla tra le mani, è difficile concepire il piacere di fumare questa Maigret a scartamento ridotto, ma pur sempre con un rispettabile fornello da 19. E' una pipa che mette allegria solo a maneggiarla ma che in più è godibilissima tra i denti, grazie al famoso dente di Gilli e alla sua corta leva. Non è nemmeno una pipa estrema, da effetto speciale. E' una brucianaso da fumare, e rifumare... 
La canadese, l'ho detto, è quella di flp. Per dare al trittico una coesione, attraverso forme e materiali diversissimi, ho scelto per tutte il cumberland verde e la vera argento (eccezionalmente, questo ha comportato una lieve modifica al progetto originale della pipa flp).
Raramente, quanto in questo caso, mi sono reso conto di quanto fumare, sognare, collezionare pipe ci riporti felicemente bambini. Ho aperto il pacco ieri, pieno di questa e di altre meraviglie di cui magari parlerò in qualche prossimo post. E sono felice, almeno quanto lo sarei stato quarant'anni fa, con una scatola di trenini nuovi, così belli da non lasciarmi dormire.

mercoledì 17 luglio 2013

G.L. Pease Westminster vs. Dunhill London Mixture


Il Westminster di Gregory Pease dichiara di  essere un tabacco ispirato alla London Mixture originale, quella leggendaria miscelata da Dunhill (prima che la produzione passasse a Murray's, ai tempi in cui cominciai a fumarli io, parecchi anni fa)



La London Mixture Dunhill come si presenta oggi. E' fatta da Orlik e non gode di ottima stampa. Anche Gregory Pease giudica questa edizione molto inferiore a quella di Murray's, che era già seccamente inferiore all'originale Dunhill by Dunhill, che lui si è sforzato di replicare.

 La differenza tra le due miscele balza agli occhi. Tendenzialmente bruno-chiara la Dunhill, molto scuro il Westminster. Anche il taglio è diverso. Quello Dunhill è un classico taglio medio e regolare, quello di Pease è più grosso e selvatico.

C'è stato un tempo in cui la pipa era un passatempo abbastanza diffuso. A giudicare dalla quantità di tabaccai e negozi che mettevano in vendita pipe e relativi combustibili, di tabacco se ne consumava molto più di oggi. Eppure, un po' a causa del monopolio italiano, un po' forse proprio a causa della vastità del mercato, che faceva del tabacco da pipa, anche di qualità, un prodotto piuttosto comune, la varietà non era paragonabile a quella di oggi. C'erano punti fermi e certezze incrollabili, questo sì. E nel campo della miscela al latakia, erano Balkan Sobranie e Dunhill, principalmente.
Il Balkan bianco e nero aveva forse un leggerissimo margine di vantaggio in termine di qualità percepita. Dunhill in compenso offriva la varietà, restando al massimo livello qualitativo. Le scatole verniciate offrivano già iconicamente dei suggerimenti sui momenti d'uso. Ce n'era per il mattino, la notte. C'erano la Standard mixture nelle tre gradazioni di flavour. C'era il 965, descritto da molti come la miglior miscela mai prodotta in assoluto. E poi, secondo me un po' nel ruolo di cenerentola, c'era la London Mixture.
A me piaceva, ma l'ho fumata meno di altri Dunhill credo soprattutto perché gli mancava un aggancio semplice che la collocasse in un momento o in una posizione chiara (quella forte, quella leggera, quella col perique...). Era semplicemente buona, ma non mi sono mai molto chiesto buona in che modo.
Per altri probabilmente le cose stavano diversamente. Mentre io muovevo i primi incerti passi nel mondo delle pipe e dei tabacchi, Gregory Pease, ancora lontano dal diventare il blender più amato del mondo, lavorava da Drucquer dove avrebbe imparato tutto, incluso l'amore per la London Mixture di Dunhill, il paradigma contro cui ogni mixture inglese andava misurato.
La London Mixture amata da Gregory Pease era quella ancora mescolata da Dunhill, prima che la produzione passasse  in Irlanda del Nord, da Murray's (allora famoso per l'Erinmore). Io a quei tempi non ero ancora molto attento a queste cose, ma penso di aver fumato solo quella nordirlandese. Poi la produzione è passata da Orlik, in Danimarca, con un nuovo grado di separazione dal modello.

Anni dopo, inseguendo la memoria della grande originaria miscela di Dunhill, Gregory Pease ne ha creata una sua: il Westminster.
Io da diversi anni non fumo più le miscele di Dunhill. Pprincipalmente perché quello che ho sentito della versione danese è, al minimo, poco incoraggiante. Non volendo rovinare bei ricordi mi sono dedicato ad altro.

La curiosità di vedere se quel che si dice dei nuovi Dunhill sia o meno veritiero, unito alla curiosità di fumare una versione di London che non ho mai assaggiato, mi hanno spinto ad acquistare sia una scatola di London mixture che una di Westminster GLP. Li ho fumati in tre pipe di shape diverso, una billiard (quadrata), una pot, una half-chimney. Il risultato della prova, in estrema sintesi è questo. I due tabacchi sono diversi quanto possono esserlo due English mixtures. Il taglio, il colore, la "grassezza".  Io non ci vedo punti di contatto. Nessuno potrebbe mai dire che si ispirano allo stesso modello originario, il che credo dica molto su quanto le case produttrici tengano alla coerenza qualitativa dei loro prodotti, man mano che le licenze passano di mano. Sono anche, entrambi, piuttosto diversi dalla London mixture che ricordo io, quella di Murray's. Che secondo me stava un po' in un punto medio tra i due. Ma qui entra in gioco la memoria, che altre volte mi ha dimostrato di saper giocare singolari scherzi.

Il Westminster secondo me è una miscela gloriosa. Favolosa. Grassa, grossa, affumicata, con una punta di dolcezza. Più che ricordarmi la mia vecchia London dell'età di mezzo, mi ha fatto intravedere qualche bagliore di parentela con altre miscele di GLP. Non so se la London delle origini fosse così. Ma se lo era, era davvero un tabacco degno di nota.

La London mixture di Orlik, è fumabile, sulla scala mediomild. Ha perso secondo me la grassezza affumicata della London che ricordo io (la London di Murray's mi sovviene come una miscela a base marcatamente turca e non molto latakia, ma quel poco era bello robusto) ma presa per conto suo, e non per quello che potrebbe o dovrebbe essere, non è sgradevole come purtroppo sono tante miscele inglesi rimpannucciate del giorno d'oggi. Forse mi è piaciuta un po' di più nella semichimney, dove riesce a condensarsi un po'. E' la terza Dunhill-Orlik che fumo, dopo Royal Yacht e Standard Mellow (già Mild). Hanno tutte una strana nota sullo sfondo, molto lontana (un po' meno lontana nel Royal Yacht) ma comune, che deve venire da qualche Virginia presente in tutte. Sono forse un po' sbiadite, e nel caso del Royal Yacht incredibilmente dissimili dagli originali, ma almeno non sono cattive. I risultati sono stati meno deludenti di quello che temevo. E forse prima o poi sarò pronto per affrontare il confronto con il nuovo 965, che temo devastante.




Le tre pipe che ho usato per il confronto. Una square panel (in funzione di billiard), una pot, una piccola chimney. Dall'alto:
Pipa 1: Dunhill EK F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1967
Pipa 2: Dunhill R F/T, Bruyere, Gruppo 4, 1973
Pipa 3: B. Barling & Sons, Londoner, 415 T 

Note di assaggio:
17/6
Pipa 1, London Mixture: parte molto turco, molto morbido, si amarognola leggermente strada facendo prendendo note un po' erbacee che mi ricordano il turco Torben Dansk. Latakia sullo sfondo. Ogni tanto si intrasente una leggera "nota Dunhill" che ho sentito in tutti i tabacchi prodotti da Orlik. Non ho idea di cosa sia (sempre che ci sia effettivamente). Impressione comunque molto superiore alle aspettative.
Pipa 2, Westminster: nella pot la grossa cilindrata del Westminster si esalta. Non sembra uno stretto parente della London. C'è più Latakia, più dolcezza profonda di grandi Virginia. Orientali meno in evidenza. E' diverso ma anche notevolmente superiore da ogni punto di vista. Distraendomi e scrivendo scalda un po' e perde sapore... 
19/6
Pipa1, London Mixture: stavolta la partenza non mi è piaciuta. Migliora un po' dopo qualche minuto ma sento sempre quella strana "componente Dunhill", che non è piacevolissima. Non so se sia un qualche tipo di Virginia o qualche trattamento...  Nulla che abbia a che vedere col soapy, comunque.
20/6
Pipa 2, Westiminster: sempre grande e grosso nella pot. Buonissimo ma mi ricorda più altre miscele di GLP che non la vecchia London 
 23/6
Pipa 1, London Mixture: piacevole. Non grosso e muscoloso ma godibilissimo
Pipa 3, London Mixture:  funziona bene anche in chimney




mercoledì 3 luglio 2013

Corn Cob Forever

La Great Dane Spool, con banda nickel e "forever stem" semichurchwarden in metacrilato grigioperlato di Walker Briar Works.

Arriva l'estate. E insieme alla brezza di una finestra aperta, alla birra ghiacciata, all'insalata di pasta fredda, arriva a portare un po' di sollievo anche la pipa di pannocchia. Perché la pannocchia sia fresca, poi, non si sa. Ma resta il fatto che fumare in una pipa così è un po' come portare il panama. Ci si sente già ombreggiati ed arieggiati.
La pannocchia, per certi versi, ricorda nelle sue reazioni la pipa di schiuma.  Filtra, smorza, rende piacevoli anche tabacchi profumati che diversamente sarebbero troppo ostici. Il suo vero, grave difetto è il bocchino (e anche questo è un tratto comune con la schiuma). E' vero che i terminali in plastica di oggi, per quanto miserelli, sono molto più accettabili di quelli di qualche anno fa. Certo però sono la parte della pipa che ci si ritrova più spesso a disprezzare.
Non devo essere l'unico a pensarla così se uno dei più famosi riparatori americani si è messo a produrre per il mercato dei pannocchisti bocchini "custom" in ebanite e in metacrilato, tagliati a mano con tutti i crismi della qualità. A differenza delle pipe a cui siamo abituati, le corn cob prodotte da Missouri Meerschaum hanno due cannelli standard, assolutamente industrializzati: con e senza filtro. Adattandosi alle loro dimensioni, è possibile produrre separatamente dalla pipa un bocchino di qualsiasi foggia, lunghezza, colore. Quello di Walker Briar Works, il primo, si chiama "forever stem" perché una volta che ce l'hai, le pannocchiette potranno cambiare, rompersi, consumarsi. Ma lui sarà sempre lì, pronto a passare da pipa in pipa. Io, per cominciare, ne ho ordinato uno lungo, da 4 pollici abbondanti', semichurchwarden, in uno dei pochi colori disponibili al momento (un colpo di fortuna, perché mi sono subito innamorato del "Black Marble"). Già che c'ero ho preso anche una pipa, e l'ho preso nella versione modificata con ghiera nichelata. Considerato che potrei montare e smontare la pipa più spesso di quanto facessi prima, la cerchiatura metallica rinforzata potrebbe avere un' utilità.

Valeva la pena di spendere 24 dollari per la nuova imboccatura? Assolutamente sì. Il metacrilato non è il mio materiale preferito ma, considerato che deve essere forever, e che la pipa per il suo uso estivo potrebbe essere soggetta a luce violenta, spruzzi di acqua marina e di pistola a schizzo, aggressione della sabbia, della salsedine, dei gelati di passeggio... ho preferito il lucente (e per me un troppo vetroso) acrilico. La misura ne fa una pipa di uso meno sportivo ma in compenso più riposante. Questa semichurchwarden sembra trovarsi sempre nella posizione ideale sia a passeggio, col gomito riposato contro il fianco, che in poltrona. Veramente una misura azzecata.
E' un oggetto di pregevole fattura, di un bellissimo colore, con un buon dente e una buona lavorazione del passaggio fumo. Certo la sua piega non canta e il suo dente non lascia ammirati come quelli che avrebbe fatto Mauro Gilli.  Ma siamo comunque a un livello notevole, capace di trasformare la pannocchietta in una pipa di categoria completamente diversa. Da pipa usa e getta a pipa deperibile, sì, ma di bel portamento. Che non abbassa la testa di fronte alle cugine nate da un nobile pezzo di radica o da una nuvola di schiuma di mare.


La Great Dane Spool, modificata con la banda ma ancora col suo bocchino originale.



Il Forever Stem, del costo di $24 è un rispettabilissimo bocchino tagliato a mano, con un dente piuttosto ben fatto

Risolto anche il problema del filtro


il logo è un pallino d'ottone circondato da metacrilato

martedì 25 giugno 2013

Ma quanti anni di Perfection mi sono perso?




Il Samuel Gawith Perfection, com'è fuori, com'è dentro. Com'è da fumare purtroppo non riesco a mostrarlo con la stessa efficacia.

Dopo aver acquistato gli ultimi plug di Samuel Gawith mi sto convincendo che alla antica, tradizionale, artigianale, immutabile manifattura di Kendal, abbiano un rapporto abbastanza poco scientifico con gli aromi che immettono nelle loro miscele. Forse mediato da qualche bicchierino di scotch.
Ho assaggiato la stessa miscela in versioni aromatizzate leggerissime e violente. Una volta è persino capitato che un amico mi riferisse, certo di quel che sosteneva, di aver comprato dello Skiff che inequivocabilmente sapeva di vaniglia (l'aroma che si suppone dovrebbe invece andare a dosi omeopatiche nel Perfection).
Può essere che sia una convinzione sbagliata. Ma in questo caso è la mia memoria gustativa che gioca scherzi stranissimi. Il Perfection l'avevo assaggiato molti anni fa e non l'ho più ripreso perché l'idea di una English mixture anche piuttosto robusta, irrorata di vaniglia con l'annaffiatoio mi lascia molto perplesso. Da quella scatola si è formato uno dei miei dogmi in fatto di tabacco: la vaniglia e il latakia, insieme, sono abominio. Io me la ricordavo così.
Recentemente, chiacchierando con qualche nuovo amico conosciuto grazie al mio hobby, mi è stato assicurato che invece no. Il Perfection di vaniglia ne ha soltanto un'ombra e che anzi, se non ci stai proprio attento, non indovineresti mai che c'è. E quell'ombra oltretutto ci sta benissimo.
Passando dalla dogmatica alla dialettica, ho deciso di acquistare un'altra scatoletta di Perfection che ho fumato principalmente quest'inverno. Un po' in casa, un po' passeggiando, un po' in una canadese di Gilli, un po' in una square panel di Gilli, un po' in una square pot di Gilli...
E' un tabacco sorprendente. Prima di tutto è la English Mixture Medium che manca nel catalogo di Samuel Gawith (almeno per chi, come me, è stato alla larga dal Perfection). Secondariamente, è davvero una gran buona English Mixture Medium. Rotonda, sostenuta da bei virginia scuri, con un fondo dolce-naturale e col latakia che non ti taglia la lingua ma viaggia accompagnato, sostenuto, riempito di sostanza dai virginia robusti di cui sopra.
E la vaniglia? E' bello sapere che c'è, ma è difficilissima da identificare. Svolge un suo lavoro omeopatico, dietro le quinte, quasi inafferabbile. Proprio come dovrebbe essere.
Non come la ricordavo. Che colpevole sia la mia memoria, le mie papile forse acerbe di molti anni fa, oppure un bicchierino di scotch gustato da qualche addetto kendallaro, resta il fatto che un errore di valutazione di qualcuno, ossificatosi in dogma. mi ha fatto perdere almeno una dozzina d'anni di una english mixture più gustose che si possano provare.



giovedì 20 giugno 2013

Due square panel

Sopra: Savinelli Giubileo d'Oro Straight Grain Fiammata * 502 con bocchino originale "Hand Cut" di Mauro Gilli (18 x  45) e piccola vera oro; sotto: Ashton Old Church XXX 1998 (19 x 54)



Qualcuno le ama, qualcuno le odia. Per me le square panel sono amore puro. Gira e rigira, anche negli shape più strani (ad esempio una Ropp Merisier) finisco sempre a trovarmi per le mani una panel.
Sono due grandi pipe, appena laterali rispetto al centro del mondo della panel, che per me è rappresentato da Dunhill e dal suo profeta italiano Mauro Gilli.
Per chi sa leggere una stampigliatura, c'è un po' di Gilli anche nella panel Giubileo. Era una fiammata. Una di quelle Savinelli speciali che in anni un po' più lungimiranti di questi, la casa milanese mandava da Gill, per corredarle di un bocchino all'altezza. Quello che dai loro prestampati non sarebbe uscito mai. Inutile dire che il risultato è il solito capolavoro, accoppiato a una pipa di singolare bellezza, che porta inciso sul bocchino quell' "hand cut" che significa Gilli, ancora prima di gettare l'occhio sul dente inconfondibile dell'imboccatura.

La Ashton invece è una panel un po' oltre i miei confini tradizionali. La panel mi piace media, se non mediopiccola. Crescendo con le dimensioni cresce anche col peso in modo esagerato, e trovo perda di grazia. Ma ho voluto averla perché questa era la Panel ideale di Bill Ashton Taylor ed essendo una Old Church si può essere quasi certi che sia uscita proprio dalle sue mani. Al vecchio Bill, educato alla temperanza da una vita sui banchi di Dunhill, la fuoriscita e la fondazione di un proprio marchio aveva dato una carica di vitalità e una vena di follia. Aggiungiamo che le sue prime pipe erano molto indirizzate al mercato americano ed è facile capire come molti dei suoi pezzi e il centro della sua produzione fossero intorno alle forme robuste, talvolta follemente enormi (anche se non in questo caso).
Questa è una panel che per me è già troppo grossa, ma era la panel giusta per Bill Taylor. E la panel era una delle sue forme-simbolo. Questa Old Church XXX porta sulla pelle la sabbiatura su cui aveva lavorato incessamentemente fino a trovare la formula di una superficie "craggy " e tagliente, persino sull'occhio di pernice. 
A tenerla in mano ci si pungono le dita. E così deve essere. Una panel così, se ami le panel, non puoi non averla.

martedì 18 giugno 2013

Trinciato Italia. Il Cairo italiano?

Qualche mese fa sono andato da Noli e ho trovato Max che fumava con gusto una carica di Italia. Io lo avevo provato, qualche tempo prima ma non mi era rimasto molto da ricordare. "Guarda, è buonissimo" mi ha detto "non sarà proprio il Cairo, però... non è nemmeno così lontano". Prenderne una seconda busta e provare a sfidare i miei pregiudizi diventava inevitabile.

Ne parlano sempre tutti abbastanza male. Ma qualche temnpo fa, tentato da Max, ho deciso lo stesso di rischiarmela e di prendere una seconda busta, dopo quella che avevo provato più di un anno fa (e che non mi ha lasciato nessun ricordo né in bene, né in male). L'ho messo nella busta portatabacco da passeggio e ho lasciato svaporare un po' il rum fantasia, come suggerito un po' da tutti.

La composizione dell'Italia non è malvagia e, pur con qualche macroscopica differenza, potrebbe persino essere imparentata con l'immortale capolavoro di GLP citato un po' per scherzo (ma un po' anche no) dall'appassionato tentatore. E', sostanziamelmente, una english mixture abbastanza chiara e mild ma senza latakia e con una robusta ma passeggera aromatizzazione alcoolica.

A parte la curiosità di mettere alla prova la sparata, l'Italia mi serviva per una pipa che stentava un po' ad avviarsi e che con altri tabacchi mi dava fumate a volte buone, a volte acide. Beh con l'Italia
mi sono trovato bene. Non trovo affatto che sia male e anche la mia pipa bizzosa l'ha incassato piuttosto bene. E' una specie di Cairo economico? Forse messa così è un po' azzardata... ma gli orientali si sentono, non sono disturbato da note acide-amare di kentucky, il Virginia che c'è dentro senza fare faville lega tutto piuttosto bene. Il tutto è piuttosto gradevole per una fumata disimpeganta a mani in tasca. Anche più gradevole di tabacchi migliori ma che richiedono il loro momento. A volerlo pasticciare un po' (tentando di avvicinarlo all'inavvicinabile pietra di paragone), all'Italia si può aggiungere un po' di orientale. Se è di quello buono, il salto di qualità diventa notevole, quasi al punto di rendere il disimpegnato tabacco di casa nostra adatto alla grande fumata serale, quella meditativa, che non può e non deve fallire.

Io una provata gliela darei. Se proprio bisogna fumar qualcosa di già pronto, facile da procurarsi e con un occhio al budget, non mi sembra un'opzione malvagia. Anzi...

sabato 15 giugno 2013

Virginia Mix no.1




Virginia Poul Olsen no. 5 (lemon). 45%
Virginia Poul Olsen no. 3 (brown) 45%
Virgina Poul Olsen no. 30 (dark) 5%

Ho mescolato alcuni dei Virginia sciolti comprati da Dubini con l'idea di fare un pre-mix di virginia, che abbia abbastanza ricchezza e interesse di suo, per poi mescolargli orientali, latakia o altro.
Sfortunatamente ho avuto la cattiva idea di metterlo in un mini-sacchetto da alimenti per freezer, per separarlo dagli altri virginia del bormiolone. Immagino (o spero) che la violenta nota amara che questa miscela mi offre a un paio di mesi dalla sua miscelazione sia dovuta alla traspirazione della plastica. Non so spiegarmelo altrimenti avendo fumato i componenti uno a uno, e non avendo trovato nulla di nemmeno vagamente amaro. Da riprovare dopo rifacimento e soggiorno in bormiolino. Per ora, failure assoluta.


Test:

Rinaldo mini boccetta: pipa troppo piccola, la miscela fatica a sviluppare i suoi aromi. Fondo amaro molto in evidenza.

15/6/13 -Safferling flp: amaro stemperato, buona combustione, emerge un tono di caramello, che lascia il posto all'amaro violento da metà fornello in poi.

16/6/13 - Corn Cob pony express: amaro

16/6/13 - Dunhill Shell prince Gruppo 2: lo fumo con lentezza estrema, esasperante, come fosse nitroglicerina. Per la prima volta non esce nessun amaro ma una dolcezza quasi incredibile. È un tabacco che tende a infiammarsi con facilità e violenza e forse ieri avevo la bocca un po' infiammata?

20/6/13 - Corn Cob Great Dane: caricato bello pressato, forse un po' asciugato, mi sembra avvicinarsi un po' di più a quello che dovrebbe essere, comunque senza entusiasmare. 

21/6 - Safferling Flp: lo presso molto. Esce insulso, insapore. 
21/6 - In fondo alla busta mi è rimasta qualche carica. Aggiungo circa un terzo di Orient Spezialitat Torben Dansk e lo fumo in una piccola Dunhill  Shell gruppo 2. Così mi piace veramente molto. Di questo ne rifaccio.




mercoledì 12 giugno 2013

Due pipette da plug



Due piacevoli pipette da plug, simili nella capacità, per ogni altro verso totalmente agli antipodi: Dunhill Bruyere Gruppo 1 quaint, una billiard slender (145 x 38mm); Missouri Meerschaum Pony Express (125 x 45mm), più o meno una lovat. Entrambe caricano grosso modo un grammo e mezzo di tabacco.


"Un bicchiere di limpida birra chiara intorno a mezzogiorno restituisce, per così dire, l'equilibrio spirituale all'ungherese di tendenza meditativa" [Márai Sándor]


Durante la recente primavera perduta, trascorsa quasi ininterrottamente sotto l'acqua, a temperature novembrine, si è espansa in me una voglia d'estate e di sole  che non ricordavo di avere mai provato prima. Non potendo fare molto per influenzare i capricci dell'atmosfera, ho finito per riversare questa tensione sulle pipe. Ho cominciato a procurarmi, con largo anticipo rispetto al solito, i tabacchi più adatti alla bella stagione. E, già che c'ero, anche qualche pipa nuova per fumarceli.
Due di queste pipe sono l'oggetto di questo post. Opposte in tutto, una dandy, l'altra rurale, una ossessivamente curata nel dettaglio e nei materiali, l'altra montata in catena di montaggio da un torsolo di pannocchia sforacchiata. Una costosissima, l'altra ai limiti dell'usa e getta. Una Dunhill, l'altra Missouri Meerschaum. In comune hanno il fatto di caricare entrambe, grosso modo, un grammo e mezzo di tabacco. Quel che occorre per una fumata breve, disimpegnata, a mani in tasca. Le ho prese pensando di fumarci RB plug, un tabacco a base di virginia molto scuriti dalla pressione e dal calore, profumato di rosa e di geranio e venduto sottoforma di una grossa tavoletta da tagliare, sminuzzare o affettare nella pipa come meglio si crede. Tabacco da evasione di qualità, che brucia lentamente e che richiede la pipa piccola come tutti i pressati di cui parlo in questa serie di post.
Oggi, approfittando finalmente di un bel sole, mi sono accomodato sotto il tendone di un bar, in un allargamento di Via Torino e ho passato l'intervallo di pranzo a fare una prova comparata delle mie diversissime pipe già ben avviate, nuove ma ormai fuori dalla loro fase iniziale. Non le ho caricate con l'RB plug ma con un altro Virginia in ribbon dalle caratteristiche in qualche modo simili, il Mc Connell Red Virginia.
Prima ho fumato la Dunhill. Buona, come una Dunhill deve essere, meravigliosa da tenere in bocca. Già stringere quel dente perfetto è un godimento. La Dunhill ha fumato in scioltezza, con le pareti fredde e cominciato leggermente a scaldare sotto solo quando la carica era ormai finita. Fumando in tutto relax sono arrivato al fondo in 40 minuti. Ho svuotato. Non c'era praticamente nulla, se non qualche puntino nero. Forse la brezza si era portata via la cenere leggera o forse il tabacco si era smaterializzato anziché fumarsi... chissà.
Ho attaccato la Missuri Meerschaum nello stesso, pieno, relax olimpico. La pipetta americana offre ovviamente sensazioni del tutto diverse. Tra i denti non è sgradevole e molle come quelle del passato. La plastica è migliore, la forma anche. Certo non è ebanite tedesca tagliata a mano ma tutto sommato si può fumare con piacere. La pipa esternamente mi ha dato la sensazione di scaldare un po' di più. Il tiraggio è molto aperto e occorre frenare un po' la propria voracità, più che con la Dunhill, che pare regolata sul tiraggio perfetto di un fumatore ideale. Ma è una sfida godibile e niente affatto impegnativa, un po' come succede quando dalla canna da pesca in carbonio si torna per un giorno a quella in bambù. La Missouri Meerschaum comunque, con la stessa calma e lo stesso relax di prima, ha fumato per 15-20 minuti. Tempo sorprendentemente breve, considerata l'identica quantita di tabacco. Ma non per questo affrettato.
Com'è il sapore in due pipe così differenti in tutto, anche nei tempi cronometrici?
Ovviamente, diverso. Messa a confronto la Dunhill sembra esaltare i colori più ombrosi del Virginia, i toni bassi. E' una piccolissima pipa che non pesa venti grammi ma come certe cuffiette megabass tira fuori vibrazioni insospettabili. La Missouri Meerschaum canta da soprano. Il pezzo è sempre lo stesso ma le note acute sono più evidenti, c'è una punta acidula appena accennata, che forse viene dal tutolo e che richiama l'idea di una limonata fredda in una brocca di vetro, opaca di condensa. E' una pipa rinfrescante, persino se fuma un po' più calda.

Non le ho messe a confronto per capire quale preferisco. In queste cose sono onnivoro. Le ho confrontate più che altro per comprendere meglio perché mi piacciono entrambe. Sono agli estremi opposti delle spettro economico e strutturale, ma entrambe vicine al mio cuore.
Avendo ritrovato grazie alle mie  pipe e forse anche alla birra chiara il mio equilibrio spirituale, chiudo le considerazioni degustative con un freddo calcolo economico e offro a chi non si è ancora convinto della sensatezza dell'acquisto di una Dunhill un pretesto spero efficace per rompere gli indugi: la pipa da 330 euro fa durare il tabacco il triplo della pipa da 9 euro. Considerato che una scatola di Samuel Gawith costa circa 20 euro, il costo di esercizio con la Dunhill è 90 centesimi l'ora mentre con la Missouri Meerschaum che ha consumi più americani, sale a 2,7 euro l'ora. Ogni ora di fumo la Dunhill consente di risparmiare 1,8 euro. Il suo oculato proprietario in circa 180 ore di fumo avrà ammortizzato il maggior investimento. Se la vostra prima preoccupazione è il risparmio, quindi, comprate la Dunhill.

Io, a costo di passare per dissipatore, preferisco averle entrambe...

Simile la foratura molto stretta: 15mm per la Missouri Meerschaum, 16mm per la Dunhill Gruppo 1

Buona estate


Mc Connell Red Virginia e Charatan Belvedere "The Ton". Una pipa dalle notevoli capacità di caricamento (25 mm di foratura per 35mm di profonditò del fornello portano, per come carico io, tra 4,5 e 5 gr di tabacco).

Benché la pipa abbia le sue logiche (alcune delle quali ci divertiamo a inventare), come tutte le passioni lascia anche notevole spazio alla follia.
Spesso ci ripetiamo che l'estate è la stagione delle pipe piccole, leggere. Quando viene l'estate rispolveriamo le nostre piccole schiume, tiriamo fuori dal cassetto le pannocchiette. Cerchiamo pipe che respirano, che danno un'idea di freschezza. Le Castello Natural Vergin, le Savinelli Corallo. Pipe d'argilla bianca, pipe col bocchino bianco... O almeno le cerco io.
Nonostante questo innegabile movimento migratorio verso la pipetta che col suo solo aspetto rinfresca come una finestra aperta nella brezza marina, poche pipe mi riportano all'idea di estate quanto quella specie di ceppo scuro e lucido ritratto nella foto sopra.
E' una specie di secchiello di radica dalle sorprendenti capacità di caricamento, prodotto da Charatan durante il periodo Lane. Una Belvedere, pipa rossa dai toni che richiamano più il caminetto che l'ombrellone. Eppure per me l'imprinting di questa pipa è stato una terrazza di Monterosso, con un venticello leggero, le tende a strisce pigre e 5 grammi di Celtic Talisman che spargevano intorno il loro incredibile, irragionevole, profumo di ciliegia. Un tabacco comprato con circospezione, per curiosità scientifica. L'avrei lanciato dalla finestra in qualsiasi altra stagione. Ma nel venticello marino e nel fornellone della Charatan che avevo appena comprato (e che roso dalla curiosità avevo irresponsabilmente abbinato) questa piccola follia d'estate è diventata un'abitudine e un piacere che ho continuato a ricercare, finché il Celtic Talisman è finito.
Se c'è una stagione in cui un aromatizzato, per matto che sia, si può fumare, quella è l'estate. E nessuna pipa lo renderà piacevole come quella con un grande vaso, in cui i profumi si espandono e si arieggiano. C'è un po' di metodo anche nella follia?
Forse si. O almeno così sostiene la pipa che forse più  di ogni altra, quando esce dal suo letargo tristagionale, mi dice che è arrivata l'estate.

martedì 11 giugno 2013

Effetto Meerschaum

La mia pannocchietta. Sta supplendo in modo più che degno all'assenza della piccola schiuma che mi arriverà a giorni, customizzata da Mauro Gilli.


A parte la prima terribile pipa che comprai ad Amsterdam durante un viaggio con amici e che un po' per il filtro da 9mm, un po' per lo shape a pallina semicurva, un po' per la verniciatura, un po' perché il primo commento di mio padre me l'aveva  fatta odiare... la prima pipa mia, quella in cui ho cominciato per davvero a fumare da studente, è stata una pannocchietta.
Retrospettivamente, la considero una scelta oculata. Soldi da spendere in pipe decenti, comunque, non ne avevo. I pochi spiccioli che mi giravano in tasca finivano semmai in tabacchi. Fortunatamente a Codogno, il paesone della Bassa dove mi ero autoconfinato in un convitto statale per studenti di Scienze Agrarie (sa quei tempi sotto l'influsso di Cochi e Renato, sognavo di diventare sia poeta che contadino), c'era una bella tabaccheria sul Corso (se così vogliamo chiamarlo). Frequentandola, capii rapidamente che almeno il tabacco valeva la pena di comprarlo buono. 
Le scarse soddisfazioni rimediate cercando di bruciare nella mia pannocchietta qualche economico prodotto del Monopolio (Golf, Derby) e qualche Amphora, mi convinsero che i soldi per una scatola di Dunhill London Mixture o di Balkan Sobranie, per quanto pesanti, erano comunque meglio spesi. Grazie a quello che ho risparmiato resistendo alla tentazione di altre pipe mediocri, ho fumato sin dagli inizi un bel po' di buon tabacco in una pipa dal costo irrisorio. Ma dalle qualità senz'altro superiori a quelle di tante radiche da cesto (o per dir la verità, talvolta anche non da cesto).
A parte il bocchino micidiale (ma ebbi il buon senso di comprarne una col bocchino nero, già più accettabile) la pannocchietta, a trovarne una di dimensioni adeguate, è una pipa di tutto rispetto. Anche piuttosto generosa con il principiante: perdona molto, non scalda se non in casi estremi, assorbe l'umido, nel complesso è una delle pipe più facili da fumare al mondo.
In mezzo al mio diluvio di pipe, una pannocchietta, da allora, l'ho sempre avuta. Perlopiù negletta e dimenticata ma comunque presente.

L'ultima che ho comprato, un giorno che ero incomprensibilmente senza pipa al seguito, è quella che si vede qui. Non un gran pezzo di design, obbiettivamente, ma l'unica tra quelle in vendita in quel giorno e in quel luogo, ad avere più o meno le dimensioni di una pipa. Al termine del suo servizio di necessità, è finita anche lei dimenticata, in un vecchio barattolo di Toscani. Ieri me ne sono ricordato, e l'ho recuperata dall'oblio.

A chiamarla è stata la congiunzione di due fattori. Il primo è che in vista dell'estate mi sono procurato due plug di Samuel Gawith decisamente molto scented, quelli di cui si parla in questo post.  L'obiettivo è fumarli in una piccola schiuma, che ho comprato per l'occasione e spedito a Gilli perché gli mettesse un bocchino all'altezza. Nell'attesa ho comunque cominciato a fumare i plug. Dei due, ho scoperto che l'RB, il più temibile sulla carta è un gattone tenero e docile. Il Grousemoor, invece, che pensavo essere appena fiorito, si è rivelato assai difficile da dominare in radica. Colpisce, stordisce e permane per lungo tempo. Dopo aver piacevolmente contaminato un paio di pipe piccole, che hanno continuato a fumare Grousemoor anche dopo tre cariche di ToscoVirginia, prima di tornare alla ragione, stavo per metterlo da parte in attesa della schiuma. Ed è qui che mi sono ricordato della mia Missouri Meerschaum.

Il nome dell'azienda non è scelto a caso. Il potere filtrante del tutolo  in un certo qual modo si avvicina a quello della schiuma di mare. Le punte violente ne escono attutite, i sapori acuti si smorzano. E' lo stesso effetto che i signori ungheresi ricercavano quando cenavano accompagnati dall'orchestra tzigana, collocandola però in una stanza attigua alla sala da pranzo.  Per una volta la pratica non ha contraddetto la teoria. E ora che finalmente è arrivato qualcosa che assomiglia all'estate, poche cose sono più gradevoli che andare a passeggio con una pipa di schiuma carica di Grousemoor, lasciandosi accarezzare dal primo sole e lasciando in giro vapori fioriti e agrumati. Una pipa di schiuma del Missouri, in questo caso. Che, mi sento di garantire, certe volte non è proprio niente di meno.





venerdì 7 giugno 2013

Roba pesante


Samuel Gawith Grousemoor plug, Samuel Gawith RB Plug, Frank Pfeiffenstudio Dark Red Plug, pronti a partire per un'operazione di scambio culturale.


Non è il primo post che dedico ai plug, un genere di tabacco che amo  e soprattutto mi diverte. Col plug puoi giocare in mille modi diversi. Lo tagli grosso, lo tagli a cubi. Io, soprattutto, lo taglio fino fino, a capelli d'angelo, specialmente quando lo fumo in pipa piccola. E improvvisamente sparisce ogni problema di combustibilità. 

Questi sono tre plug che affiderò per l'assaggio al mio amico Gaetano, in cambio di un po' del suo Sam's Flake. I due Gawith sono il frutto di un recente impazzimento e dell'acquisto di un paio di clay pipes e di una piccola schiuma. Sono plug che in teoria (e anche dai miei passati, sporadici, assaggi) dovevano essere uno leggermente aromatizzato ai fiori, e con forse qualche ricordo d'agrume (Grousemoor Plug), l'altro potentemente intriso di rosa e di geranio (RB Plug). Dove "potentemente" è forse un understatement. Anni fa per fumarlo mi ero servito di una Falcon e ne ero uscio così traumatizzato da abbandonarlo per sempre dopo un paio di pipate. Il tentativo di riumidificazione, questa volta, non ha sortito l'effetto sperato anche perché incosciamente ho abbandonato il barattolo in un cassetto, ritrovandomi mesi dopo una matassa di muffa.
Complice lo sbocciare dell'amore per i Virginia cosiddetti "saponati" ho deciso di ritentare l'avventura mirando però stavolta al bersaglio grosso. Invece del blocchetto da 25 grammi ho ordinato due bulk da 250, ovvero due grosse tavolette di tabacco. Il Grousemoor simile nell'aspetto al Kendal Plug (quindi abbastanza alto), l'RB schiacciato e scuro, credo per via della pressione e del calore aggiuntivi, che dovrebbero essere gli stessi da cui nasce il Full Virginia Flake.

Secondo Mauro Cosmo, grande appassionato della schiuma e fuoriclasse del lentofumo, i plug scented trovano la loro massima sublimazione in schiuma. Ovviamente in una schiuma di taglia adatta, cioè piccola. E così insieme ai due profumatissimi blocchi di tabacco, ho avuto la scusa per procurarmi una nuova pipa che appunto mi mancava. In questo momento si trova da Mauro Gilli, per la sostituzione del becco giallo con qualcosa all'altezza della situazione.

Per ora i miei plug li ho fumati in piccole radiche ed ho avuto una di quelle sorprese che Samuel Gawith spesso riserva ai suoi seguaci. Gli aromi sono quelli che ricordavo, ma la forza della profumazione è totalmente inversa. Il Grousemoor stavolta colpisce in modo violento. Mentre lo fumi ti dà quasi alla testa dalla forza del suo boquet fiorito ma acuto. E quando l'hai finito permane testardamente nella pipa, al punto che anche la terza fumata di Toscovirginia sa, inequivocabilmente, quasi solo di Grousemoor. L'RB invece è moderato, morbidoso, cioccolatoso, puffoloso. E' un Full Virgina Flake con un'ombra di fiori rossi, godibilissima e discreta.

Il terzo plug del set viene da Cagli. Non ci ero mai stato ed una delle ragioni per cui quest'anno sono andato alla Festa della Pipa è stato proprio il banco di Frank (il negozio tedesco che trovate a questo link). Lì mi sono procurato questo plug singolarissimo fatto di virginia scuri e chiari, un po' di kentucky, un po' di avana, un po' di perique, un po' (dicono, ma io non lo sento) di latakia. Sulla carta potrebbe sembrare un guazzabuglio. Invece è molto buono, pressato a freddo ed è come quei buoni minestroni in cui ogni verdurina sa del suo sapor di verdurina, e non di minestrone. Non lo conoscevo ancora ma l'istinto accaparratorio mi ha portato a comprare gli ultimi due blocchi da 100gr rimasti sabato sul banco di Frank. Un appassionato mi ha pregato di cedergliene uno. Spietatamente ho rifiutato e adesso posso congratularmene con me stesso. Spero che nella mia rotazione abbastanza ampia, il paio d'etti di plug riescano a durare fino al prossimo anno.

Buoni, i plug...


giovedì 6 giugno 2013

Senza tabacco


Sarebbe un brutto giorno quello in cui rimanessi senza tabacco. Ma penso di avere fatto la mia parte per tenere lontano questo spettro.
Qualche giorno fa, non so chi, ha deciso di organizzare una giornata mondiale preparando e pregustando questo evento che considererei catastrofico. La giornata mondiale senza tabacco.
Ovviamente me ne sono impipato. Ma c'è chi l'ha fatto meglio di me, scrivendo questo post.

mercoledì 5 giugno 2013

Aged vs. Fresco - Bright CR Flake a confronto





Il Bright CR Flake appena consegnato dal mio agente in Polonia: biondo, fragrante, fresco





Il bright CR Flake che mi attendeva da una dozzina d'anni. Gloriosamente maturo.


Domanda: cos'è il Bright CR Flake?
Risposta: uno dei più spettacolari flake di Virginia biondo su cui si possa avere la fortuna di mettere le mani. Degno sfidante del Samuel Gawith Golden Glow, su un registro un po' meno morbido e dolce, più acuto e forse con qualche nota resinata.

Il virginia biondo del tipo del Bright CR è uno dei tipi di tabacco che meglio risponde all'invecchiamento. E quando Gaetano mi ha portato dalla Polonia questa scatola ho cominciato a pregustare una delle forme più estreme di Delayed Self Gratification: appoggiare una scatoletta di Virginia su uno scaffale e degustarla una decina di anni dopo, nel pieno della sua maturità. Gaetano però mi aveva anche avvertito che alcune delle sue ultime scatole di Gawith & Hoggarth sembrvano non aver "preso il vuoto". Dopo un rapido controllo agli acquisti, mi sono reso conto che questo era indubbiamente il caso della mia scatola di Bright CR Flake.

Ma non tutti i guai vengono per nuocere. Da tempo mi ronzava in testa l'idea di verificare con un confronto side by side la mia empirica convinzione che il virginia biondo sia una di quelle cose per cui vale davvero la pena di aspettare. Finora mi ero sempre accontentato del godimento estremo di un virginia maturo, invecchiato, appena aperto, col suo odore di fichi, le sue fibre compattate e scurite, il suo gusto pieno e persistente, da sorseggiare come un Porto d'annata. Il confronto col fresco era facile da fare. Ma a memoria, con tabacchi fumati in momenti della vita diversi. Sarebbe stato bello prendere proprio lo stesso tabacco cantinato e no. Ma proprio lo stesso. Non un tabacco con lo stesso nome ma produttori e qualità diverse. 
Considerata la girandola di licenze che ha coinvolto negli ultimi decenni quasi tutti i prodotti più apprezzati sul mercato, i candidati al confronto non erano molti. E tra quelle specie di fossili dell' Età Perduta sopravvissuti identici a sé stessi e ai cambiamenti commerciali del mondo circostante, e di cui possiedo edizioni d'annata, c'è proprio il Bright CR Flake di Gawith & Hoggarth.

E così ho fatto saltare il coperchio (già, non era sottovuoto), ho fotografato entrambi e pazientemente, per circa una settimana li ho fumati nelle stesse pipe. Tre fumate di uno, tre dell'altro, pipa piccola, pipa media, pot, piccola chimney... O almeno queste erano le intenzioni.

Per dire la verità fino in fondo, dopo le prime prove condotte con rigore analitico e libretto degli appunti a fianco, ho rapidamente finito per perdere il controllo. I due virginia sono entrambi meravigliosi e ogni tanto non è male fumarne anche uno fresco e fragrante, appena uscito dalla pressa. Ho fumato uno, ho fumato l'altro, li ho alternati nello stesso giorno e in giorni diversi. Uno pungente, l'altro velluto. Uno perfettamente definito, l'altro morbido e maturo. Uno che ti dà la carica, l'altro che ti accarezza e ti avvolge. Uno adolescente sfacciato, fatto ancora di promesse da mantenere. L'altro rassicurante, ammorbidito, nel caldo settembre dei suoi anni.
Quello che ho capito è che mi piacciono troppo per farne l'autopsia. Al diavolo le schede. Questa è roba che smuove emozioni profonde, non si osserva al microscopio elettronico.


Come un Bright Cr Flake appena comprato.


Frank Sinatra non sarebbe Frank Sinatra se non ci fosse stato "The Voice" a cinquant'anni. Eppure sentirlo cantare a diciotto può darti lo stesso un brivido. Diverso.
Chiudo la mia prova comparata con due scatole vuote e una certezza. Amo Sinatra perché amo quel gattone in smoking midnight blue, che giocherella col suo pubblico del Sands, rotolandosi un bicchiere di Jack Daniels in mano.
Ma non toccatemi il ragazzetto secco con la cravatta a farfalla. Non solo un giorno diventerà Frank Sinatra. Lo è già.